Quer pasticciaccio brutto der ministero della salute #fertilityday L'arte del fare le cose a cazzo di cane, dello scarica barile e del precariato

Ar ministero de la salute, in quel de Trastevere, hanno combinato propio un ber pasticciaccio per il Fertility Day.

Artro che via Merulana.

Non paga delle critiche piovute da ogni dove dopo la prima terribile campagna promozionale del Fertility Day, la ministra Lorenzin ha colpito ancora.

O meglio, il suo staff comunicazione, come si è affrettata a dichiarare Sora Bea dopo aver silurato il capo di gabinetto.

Perché ovviamente Sora Bea non ha mai approvato quella campagna orribile. Figuriamoci.

Mica Sora Bea pensa che i negri so’ tutti drogati. E nemmeno che una famiglia che urla “White Anglo-Saxon Protestant” rispecchi l’ideale di buone abitudini e buona compagnia.

Siamo cattolici, per Dio, che è ‘sto calvinismo?

Quindi la colpa ha da esse per forza dello staff, uno staff brutto e cattivo che ha ricicciato una campagna ammerigana per partorire – ih, partorire, per il Fertility Day, so’ proprio gajarda io – una campagna sessista e pure razzista.

Come gli autori di Boris, io me li immagino quelli dello staff della Sora Bea.

–  Ahò, come ‘a famo ‘a campagna a prova de bomba pel FertilityDay?

– Cazzo ne so, zio. Guardamo un po’ su Google, tanto non se ne accorge nessuno.

– Ahò, genio! Guarda che figata ‘sta roba qua. Daje, publicamola che tanto che quelli so’ ammerigani non se ne accorge nessuno e li negri, a parte Gervinho, stanno sur cazzo a tutti. Daje.

Ecco, deve essere andata un po’ così.

Con lo stesso sforzo creativo di chi ha fatto la campagna per Veltroni ricicciando il “Yes we can” di Obama traducendolo con un “Si può fare” o chi ha lanciato l’hashtag per Ignazio Marino. #Daje. Geni. E hanno portato pure un po’ sfiga mi sa.

Perché vedete, a parte poche eccezioni, di solito gli staff comunicazione sono ben pagati e dovrebbero essere dei fenomeni nel loro lavoro.

E invece no.

Partoriscono – daje!! – ‘ste cagate.

E poi ci siamo noi. Un esercito di copywriter, grafici, social media manager, creativi e coglioni che oscilliamo tra l’incubo della partita iva e il precariato.

E siamo precari e ci chiedono di fare figli.

Poi li mantiene il ministero della magia, che noi non c’avemo manco i sordi pe’ i preservativi.

Che magari avremmo fatto un lavoro anche migliore. Dico magari eh.

Perché invece di prendere la foto da ShutterStock dopo aver visto lo stesso manifesto, magari avrei chiamato un par di amici e gli avrei chiesto di fare una foto tutti insieme apassionatamente, che ci saremmo pure fatti due risate tutti insieme.

Un bel lavoro di merda, insomma.

Però Sora Bea non ne sapeva gnente, eh.

E io non ci credo manco per un cazzo.

Perché nel mio piccolo sono stata un staff. Di quelli non troppo pagati e comunque la parola “staff” comprendeva me e le mie varie personalità.

Ma una cosa, nella mia piccola esperienza ve la posso dire: non esiste che uno staff faccia uscire una campagna o anche solo un comunicato senza l’approvazione del capo di turno.

Quindi, nonostante abbiano fatto un lavoro di merda, mi tocca pure empatizzare con lo staff della Sora Bea per essere stato additato come unico capro espiatorio di questo pasticciaccio brutto.

Sora Bea, facci un favore, licenzia anche te stessa e invece di perdere tempo e denaro per convincerci che fare figli è bello, che le canne fanno male e che i negri sono tutti sporchi e cattivi spendi un po’ di tempo a chiederti come hai fatto a diventare ministro della sanità.

Che io proprio non me lo spiego.

Nel frattempo, dove lo mando il curriculum?

Outing vs coming out – Non sapevo di essere lesbica Outing vs coming out. Imposizione vs libertà

Prima di ogni altra considerazione occorre fare una precisazione squisitamente semantica: coming out e outing non sono la stessa cosa.

Non sono sinonimi. Non sono intercambiabili. Sono proprio due cose diverse ed è bene che questo punto sia chiaro, anche e soprattutto a quei giornalisti che ancora oggi confondono le due cose e contribuiscono non poco a creare incomprensioni.

La differenza tra coming out e outing è sostanziale ed è un po’ la stessa che intercorre tra libertà e imposizione.

Proviamo a rendere le cose ancora più chiare e lineari: uno avviene quando noi, in piena autonomia, decidiamo di renderci visibili, di dichiarare noi stessi al mondo e a chi ci circonda, l’altro, invece, si subisce.

Esatto, se ancora non lo aveste capito, l’outing si subisce. Contro la nostra volontà, spesso in maniera fisicamente, verbalmente e psicologicamente violenta. Avviene ogni volta in cui qualcuno, più o meno sottovoce, più o meno maliziosamente, con più o meno cattiveria, dice: “Quell* è finocchi*”.

E se vivete o avete vissuto in una piccola comunità sapete perfettamente che quel bisbiglio si propagherà come i cerchi concentrici sull’acqua dopo averci tirato un sasso: il pettegolezzo si diffonderà, si ingigantirà, magari si arricchirà di sordidi e immaginari dettagli.

Inizierai a camminare per strada e vedrai occhi e dita puntati su di te; sentirai risatine o battutine di sdegno. Potrebbero anche iniziare ad avere problemi sul posto di lavoro, negli spogliatoi o, peggio, a scuola.

Quando sei un adolescente l’outing tra i corridoi della scuola può trasformarsi facilmente in forme di bullismo – omofobico e non – che solo chi l’ha provato, anche solo in parte, può comprendere. Essere chiacchierati nei corridoi di una scuola può molto presto portare a episodi di violenza psicologia e fisica; subire l’outing a scuola può voler significare essere spint* in un angolo ed essere chiamat* “lesbiche di merda” mentre in sei o sette ti riempiono di calci e di sputi.

Subire l’outing, soprattutto in età adolescenziale quando non si hanno ancora ne le sicurezze ne le strutture e le risorse per poter affrontare serenamente un coming out, può portare a gesti estremi, quei gesti di cui abbiamo avuto l’ultimo, tragico esempio a cavallo tra Aprile e Maggio.

Perché il problema non è l’outing in sé per sé, ma il background culturale che ci sta dietro, come la becera ignoranza e omo-lesbo-transfobia nemmeno troppo velata di chi, in nome di valori in odor di Medioevo, sostiene che un omosessuale, una lesbica o un* transessuale siano degenerati, scherzi della natura contro la natura stessa.

Esiste una cura però a questa malattia dilagante, una cura che consentirà all’outing di trasformarsi in un coming out consapevole, libero e liberatorio: la cultura. Non la cultura gender, invenzione che tanto spaventa l’Adinolfi di turno, ma la cultura a 360°. E l’istruzione, un’istruzione che sia laica non solo sulla carta, quell’istruzione che in periodo illuminista trovava la sua massima espressione nel motto sapere audere.

È arrivato il momento di portare a compimento una nuova rivoluzione culturale che permetta a ognun* di noi di poter affermare la propria individualità e il proprio orientamento sessuale ad alta voce e senza avere nulla da temere, il momento in cui nessun adolescente dovrà aver paura di essere picchiato o respinto dai proprio genitori.

È arrivato il momento in cui tutt* noi potreme essere semplicemente liberi di essere.

La libertà, non per niente, è a parola d’ordine del Bologna Pride 2016: siate liber*.

 

Questo articolo, insieme a molti altri contributi, lo potrete trovare su “La Falla”, l’almanacco de Il Cassero LGBT Center di Bologna.

http://www.cassero.it/attivita/la-falla/

Ho amore per tutti… tranne che per te! Amore ed esperimenti in agenzia

Io e i Majonese – proprio quelli dei panini – ci siamo messi in testa di raccontare storie.

Ne condivido una con voi, avendo per protagonista la cara Olga.

Non c’è niente di autobiografico e ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale e frutto di un brainstorming in agenzia.

Se vi ci riconoscere, avete la coda di paglia.

Per leggere le altre storie, date un’occhiata al sito di Majonese o alla pagina Facebook, divertimento assicurato.

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Questa è una storia. Una storia  che, da qualche parte nel mondo, potrebbe essere accaduta davvero.
C’era una volta una ragazza, una ragazza che per comodità chiameremo Olga.
Olga era una ragazza simpatica, non stupenda, ma aveva un perché.
Olga era anche un po’ sfigata, soprattutto con le relazioni personali.
Olga aveva tanto amore da dare, ma non sapeva a chi e comunque sembrava che le persone non lo volessero; non da Olga quantomeno.
Un giorno Olga incontrò Fatima.
Fatima sembrava una tipa ok. Fatima invitava Olga a fare due passi, a prendere un caffè o una birra.
Fatima sembrava un’anima gentile.
Un giorno Olga trovò un mazzo di fiori davanti alla sua porta. Non c’era alcun biglietto, ma Olga pensò che comunque fosse un gesto carino e scrollò le spalle.
Due giorni dopo trovò un anello nella cassetta delle lettere. Olga pensò che qualcuno avesse sbagliato destinatario e lo conservò aspettando che qualcuno venisse a reclamarlo.
Era un giovedì quando Olga incontrò Maria Chiara, un’amica di Fatima che aveva visto soltanto un paio di volte.
“Sono contenta della bella notizia!”, esclamò Maria Chiara.
Olga fece mente locale, non riuscendo a capire a quale bella notizia facesse riferimento, visto che ultimamente la sua vita era stata piuttosto monotona.
Maria Chiara notò il suo sbigottimento e la rassicurò: “Non preoccuparti, Fatima mi ha detto tutto, puoi fidarti, non lo dirò a nessuno che vi siete fidanzate.”
Vi.
Siete.
Fidanzate.
Olga non poteva credere alle sue orecchie. Fidanzata a sua insaputa dopo anni di solitudine.
All’improvviso i fiori, l’anello e altri piccoli regali anonimi che si erano palesati alla sua porta acquisirono un senso.
Inquietante, molto inquietante, ma comunque avevano senso.
Olga realizzò di avere una stalker.
Mentre andava dai Carabinieri a denunciare Fatima, Olga le mandò un sms, l’ultimo: “Ho amore per tutti…tranne che per te!”

 

Foto scattata presso l’ex Zincaturifico Bolognese, via Stalingrado 65. R.U.S.CO., Recupero Urbano Spazi Comuni

 

 

In panino we trust. Una storia di amore e condimenti.

 

Vi voglio raccontare una storia.

Una storia surreale, fatta di panini, amore e condimenti. Forse anche un po’ fatt

a della stessa sostanza di cui son fatti i nostri…no, stronzate, è una storia fatta da una faccia di bronzo. La mia.

Insomma, dicevo che vi voglio raccontare una storia.

C’era una volta…me, che sarei Irene.

C’era una volta quel limbo in cui si sta tra progetti che porti avanti pro bono per attivismo e buona volontà e le promesse che ti hanno fatto abbandonare il paese dai vicoli stretti.

C’erano tanti pomeriggi in cui, tra una cazzutissima lettera di presentazione e un curriculum, una puntata di Game of Thrones (che sì, ho iniziato a vedere adesso, ma ve lo racconto poi, giuro), un articolo di biasimo… ho perso il filo.

Il punto è che, tra una cosa da fare e l’altra, mi sono messa a cazzeggiare un po’ su Facebook.

Anvedi la novità, direbbe mia mamma, ma mia mamma ancora non ha capito che Facebook è anche lavoro. Credo.

Ma andiamo avanti che sennò finisce che scrivo i nuovi Promessi Sposi e non ne usciamo più.

Cazzeggio su Facebook e l’occhio mi cade su un’inserzione sponsorizzata: “Majonese – Comunicazione spalmabile”. E mi scappa una risata. Mi borbotta anche un po’ lo stomaco perché tanto si sa che ho sempre fame.

Click.

Rido di nuovo mentre scorro i post. Gattini e carlini, adoro.

A quel punto il like sulla pagina è scontato, ça va sans dire.

E l’occhio mi cade su un post. Rido ancora e commento. Il social media coso – che apprenderò essere una fanciulla – mi risponde. Rispondo a mia volta.

Io: abbasso il ketchup!

Loro: sempre!

Io: allora vi porto dei panini!

Qualsiasi personale normale avrebbe pensato “vabbe’, ci sta prendendo per il culo”. E infatti i Majonese hanno pensato proprio così.

Poveri illusi, ignoravano che Irene se dice una cosa, al 90% la fa. La percentuale è molto variabile, ma questo è un altro discorso.

Ora, cari lettori – che mi piace immaginare essere millemila – immaginatevi la scena: io, quattro panini mortadella e maionese – taaaanta maionese -, una porta senza citofono e una telefonata: “Hopportatoipanini!

Sì, l’ho fatto davvero. Mi sono presentata alla base segreta di Majonese armata fino ai denti.

Sì, mi hanno preso per pazza. Sì, sono rimasti sbigottiti. Sì, mi sono sentita un’emerita faccia di bronzo (eufemismo per non dire di culo).

Però niente, mi hanno fatta accomodare e non mi hanno più lasciata andare.

Perché abbiamo scoperto che, oltre a occuparci tutti di comunicazione, siamo anche bei tipi, un po’ scanzonati e soprattutto ci piacciono i panini.

Soprattutto quelli con tanta maionese e spalmata con tanto amore.

Abbiamo scoperto che c’abbiamo sempre fame e che la convivenza con estranei è una piaga sociale diffusa.

Questa è la storia di amore e condimenti che volevo raccontarvi e ve la racconto mentre sono ancora ostaggio di Majonese.

Non venite a liberarmi, a furia di chiacchiere e panini m’è venuta la sindrome di Stoccolma.

Ah, ma se cliccate qui fate cosa buona e giusta.

PS: qui invece la loro versione dei fatti!

PPS: comunque i panini erano avvolti col mio curriculum che tanto serve giusto a quello.

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Quattro giorni a Bologna

Non sempre il posto dove si è nati è il posto dove vorremmo vivere per sempre. Quantomeno, per me non è così.

Dopo tre anni sono bastati 4 giorni, nemmeno pieni, per darmi la consapevolezza che il mio habitat naturale non è il paese dai vicoli stretti, ma la città con i portici.

Che la vita nel paese dai vicoli stretti non fosse fatta per me, in realtà, l’ho sempre saputo. Per nove anni, passati tra libri, serate e confessioni sospese nella nebbia di piazza Maggiore, manifestazioni, amicizie, convivenze, la mancanza del paese dai vicoli stretti si era risolta in una mera mancanza della pizza bianca del Fornetto sotto casa.

Nove anni sono tanti. Sono abbastanza per aver avuto modo di conoscere una città, scoprire che i bolognesi non sono solo esseri mitologici tra i vari pugliesi e calabresi, ma esistono e sono pure simpatici.         11816993_870230493045666_5553717176569998582_n

In nove anni ho cambiato quattro appartamenti. Via Irnerio, via Mascarella, via Mascarella bis e di nuovo via Irnerio. Quello era il mio paese dentro la città dei portici. E in questi nove anni ho avuto l’occasione di dividere la mia esistenza con persone che credevo di aver perso di vista, ma che poi, dopo tre anni di assenza, ho scoperto non essersene mai andate.

A parte quelle che ho perso di vista veramente. Ma forse le avrei perse di vista indipendentemente dal mio ritorno forzato nel paese dai vicoli stretti.

Poi un giorno è successo, poco dopo aver scritto del terremoto. Una consapevolezza. Un’urgenza. Un bisogno quasi primario. Sentivo la mancanza non solo delle persone, ma dei miei percorsi, delle mie passeggiate, della mia routine quotidiana tra libri – che non torneranno più – e la mia macellaia di fiducia che ogni volta mi chiedeva sconsolata, con quell’accento rotondo: “Mo cara, mangi solo pollo, fatti una 11800063_870756969659685_2184167322689820863_nbistecca che ti fa bene”.

Non che non me la sarei mangiata una bistecca, ma la vita dello studente era quella e il pollo una valida alternativa alla sempiterna pasta al tonno, regina di ogni esperienza universitaria.

A Bologna sarei voluta rimanere sì, e ci voglio tornare anche adesso che ho scoperto che la mia macellaia ha chiuso e che al posto del mio fruttivendolo hanno aperto un fast food.

Ci voglio tornare dopo che ho seguito quella consapevolezza, quell’urgenza e quel bisogno primario che mi hanno fatto sfidare Caronte – il fronte di alta pressione, non il traghettatore – e mi hanno fatta arrivare in una Bologna rovente.

Ma poco mi è importanto del caldo. Uscendo dalla stazione quell’aria calda, umida e appicicaticcia mi sembrava il più piacevole dei maestrali. Odori, profumi e olezzi mi hanno pervaso le narici e nonostante l’odore del kebab misto a quello dello smog, ho avuto l’impressione di entrare in un giardino di zagare.

Ho macinato a piedi i km che mi separavano dalla casa di A., che mi ha ospitato. Facile sarebbe stato prendere il 21, alle 14 del pomeriggio sotto il picco del sole, ma la mia urgenza di rivivere, respirare e sentire Bologna ha preso il sopravvento. Ero felice. Sotto il picco del sole ero felice, accaldata, sudata fradicia, ma felice. Anche se la mia direzione andava dalla parte opposta dai miei percorsi routinari di tre anni prima, rivedere strade comunque familiari mi hanno dato un senso di euforia, di leggerezza.

Head over feet.

Anche il comitato di benvenuto mi ha fatto sentire la bentornata. Rimettere gli scarpini ai piedi dopo quattro anni, con un legamento in meno e tanto tanto fiato sprecato, mi ha dato una scossa di adrenalina. E poco importa se dopo cinque minuti ho vomitato e ho perso 9-7.

E non credete a chi dice che ho pianto, dopo la partita, passando da via Irnerio. Era solo l’aria che sullo scooter mi faceva lacrimare gli occhi. E se mi sforzo, mi convinco anche io che11855901_869882609747121_8621780201043739955_n sia così.

Il giorno dopo ho sfidato la sorte e Caronte. Sono partita da via del Pratello ed ho ripercorso nove anni della mia vita. Ugo Bassi, Piazza Maggiore, Nettuno, Re Enzo, Via Pescherie, Santo Stefano, Zamboni, San Leonardo, via delle Belle Arti, ma soprattutto Mascarella.

Sì, perché via Mascarella è uno stato della mente. Una città dentro la città. C’era pure un sindaco anni fa, giuro. In via Mascarella ho vissuto tre anni, in due case diverse e meravigliose per motivi diversi e allo stesso tempo simili. Ho 11863271_869745643094151_1948596063330288815_nconosciuto persone, là nella casa che era un porto di mare aperto a tutti. Ho convissuto, per quella che è stata una delle mie storie più importanti. Il caffè in giardino e l’urlo di liberazione dei miei coinquilini e della mia ragazza – e anche di mia suocera – che si buttavano addosso a me per festeggiare il superamento del mio ultimo esame. Economia internazionale ancora ti vedo nei miei incubi. E A. e M., e le serate passate “Io faccio il ragù bollito tre ore, ma tu fai le tagliatelle e le piadine in casa”.

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Bologna era semi deserta ed era bellissima.

Bologna mi coccolava.

Mi abbracciava.

Mi sussurrava “torna”.

E torna me l’hanno detto anche i miei amici, che da tre anni non vedevo. E me l’hanno detto i nuovi amici, fatti tra una birra e una birra in quell’universo parallelo che è il Pratello, quel posto dove gli altri bevono, tu bevi e l’indomani abbiamo tutti mal di testa, ma siamo felici.

Torna me l’ha detto il titolare del greco di Largo Respighi, che dopo avermi squadrata per cinque minuti buoni se n’è venuto fuori con un “e tu dove cazzo eri finita?”.

Torna me l’ha detto il campanile di San Pietro, me l’ha detto Bologna vista dall’alto in una notte estiva.

E io a Bologna ci voglio tornare. Non voglio deludere la promessa fatta alla signora “dai fianchi un po’ molli” là in cima al campanile. Nella città dai mille portici io mi sento a casa e là voglio tornare. 11224717_870505646351484_943806349415587351_n

Voglio ritrovare le mie confessioni lasciate sospese nella nebbia, voglio ritrovare volti e strade che mi hanno accompagnata. Voglio ritrovare quella sensazione che non mi ha mai lasciata di essere in un certo senso a casa, in mezzo a persone, come me, di altri posti, ma che tra i portici hanno trovato un sollievo.

Voglio tornare a barcamenarmi per non scivolare sotto i portici quando piove e a lamentarmi che piove perché è scesa la Madonna di San Luca. Voglio tornare a dire “tiro”, voglio respirare il ritorno del Bologna in serie A. Prometto che non mi lamenterò della neve, né del caldo.

Voglio tornare a innamorarmi di ogni donna che scopre una spalla al primo accenno di caldo, voglio 11825984_870309573037758_1517758121721472499_ntornare a vivere mille storie nella mia testa. Voglio tornare nei posti dove baci e carezze si sono persi nella memoria e nella nebbia.

Non fa niente se il mio fruttivendolo e il mio macellaio non ci sono più. Io voglio tornare a Bologna e lasciare il paese dai vicoli stretti.

Voglio dare appuntamento sotto al culo Nettuno.11800169_869736276428421_7801262643195957670_n

Voglio sentirmi di nuovo a casa.

Ma prima di tutto, voglio trovarmi un lavoro.

A Bologna, che nel paese dai vicoli stretti un lavoro ce l’ho già.

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Mi telefoni o no. Il giorno in cui l’EMAI apparve, ma sparì subito dopo.

E poi succede.

Succede che in un’anonima mattina infrasettimanale Gmail ti notifica che l’Emai – ovvero quella email che non arriva mai – cessa di diventare una creatura mitologica e diventa qualcosa di concreto.

La vedi, è lì. Non puoi toccarla come se fosse una lettera vecchia maniera, di quelle col francobollo e i bordi blu e rossi, ma è lì e tu la vedi.

Senti una scarica di adrenalina prima di aprirla, ne hai quasi un timore reverenziale.

Click.

“Gentile Je, Malausséne, grazie per il tuo interesse per l’ “azienda xyx”, sarebbe meraviglioso parlarne il giorno y, alle ore x, per approfondire attraverso un colloquio telefonico. A presto.”

L’adrenalina a questo punto è alle stelle: Fabio Grosso ha appena segnato l’ultimo rigore a Berlino, siamo campioni del mondo. 

Sei incredulo. Il timore reverenziale per aver assistito all’arrivo di una creatura mitica ti fa tremare prima di cliccare sul tasto rispondi e sei tremolante anche mentre scrivi che per te va benissimo e che sì, al giorno y alle ore x ci sarai e che non vedi l’ora.

Controlla eventuali errori di ortografia.

Click.

Risposta inviata.

Il timore reverenziale e il rispetto nei confronti dell’Emai a questo punto si tramuta in ottimismo. Essa esiste. Ne hai le prove, vorresti gridarlo al mondo, ma sei scaramantico e tieni per te questa notizia.Amici e parenti non devono saperlo. Nemmeno il tuo cane di peluche. Bocca cucita, giurin giurello, finché non arriva questa telefonata non devi parlarne con nessuno.

Ingoi l’eccitazione, reprimi l’adrenalina, metti su la tua migliore maschera da “che palle non succede mai niente”.

Passano i giorni. Arriva il giorno y.

Sei teso come una corda di violino.

Mentre si avvicina l’ora x controlli spasmodicamente il telefono, sbrogli gli auricolari, metti anche un’immagine del profilo decente su Skype, che non si sa mai.

Ti pettini, trucchi e vesti proprio come se dovessi andare a un colloquio, ma non uno qualsiasi: è il colloquio che smentisce l’esistenza dell’Emai dopo tutto. 

L’orologio segna l’ora.

Niente.

Il telefono squilla.

Sobbalzi.

“Ciao, volevo chiederti se oggi alle sette possiamo andare a …”

Tagli corto che no, oggi hai da fare, niente aperitivo in compagnia. Ci sentiamo poi, devo tenere la linea libera. Maledici l’amica che ti ha chiamata, ma allo stesso tempo la benedici: ha preso la linea, ennesimo black out del tuo gestore scongiurato.

Tic, tac. Tic, tac.

I minuti passano, tu hai tolto tutti gli orologi analogici perché il rumore ti dà sui nervi, ma senti comunque il tempo passare.

Niente.

Silenzio.

Passa un’ora.

Ne passa un’altra. Che fare?

Decidi per la soluzione diplomatica, pensi che la vita alle risorse umane di una multinazionale sia frenetica, pensi che può capitare.

Prendi la prima e-mail, premi rispondi e con savoir faire e diplomazia fai presente che anche se è saltato l’appuntamento resti a disposizione.

Click.

Messaggio inviato.

La risposta arriva dopo poco: “Scusaci, abbiamo avuto un’emergenza, possiamo sentirci domani alla stessa ora?”. Sospiro di sollievo, non si sono dimenticati di te, ma la vita nelle multinazionali è veramente frenetica e ci può stare. Rispondi dando massima disponibilità, certo che per te va bene rimandare all’indomani alla stessa ora; dopo tutto stiamo parlando della mitica “E-Mai”, mica del sesso degli angeli.

E allora ricominci da capo, ripeti il rituale scaramantico di non dirlo a nessuno, ti assicuri di essere libera e di non prendere impegni per la nuova ora x fissata.

Ci dormi su e la mattina seguente ti alzi. Non ricordi nemmeno se hai sognato e cosa hai sognato: la scarica di adrenalina ti ha fatto dormire come un sasso.

Segui il solito rituale caffè-sigaretta-doccia.

Controlli che il cellulare sia ben carico. Ossessivamente.

Controlli che nonostante il mal tempo e nonostante il tuo gestore sia avvezzo ai black out tutto sia apposto.

Lo è.

Accendi Skype con la tua nuova foto profilo, sempre perché non si sa mai.

Manca un’ora. Pulisci la tua stanza. Ti prendi un altro caffè. Fumi un’altra sigaretta. Poi un’altra e un’altra ancora.

Controlli che il cellulare abbia linea. Il wi-fi di casa prende bene, ottimo.

Fuori piove, ma questo è irrilevante perché l’ora x è arrivata.

Ti arriva un sms: Agos Ducato ti offre un prestito con tassi vantaggiosi. Maledici Agos Ducato e quella volta che hai comprato a rate con un loro finanziamento, sono diventati peggio dei Testimoni di Geova.

Nel frattempo è passata mezzora. Niente.

Il telefono non squilla.

Su Skype continuano ad arrivarti notifiche di un ex compagno di università che si collega e scollega ogni cinque minuti.

È passata un’ora. Silenzio.

Ricominci a sentire il tic tac immaginario di tutti gli orologi analogici che hai maledetto nella tua vita. Trento-Mercatino_dei_Gaudenti-alarm_clocks Silenzio. Attendi, come un soldato in trincea. Ti sistemi i capelli, controlli che i vestiti siano appropriati. Pensi se andranno bene gli orecchini che hai messo e se forse non sarebbe meglio stare senza.

Decidi che ha poca importanza, tanto non sai se a squillare sarà il telefono o se sentirai la fastidiosa suoneria di Skype.

Mentre pensi se la riga ti starebbe meglio centrale, a destra o a sinistra sono passate due ore e sei davanti a un piatto di spaghetti che mangi con l’orecchio puntato all’altra stanza. 

Niente. Non squilla niente e a quel punto ti rendi conto che probabilmente non squillerà più. Fai spallucce e pensi che fa parte del gioco, inutile farsi troppe domande e abbattersi.

Almeno questa volta una mail te l’hanno mandata dopo tutto, è già qualcosa.

Prendi un altro caffè e ti fumi un’altra sigaretta. La giornata è andata e la telefonata non è arrivata; pensi che forse nel frattempo hanno offerto il lavoro a qualcuno migliore di te, rifletti su come migliorare il tuo CV e a quali saranno le tue prossime mosse.

Non te la prendi, il mondo del lavoro oggi come oggi è una vasca di squali, in fondo, seppur precario, devi ringraziare che per ora tu un lavoro ce l’hai.

C’è qualcosa però che ti sfugge e ti infastidisce oltre all’idea di aver perso due mattinate ad aspettare una telefonata ed è l’assenza di spiegazioni.

Il silenzio, pensi, a volte è una delle cose più odiose che esistano. Pensi che vorresti mandar loro una email, ma sei consapevole dell’inutilità del gesto.

Continui con la tua vita, guardandoti intorno, mandando curriculum vitae a destra e manca e nel frattempo prosegui nel fare al meglio il tuo lavoro.

E poi, una mattina, il film si ripete. La multinazionale ti manda un’altra e-mail per fissarti un altro appuntamento telefonico. Ci credi poco, ma siccome nonostante tutto quella azienda ti piace molto dai la tua disponibilità. Passi la giornata senza nemmeno pensarci e non ci pensi nemmeno l’indomani mattina, nuovo D-Day per il colloquio telefonico. E fai bene, tanto in fondo lo sapevi che la telefonata non sarebbe arrivata nemmeno questa volta.

E infatti non arriva.

[Avevo già pubblicato questo post qualche settimana fa e in qualche modo mi auguravo di dargli un lieto fine.

Invece mi sono ritrovata ad aggiungere l’ennesimo colloquio disatteso senza alcuna spiegazione. Il terzo.

Non voglio aggiungere altro su quanto accaduto, quello che avevo da dire l’ho scritto direttamente alla azienda interessata, in maniera molto educata.

Non senza qualche remora, dato che il mio interesse per questa azienda era – ed è, perché al di là di tutto il servizio offerto mi piace – forte.

Niente lieto fine dunque, ma nemmeno un brutto finale. Direi piuttosto un finale deludente, ma che rispecchia fedelmente le vicessitudini che ci ritroviamo ad affrontare nel mondo del lavoro.]

EDIT: addì lunedì 30 marzo la telenovela si conclude. Arriva una mail dove mi si comunica che hanno assunto altri e la posizione non è più disponibile. #veryserious

Alla ricerca di Poggi e Volpi da vent’anni.

Sono alla ricerca di Poggi e Volpi da almeno vent’anni. 

Una ricerca spasmodica, frenetica.
Vent’anni passati a collezionare doppioni, a completare album, ma di queste due figurine niente.
Ogni tanto qualcuno diceva: “L’amico di mio cugino di ottavo grado giù al sud le ha trovate!”
Erano solo leggende metropolitane. Vanti di bambini, storielle da raccontare a ricreazione per sentirsi importanti.
Ma nessuno di noi, nel suo intimo, si è mai arreso all’evidenza che quelle due figurine non erano mai state stampate e così la ricerca di Poggi e Volpi è diventata metafora di altro.
Messi da parte gli anni dell’infanzia e quelli dell’adolescenza, oggi, nell’età adulta la ricerca di Poggi e Volpi è diventata l’equivalente della ricerca del Grande Cocomero di Linus: la ricerca di quello che non c’è. Ma che vorremmo. O forse c’è, ma non sappiamo dove cercarlo o dove guardare.
E così i Poggi e Volpi di ieri diventano la stabilità, le certezze e la serenità di oggi.
Non è forse questo che tutti noi inseguiamo seppure in maniera differente?
Stabilità nel lavoro, certezze sul futuro, serenità negli affetti. 
Sono cose che intravediamo a sprazzi, come quando scartavamo un pacchetto di gomme da masticare e intravedevano una maglietta dell’Udinese o del Bari: pensavamo subito “Eccoli! Sono loro!”… invece no. Non lo erano mai.
Però non ci davamo per vinti e continuavamo a scartare pacchetti perché qualcuno ce l’aveva fatta. Qualcuno li aveva trovati quei due dannati Poggi e Volpi. 
E anche oggi inseguiamo stabilità, certezze e serenità. Non scartiamo più pacchetti di gomma da masticare, ma cerchiamo di districarci in un mondo dove queste cose ci appaiono irraggiungibili.
E come vent’anni fa, guardiamo con diffidenza e mal celata invidia chi dice di aver trovato queste cose, ci sembra impossibile. Ci sembra solo un modo per darsi dell’arie.
Però continuiamo a cercare i nostri Poggi e Volpi e ad aspettare il nostro Grande Cocomero.
Sono vent’anni che sono alla ricerca di Poggi e Volpi e nonostante tutto credo che continuerò a cercarli, indipendentemente dal significato che attribuisco loro vent’anni dopo. 
[PS, nel caso qualcuno non sappia nulla dell’affaire Poggi e Volpi, googolate e vi si aprirà un mondo]

L’E-Mai, ovvero di quelle email che non arrivano mai

Ultimamente odio le email.

Cioè, non odio le email in generale, ma solo quelle che aspetto e non arrivano mai.
Attendo, ma niente. Nessun notifica. Nessun avviso.
Tempo fa, su Facebook, scrissi che se mi fossero arrivate determinate email di risposta ad alcune mie comunicazioni precedenti avrei riacquistato la fiducia in Babbo Natale.
Niente, non ha funzionato.
Ho anche controllato lo spam, tante volte il sistema di Google le avesse arbitrariamente catalogate come spam.
Del resto se succede quando mando comunicazioni con l’email del lavoro, perché non dovrebbe succedere con Gmail?
Niente. Lo spam è solo spam.
Rimedi per allungare il pene. Che non ho.
Rinnovo del RCA per la mia auto. Che non ho.
Il re della Nigeria che mi designa come unico erede. Grazie, ma passo.
Richieste di iscrizioni a siti di incontri. No, grazie, preferisco passare.
Una volta ho ricevuto in sequenza una mail da Hitler, Mussolini, Stalin, Lenin e anche da Walt Disney. 
Però delle risposte che aspettavo niente.
E poi c’è stato venerdì, quando per una sorta di congiunzione astrale si sono sovrapposte due straordinarie coincidenze.
Il mio trentesimo compleanno e l’ultima data utile per ricevere una mail per un qualcosa che sarebbe dovuto succedere oggi. 
Ecco, quando il tuo trentesimo compleanno e la (dis)attesa di una mail con una risposta abbastanza importante coincidono, allora diciamo che il tuo umore non è dei migliori.
Aggiorna Gmail. Controlla lo spam. Sorridi e passa metà del tempo a mettere “mi piace” a chi ti fa gli auguri su Facebook. Riaggiorna Gmail. Ricontrolla lo spam. 
Niente.
Ma sei triste perché compi trent’anni? 
No, mi girano perché questa benedetta email non arriva.
E poi arriva la sera. Decidi che ormai l’email è andata, festeggi un compleanno piacevole in compagnia e pensi: Non sono gli anni, baby, sono le incazzature.
Vabbe’, fatemi ricontrollare lo spam, non si sa mai.

E ringrazia che tu un lavoro ce l’hai

E ringrazia che tu ce l’hai un lavoro.

Alzi la mano chi tra voi, in un’età indefinita tra i trenta e i quarant’anni, non si è mai sentito rivolgere questa frase.

Alzi la mano chi tra voi un lavoro ce l’ha.

Non importa se precario, non importa se sottopagato, non importa nemmeno se è in nero. E men che meno importa se hai un capo che ti tratta ai limiti del mobbing, anzi, forse quei limiti li ha anche superati.

Figuriamoci che importanza possa avere il fatto che magari, dopo aver investito tempo e soldi in un’istruzione universitaria o specializzata, l’unico impiego che riesci ad avere è assolutamente diverso da quello per il quale saresti qualificato.

Ci sono commesse che hanno passato anni a studiare lingue morte per diventare archeologhe (e nel comparto “archeologia”, sono anche fortunate).

Ci sono laureati che si sono adattati a qualsiasi cosa, pur di lavorare: probabilmente ci sono più titoli accademici dietro al bancone di un McDonald’s di quanti voi umani possiate immaginare.

Il lavoro è lavoro, sia chiaro che ad avviso di chi scrive non ci sono lavori più dignitosi di altri. Finché non mi venga richiesto esplicitamente di espletare un impiego che vada contro i miei principi etici e morali o che sia palesemente in contrasto con la legge, ogni lavoro è rispettabile.

Certo, nel mondo perfetto i nostri investimenti – e quelli dei nostri genitori – in istruzione e formazione sarebbero ricompensati, ma questo è secondario. Forse utopico nel Belpaese.

Il fatto è un altro, ovvero che noi privilegiati che un lavoro ce l’abbiamo dobbiamo ringraziare. Chi?

A volte il capo che ci ha assunto, a volte qualche astrusa entità benevola che “grazie a Dio che lo stipendio a fine mese ce l’ho”.

E non dobbiamo lamentarci. Mai. Lamentarsi è inutile, Charlie Brown, ma soprattutto è irrispettoso.

Irrispettoso nei confronti di chi? Del capo? Dell’azienda? Anche, ma soprattutto nei confronti dei nostri coetanei, amici e conoscenti che un lavoro non ce l’hanno.

Le liti peggiori che mi è capitato di avere nel mio giro di amicizie, negli ultimi anni, ruotano intorno a questo. Anzi, a volte nemmeno sono liti, ma si percepisce del risentimento, nemmeno troppo malcelato.

Io ho un lavoro, pertanto, non importa quanto questo mio lavoro possa arrecarmi disagi psico-fisici per via di contratti assurdi, stipendi minimi o di comportamenti ai confini dell’umanità dei colleghi o dei capi, io non posso parlarne, non posso lamentarmi, perché così facendo ledo la dignità di tizio che un lavoro non ce l’ha.

L’io, ovviamente, è un io generale, un io collettivo.

[I dati sulla disoccupazione giovanile sono stati pubblicati qualche giorno fa e li trovate qui.]

È un io collettivo al quale apparteniamo tutti noi. Occupati e disoccupati. Un io collettivo che va a discapito del noi collettivo. Invece di unire le nostre forze per cambiare lo status quo, ci facciamo la guerra.

Siamo tutti ricattabili e ci facciamo la guerra, abbandoniamo la solidarietà e ci creiamo motivi di conflitto.

Non mi voglio sentire una privilegiata – anche se dati statistici alla mano è innegabile che lo sia -, ma voglio anche essere libera di poter dire “ciò che faccio non mi piace” senza avere paura di offendere chi un lavoro non ce l’ha.

Questo è il paradosso, questo è quello che si è creato. Una gara a chi ce l’ha più grosso, dove per più grosso si intende il problema.

I problemi sono tanti, diversi e – ad eccezione della salute che ha il primato – tutti egualmente importanti.

Beate le partite iva, che un capo non ce l’hanno e non hanno orari. Sì, ma le partite iva di due intascano uno e spesso dopo aver lavorato cinque. Non c’è malattia. Non ci sono ferie. Non esiste maternità.

Beato chi lavora nel pubblico che ha le ferie pagate, il diritto di sciopero ed ha pure la malattia. Sì, ma ultimamente chi lavora nel pubblico è un precario e le possibilità di stabilizzazione sono pari alle probabilità di stabilire che fine ha fatto Carmen Sandiego e a volte nemmeno si ha la gentilezza di farti sapere se il tuo contratto sarà rinnovato o meno. [Digressione, è vero, diritto di sciopero, ma molti dimenticano che aderire significa rinunciare a un giorno di stipendio, come è giusto che sia; giusto non è aver paura di fare sciopero per ritorsioni contrattuali]

Beato chi ha l’attività di famiglia, che non deve sbattersi. Sì, ma magari anche se ho il padre commerciante io volevo fare l’artista.

Beato te che un lavoro ce l’hai. Sì, ma magari sono sottopagata, con un contratto ridicolo e che mi scade dopo domani senza sapere se me lo rinnoveranno. Magari il mio capo è un sociopatico, il mio collega di scrivania un serial killer e la segretaria mi fa pesanti avances sessuali mentre biascica la gomma da masticare a bocca aperta.

A furia di dire “beato chi” abbiamo finito per crearci con le nostre mani una guerra tra poveri. Sono questi i veri “Hunger Games”, (alla lettera i giochi della fame), altro che effetti speciali e ragazze di fuoco.

Siamo diventati cattivi, cinici e invidiosi. Non siamo solidali e ci facciamo la guerra, anche per motivi futili come organizzare una cena nel fine settimana.

Sicuramente a qualcuno va bene così, forse alla D’Urso, ai rettiliani o alla lobby dei curriculum europei. Io – e per io intendo io – mi sono stufata.

Ci hanno insegnato che siamo una generazione inadeguata, di sfigati e schizzinosi. E noi ci abbiamo creduto.

Ci hanno fatto credere che a trent’anni – ma anche a quaranta – sei ancora giovane, devi imparare, devi fare esperienza e acquisire competenze e che quindi, dobbiamo accettare qualsiasi cosa senza riflettere. Se non accetti sei un ingrato, sei un bamboccione, sei “choosy”.

Ci hanno anche insegnato che a trent’anni – e anche a quaranta – non importa quanto tu sia bravo e competente, hai superato la data di scadenza, non hai dinamismo, sarai improduttivo.

Ci hanno insegnato anche che, se fa comodo a qualcuno, siamo entrambe le cose, a seconda se il giorno sia pari o dispari.

Ma tutto questo non ha importanza. Perché fortunatamente un lavoro io ce l’ho. Almeno per i prossimi quindici giorni.