La vita di paese.

La vita di paese è scandita dal suono delle campane.

Quando vivi in un paese le ore sono scandite, con precisione, dal rintocco delle campane. Otto se sono le otto. Dodici se è mezzogiorno.

E un rintocco secco alla mezza.

Ma quando vivi in un paese sai che è mezzogiorno perché il prete indugia un po’ di più sul suono.

Le campane a festa annunciano l’inizio di una messa alla quale non parteciperò. E nemmeno a quella delle sette, annunciata dal solito scampanellare, a volte fastidioso.

La vita e la morte nel paese sono scandite anch’esse dal suono delle campane.

Capita, quindi, che una precisa sequenza di rintrocchi, grave, lenta, ti annunci che tra quarantacinque minuti ci sarà un funerale.

Tra quarantacinque minuti. E lo stesso grave e lento rintocco ricorderà altre due volte la funzione imminente. Alla mezzora e al quarto d’ora.

Ci sarà poi sempre un ultimo rintocco, grave, lento, a ricordare a chi nel paese sta vivendo la sua vita che la salma è entrata in chiesa.

Nella vita di paese le campane ti mettono al corrente che quacuno è pronto all’ultimo viaggio.

Non importa se tu sei in ufficio, alle prese con le parole crociate o stai facendo l’amore.

Come un messaggero a volte discreto e a volte insistente, quando vivi in un paese le campane scandiscono la giornata e ci fanno sapere che qualcuno, che conoscevi o forse no, è morto.

Quando vivi in un paese la morte è un qualcosa che va al di là del suono delle campane.

Un rintocco, grave e lento, per quanto monito della caducità della vita, è un qualcosa che può rimanere astratto.

Ci rendiamo conto che qualcuno non c’è più, che adesso qualcuno lo sta piangendo, o forse no, ma non è reale.

Nella vita di paese c’è un metodo efficace di rendere la morte qualcosa di reale.

I necrologi affissi alle pareti, nei vicoli stretti, qui li chiamano “i fogli dei morti” e alla mattina non è raro trovare capannelli di giovani e anziani, solitamente donne.

Nel paese e nei suoi vicoli stretti la morte diventa reale e quando gli assembramenti di donne, giovani o anziane, mormora, allora diventa ancora più reale.

Nei necrologi affissi alle pareti nei vicoli stretti del paese la morte cessa di essere una cosa astratta.

Nei “fogli dei morti” affissi sulle pareti dei muri del paese con i vicoli stretti puoi leggere un nome e un cognome, può leggere l’età della persona per la quale le campane suoneranno, gravi e lente, tre volte più una.

La morte diventa reale nel ricoscere magari il nome di quel vicino che hai sempre disprezzato e non importa quanto tu l’avessi odiato, il “foglio dei morti” ti costringerà a sentirti costernato.

I “fogli dei morti” alle pareti del paese dai vicoli stretti rendono la morte una cosa reale.

La pareti dei vicoli stretti del paese la cui vita è scandita dalle campane hanno occhi e orecchie in ogni anfratto.

Nel paese dai vicoli stretti tu non hai bisogno di sapere qualcosa.

No, nel paese dai vicoli stretti saranno le notizie a trovarti.

Anche quelle che riguardano te e prima che tu lo sappia.

Nella mia vita nel paese dai vicoli stretti una volta ho scoperto che mi buco.

Non so se fosse roba buona o particolarmente cattiva, ma io non ricordo di essermi mai bucata.

Nella vita di paese ottieni informazioni su di te anche mentre fai la fila del medico.

Una volta ho scoperto di avere uno stipendio assurdo, altissimo, ma quando ho chiesto spiegazioni al mio capo ho scoperto che nel paese dai vicoli stretti le notizie vengono spesso ingigantite quando passano di bocca in bocca.

Peccato.

Nella vita di paese e tra i suoi vicoli stretti ho avuto almeno una gravidanza, una laurea al DAMS e un paio di mariti.

Nella vita di paese pubblicare sui social un’ecografia con scritto a lettere cubitali “IL MIO CALCOLO RENALE” equivale all’annunciare al mondo di essere incinta.

Il calcolo è ancora lì, nove mesi dopo.

Un po’ come la laurea al DAMS perché “andavi sempre al cinema al liceo”.

Sorvolo sui mariti, per quelli non ho idea.

La vita di paese è scandita dai rintocchi delle campane, dai flussi dei turisti in ciabatte e dalle chiacchiere ingigantite della piazza.

La vita di paese, vicoli stretti o meno, è una vita alla quale non mi abituerò mai.

Mi telefoni o no. Il giorno in cui l’EMAI apparve, ma sparì subito dopo.

E poi succede.

Succede che in un’anonima mattina infrasettimanale Gmail ti notifica che l’Emai – ovvero quella email che non arriva mai – cessa di diventare una creatura mitologica e diventa qualcosa di concreto.

La vedi, è lì. Non puoi toccarla come se fosse una lettera vecchia maniera, di quelle col francobollo e i bordi blu e rossi, ma è lì e tu la vedi.

Senti una scarica di adrenalina prima di aprirla, ne hai quasi un timore reverenziale.

Click.

“Gentile Je, Malausséne, grazie per il tuo interesse per l’ “azienda xyx”, sarebbe meraviglioso parlarne il giorno y, alle ore x, per approfondire attraverso un colloquio telefonico. A presto.”

L’adrenalina a questo punto è alle stelle: Fabio Grosso ha appena segnato l’ultimo rigore a Berlino, siamo campioni del mondo. 

Sei incredulo. Il timore reverenziale per aver assistito all’arrivo di una creatura mitica ti fa tremare prima di cliccare sul tasto rispondi e sei tremolante anche mentre scrivi che per te va benissimo e che sì, al giorno y alle ore x ci sarai e che non vedi l’ora.

Controlla eventuali errori di ortografia.

Click.

Risposta inviata.

Il timore reverenziale e il rispetto nei confronti dell’Emai a questo punto si tramuta in ottimismo. Essa esiste. Ne hai le prove, vorresti gridarlo al mondo, ma sei scaramantico e tieni per te questa notizia.Amici e parenti non devono saperlo. Nemmeno il tuo cane di peluche. Bocca cucita, giurin giurello, finché non arriva questa telefonata non devi parlarne con nessuno.

Ingoi l’eccitazione, reprimi l’adrenalina, metti su la tua migliore maschera da “che palle non succede mai niente”.

Passano i giorni. Arriva il giorno y.

Sei teso come una corda di violino.

Mentre si avvicina l’ora x controlli spasmodicamente il telefono, sbrogli gli auricolari, metti anche un’immagine del profilo decente su Skype, che non si sa mai.

Ti pettini, trucchi e vesti proprio come se dovessi andare a un colloquio, ma non uno qualsiasi: è il colloquio che smentisce l’esistenza dell’Emai dopo tutto. 

L’orologio segna l’ora.

Niente.

Il telefono squilla.

Sobbalzi.

“Ciao, volevo chiederti se oggi alle sette possiamo andare a …”

Tagli corto che no, oggi hai da fare, niente aperitivo in compagnia. Ci sentiamo poi, devo tenere la linea libera. Maledici l’amica che ti ha chiamata, ma allo stesso tempo la benedici: ha preso la linea, ennesimo black out del tuo gestore scongiurato.

Tic, tac. Tic, tac.

I minuti passano, tu hai tolto tutti gli orologi analogici perché il rumore ti dà sui nervi, ma senti comunque il tempo passare.

Niente.

Silenzio.

Passa un’ora.

Ne passa un’altra. Che fare?

Decidi per la soluzione diplomatica, pensi che la vita alle risorse umane di una multinazionale sia frenetica, pensi che può capitare.

Prendi la prima e-mail, premi rispondi e con savoir faire e diplomazia fai presente che anche se è saltato l’appuntamento resti a disposizione.

Click.

Messaggio inviato.

La risposta arriva dopo poco: “Scusaci, abbiamo avuto un’emergenza, possiamo sentirci domani alla stessa ora?”. Sospiro di sollievo, non si sono dimenticati di te, ma la vita nelle multinazionali è veramente frenetica e ci può stare. Rispondi dando massima disponibilità, certo che per te va bene rimandare all’indomani alla stessa ora; dopo tutto stiamo parlando della mitica “E-Mai”, mica del sesso degli angeli.

E allora ricominci da capo, ripeti il rituale scaramantico di non dirlo a nessuno, ti assicuri di essere libera e di non prendere impegni per la nuova ora x fissata.

Ci dormi su e la mattina seguente ti alzi. Non ricordi nemmeno se hai sognato e cosa hai sognato: la scarica di adrenalina ti ha fatto dormire come un sasso.

Segui il solito rituale caffè-sigaretta-doccia.

Controlli che il cellulare sia ben carico. Ossessivamente.

Controlli che nonostante il mal tempo e nonostante il tuo gestore sia avvezzo ai black out tutto sia apposto.

Lo è.

Accendi Skype con la tua nuova foto profilo, sempre perché non si sa mai.

Manca un’ora. Pulisci la tua stanza. Ti prendi un altro caffè. Fumi un’altra sigaretta. Poi un’altra e un’altra ancora.

Controlli che il cellulare abbia linea. Il wi-fi di casa prende bene, ottimo.

Fuori piove, ma questo è irrilevante perché l’ora x è arrivata.

Ti arriva un sms: Agos Ducato ti offre un prestito con tassi vantaggiosi. Maledici Agos Ducato e quella volta che hai comprato a rate con un loro finanziamento, sono diventati peggio dei Testimoni di Geova.

Nel frattempo è passata mezzora. Niente.

Il telefono non squilla.

Su Skype continuano ad arrivarti notifiche di un ex compagno di università che si collega e scollega ogni cinque minuti.

È passata un’ora. Silenzio.

Ricominci a sentire il tic tac immaginario di tutti gli orologi analogici che hai maledetto nella tua vita. Trento-Mercatino_dei_Gaudenti-alarm_clocks Silenzio. Attendi, come un soldato in trincea. Ti sistemi i capelli, controlli che i vestiti siano appropriati. Pensi se andranno bene gli orecchini che hai messo e se forse non sarebbe meglio stare senza.

Decidi che ha poca importanza, tanto non sai se a squillare sarà il telefono o se sentirai la fastidiosa suoneria di Skype.

Mentre pensi se la riga ti starebbe meglio centrale, a destra o a sinistra sono passate due ore e sei davanti a un piatto di spaghetti che mangi con l’orecchio puntato all’altra stanza. 

Niente. Non squilla niente e a quel punto ti rendi conto che probabilmente non squillerà più. Fai spallucce e pensi che fa parte del gioco, inutile farsi troppe domande e abbattersi.

Almeno questa volta una mail te l’hanno mandata dopo tutto, è già qualcosa.

Prendi un altro caffè e ti fumi un’altra sigaretta. La giornata è andata e la telefonata non è arrivata; pensi che forse nel frattempo hanno offerto il lavoro a qualcuno migliore di te, rifletti su come migliorare il tuo CV e a quali saranno le tue prossime mosse.

Non te la prendi, il mondo del lavoro oggi come oggi è una vasca di squali, in fondo, seppur precario, devi ringraziare che per ora tu un lavoro ce l’hai.

C’è qualcosa però che ti sfugge e ti infastidisce oltre all’idea di aver perso due mattinate ad aspettare una telefonata ed è l’assenza di spiegazioni.

Il silenzio, pensi, a volte è una delle cose più odiose che esistano. Pensi che vorresti mandar loro una email, ma sei consapevole dell’inutilità del gesto.

Continui con la tua vita, guardandoti intorno, mandando curriculum vitae a destra e manca e nel frattempo prosegui nel fare al meglio il tuo lavoro.

E poi, una mattina, il film si ripete. La multinazionale ti manda un’altra e-mail per fissarti un altro appuntamento telefonico. Ci credi poco, ma siccome nonostante tutto quella azienda ti piace molto dai la tua disponibilità. Passi la giornata senza nemmeno pensarci e non ci pensi nemmeno l’indomani mattina, nuovo D-Day per il colloquio telefonico. E fai bene, tanto in fondo lo sapevi che la telefonata non sarebbe arrivata nemmeno questa volta.

E infatti non arriva.

[Avevo già pubblicato questo post qualche settimana fa e in qualche modo mi auguravo di dargli un lieto fine.

Invece mi sono ritrovata ad aggiungere l’ennesimo colloquio disatteso senza alcuna spiegazione. Il terzo.

Non voglio aggiungere altro su quanto accaduto, quello che avevo da dire l’ho scritto direttamente alla azienda interessata, in maniera molto educata.

Non senza qualche remora, dato che il mio interesse per questa azienda era – ed è, perché al di là di tutto il servizio offerto mi piace – forte.

Niente lieto fine dunque, ma nemmeno un brutto finale. Direi piuttosto un finale deludente, ma che rispecchia fedelmente le vicessitudini che ci ritroviamo ad affrontare nel mondo del lavoro.]

EDIT: addì lunedì 30 marzo la telenovela si conclude. Arriva una mail dove mi si comunica che hanno assunto altri e la posizione non è più disponibile. #veryserious

L’E-Mai, ovvero di quelle email che non arrivano mai

Ultimamente odio le email.

Cioè, non odio le email in generale, ma solo quelle che aspetto e non arrivano mai.
Attendo, ma niente. Nessun notifica. Nessun avviso.
Tempo fa, su Facebook, scrissi che se mi fossero arrivate determinate email di risposta ad alcune mie comunicazioni precedenti avrei riacquistato la fiducia in Babbo Natale.
Niente, non ha funzionato.
Ho anche controllato lo spam, tante volte il sistema di Google le avesse arbitrariamente catalogate come spam.
Del resto se succede quando mando comunicazioni con l’email del lavoro, perché non dovrebbe succedere con Gmail?
Niente. Lo spam è solo spam.
Rimedi per allungare il pene. Che non ho.
Rinnovo del RCA per la mia auto. Che non ho.
Il re della Nigeria che mi designa come unico erede. Grazie, ma passo.
Richieste di iscrizioni a siti di incontri. No, grazie, preferisco passare.
Una volta ho ricevuto in sequenza una mail da Hitler, Mussolini, Stalin, Lenin e anche da Walt Disney. 
Però delle risposte che aspettavo niente.
E poi c’è stato venerdì, quando per una sorta di congiunzione astrale si sono sovrapposte due straordinarie coincidenze.
Il mio trentesimo compleanno e l’ultima data utile per ricevere una mail per un qualcosa che sarebbe dovuto succedere oggi. 
Ecco, quando il tuo trentesimo compleanno e la (dis)attesa di una mail con una risposta abbastanza importante coincidono, allora diciamo che il tuo umore non è dei migliori.
Aggiorna Gmail. Controlla lo spam. Sorridi e passa metà del tempo a mettere “mi piace” a chi ti fa gli auguri su Facebook. Riaggiorna Gmail. Ricontrolla lo spam. 
Niente.
Ma sei triste perché compi trent’anni? 
No, mi girano perché questa benedetta email non arriva.
E poi arriva la sera. Decidi che ormai l’email è andata, festeggi un compleanno piacevole in compagnia e pensi: Non sono gli anni, baby, sono le incazzature.
Vabbe’, fatemi ricontrollare lo spam, non si sa mai.

I vicini di casa – La timeline del disagio

Oggi avrei voluto scrivere di tante cose, ma non lo farò.

Voglio invece illustrarvi la timeline del mio disagio. Un disagio che ha nome e cognome, che ometto per privacy, in un nucleo familiare di tre persone.

Sì, perché mentre cercavo di riposare un secondo con un’emicrania pazzesca un appello ad altissima voce rivolto ad Iddio Onnipotente mi ha riportata alla realtà: io ho un problema.

Il mio problema sono i miei vicini, certificati rompicoglioni e maleducati fin dalla fine degli anni Ottanta, quando Uri Geller piegava i cucchiaini con la forza del pensiero, ma non c’era ancora Facebook per lamentarsi.

14/12/2014
Ho un sogno: paralisi permanente delle corde vocali dei miei vicini.

04/12/2014
Urla, bestemmie e televisori a tutto volume. Il mio palazzo è differente.

03/12/2014
Il mondo mi ha rubato il diritto alla pennichella pomeridiana. È giunto il momento di scendere in piazza.

24/11/ 2014
I miei vicini si lamentano della pulizia delle scale alle ore 15, quando loro possono tranquillamente smontare uno stanzino adiacente a camera mia di notte. Ogni notte. Tra le 11.45 e l’una.
(Fonti certe mi hanno riferito che vi stavate preoccupando senza loro notizie)
12/10/2014
Ve lo buco ‘sto televisore. Se siete sordi compratevi l’apparecchio, ma non fatemi sentire Domenica IN.

21/09/2014
I miei vicini potrebbero scrivere un libro: “Cinquanta sfumature di bestemmie”.

20/09/2014
I miei vicini… lasciamo perdere. Li odio.

25/08/2014
Cari vicini, se volessi guardare la televisione nel pomeriggio, l’accenderei. Perché vi ostinate a farmela ascoltare in modo coatto?

17/07/2014
Con la solita finezza e signorilità che lo contraddistingue, il vicino ci tiene a farci sapere che lui ha lavorato vent’anni più del figlio. Grazie al cazzo, oserei dire, tu ne hai 80 e tuo figlio nemmeno cinquanta. Segue solita sfilza di bestemmie che non sto qui a riportare.

12/07/2014
Non sono nemmeno le nove e il vicino ha già infranto il record stagionale di bestemmie. Si preannuncia una giornata di record mondiali.

11/07/2014
Un sentito ringraziamento a chi stamani non ha sentito la sveglia che suonava insistentemente da parecchio. Sentivo il bisogno di svegliarmi all’alba, grazie per la premura.

03/07/2014
Costringermi ad ascoltare la messa in dolby surround può essere considerato un atto di guerra da parte dei vicini?

11/06/2014
Il giorno in cui un cronista di nera verrà a chiedermi qualcosa in merito ai miei vicini, perché prima o poi verrà il giorno che si ammazzeranno tra di loro, la mia risposta sarà “peccato”. Sì, peccato che il mio codice etico e morale non mi ha consentito di ammazzarli prima che lo facessero da soli.

20/05/2007
Tra trapani, radio, televisioni e vicini urlanti la mia concentrazione è pari a zero.

09/05/2014
Le gioie della bella stagione volume due: scopro dalla soave voce della vecchia che il vecchio ha problemi di minzione, onde evitare di allagare il bagno, lo invita a sedersi. Come risposta ottiene un vai all’inferno associato alla divinità comunemente nota come Dio e un epiteto molto in voga per i socialisti dei primi anni ’90, ladro. Gioisci [paeserandomdellaprovinciatoscana], l’estate è arrivata! (Eutanasia no?)

08/95/2014
Le gioie della bella stagione. Con la finestra aperta le urla e le bestemmie dei vicini sono in dolby surround.

19/04/2014
Cari vicini, vi svelo un segreto: la porta di casa può essere chiusa senza essere sbattuta e senza accompagnarla con una bestemmia. Sorpresi?

16/04/2014
Il giorno in cui dall’appartamento accanto cesseranno le bestemmie e le urla moleste probabilmente sarò talmente stupefatta che mi prenderà un colpo.

13/01/2014
E con la messa cantata questo palazzo raggiunge nuove vette.

26/12/2013
Invece di tirare i mortaretti nella chiusa, potreste cordialmente utilizzarli a mo’ di supposta (accesi of course) per voi e per i vostri genitori che non vi fanno un pesto? Ammesso che voi siate ragazzini e non adulti…

06/12/ 2013
“Diamo fuoco alla casa, Ugo!”
L’avete già fatto il 21 luglio del 1996, stronzi!

29/11/ 2013
Un giorno morirete. E io verrò a urlare al vostro funerale e sulle vostre tombe. È una promessa.

11/11/2013
Smettetela di gridare tutti i santi giorni, vi prego. Smettetela. Non ce la posso fare.

19/10/2013
Cari vicini, avete rotto i coglioni.

17/10/2013
Cari vicini, avreste rotto i coglioni.

01/09/ 2012
I miei vicini di casa sono talmente timorati di Dio che non possono fare a meno di appellarsi a lui per qualsiasi cosa. Solitamente accompagnando il suo nome con l’appellativo di “porco”, “cane”, “lurido” e compagnia cantante. Solitamente urlando, per far raggiungere all’altissimo le loro preghiere.

Quindi amiche e amici, che i vostri vicini siano ottuagenari inclini alla bestemmia tornati a vivere nella placida provincia alla fine degli anni Ottanta, fanatici del Black&Decker, trucide che ti svegliano con la discografia di Claudio Baglioni la mattina di Pasqua, che siano ragazzi indiani che mettono colonne sonore bollywoodiane a palla dalle sette e mezza del mattino o studenti che suonano i bonghi nel cuore della notte, non disperate.

Non siete soli.

E laddove non arriveranno le vostre lamentele, le minacce di chiamare la Municipale o l’amministratore di condominio, arriverà la giustizia divina.
Sotto forma di depenalizzazione dell’omicidio dei vicini molesti.

Illustrazione di Hating Mondays

Illustrazione di Hating Mondays