Un anno senza sesso. Venti giorni senza tabacco. Una settimana di dieta.

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta. 12042717_988921961176518_6080880765109964645_n
Trentuno anni, un mese e ventitré giorni dal mio primo vagito.
Le ore non le conto, mi sembra eccessivo.
Questo è il riassunto della mia vita a oggi, 5 aprile 2016.

Un anno senza sesso. E non è nemmeno il mio record.
Facile ricordarmi la data esatta, è stato l’ultimo giorno che ci siamo viste prima di lasciarci e io ho la memoria praticamente fotografica.
Mi sono mancate le occasioni?
Forse.
Non sono mai stata una persona da sesso fine a se stesso, ma dopo trentuno anni, un mese e ventitré giorni di occasioni mancate e relazioni più o meno stabili e monogame, dopo trecentosessacinque (o trecentosessantasei?) di astinenza totale, sto rivedendo la mia posizione.
Oddio, in realtà di posizioni nella mia testa ne sto vedendo diverse e molto, molto dettagliate, ma questa è un’altra storia.
La primavera è una brutta bestia.
Ti prende l’ormonella, le Erasmus si svestono, le lesbiche escono dalle gabbie e si rasano addirittura le ascelle.
Tu c’hai l’astinenza e vai in tilt.
Finisci per strusciarti anche contro le colonne del portico di San Luca. Blasfemia.
Dato che ho rivalutato la mia posizione – e che come ho detto prima parafrasando il mio alter ego letterario “nella mia testa le posizioni sono chiarissime” -, si accettano volontarie.
Mi riservo comunque di allontanare le clienti non adeguate, che come ha pensato Olga un minimo di selezione all’ingresso male non fa. Pure se sei in astinenza.

Venti giorni senza tabacco. Circa.
Sembra un’eternità.
Nessuno mi avrebbe dato due giorni e invece tengo botta.don-t-smoke-7-1314914-1919x1274
Sarà stata la botta emotiva che mi ha spinta a fumare l’ultima sigaretta a Villa Ghigi e a buttare il tabacco nel cestino dei rifiuti a darmi la giusta motivazione e la resistenza?
Sicuramente, ma perdonatemi, non ne voglio parlare.
Il tabacco mi manca? Sì, un po’. Dopo il caffè, mentre bevo una birra, dopo il pranzo di Pasqua, dopo una riunione fiume, mentre aggiorno il blog… dopo che avrò fatto sesso vi saprò dire se mi mancherà anche in quel frangente.
Sento i benefici dell’aver smesso?
Decisamente sì. Ieri ho fatto uno scatto, mentre parlavo al telefono, per evitare di essere investita sulle strisce e, udite udite, niente fiatone. Nemmeno facendo le scale di casa mia, nel paese dai vicoli stretti che a Bologna sto al piano terra.
I sapori e gli odori sono amplificati e la mattina mi sveglio senza il cinghiale seduto sul petto e il catrame nei polmoni.
Resisterò, alla faccia del Golden Virginia.

[NB: se dovessi diventare una ex fumatrice cagacazzo, siete autorizzat* a menarmi. Forte.]

Una settimana di dieta.
Be’, non è la prima volta che mi metto a dieta e in passato ho avuto anche risultati importanti.
Ok, stare a dieta a Bologna è difficile. Ok, è difficile stare a dieta pure quando sono nel paese dai vicoli stretti visto che mio padre quando si annoia cucina e lui si annoia sempre.
Però una cosa è certa: Ugo deve sparire.
Ugo sarebbe la mia pancia, perché ingrasso solo lì.
No, il doppio mento è un gentile regalo genetico del DNA Moretti.
No, le tette non sono di adipe e restano abbondanti anche se perdo qualche kg. Le fan (e i fan) delle gemelle si rassicurino.
Addio apertitivi. Oddio, addio…diciamo che ci do un taglio, li riduco.
Addio birra. Oddio, addio… diciamo che riduco pure quella.
Oh, niente sesso, niente tabacco, dieta… almeno un po’ di birra lasciatemela, cazzo!

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta.

Il risultato è che sono iper attiva.
Mi eccito per un attaccapanni. No, non in senso sessuale. Volevo dire che mi emoziono al pensiero di avere la stanza più ordinata.
Mi sono iscritta in palestra. Nel video potrete vedere una clip di me al primo allenamento.


Cammino. Vado in bici.
Faccio le pulizie straordinarie tre volte al giorno.
Correggo bozze.
Scrivo articoli.
Twitto stronzate.
Sono talmente multitasking che riuscirei a fare l’amore, la carbonara, le parole crociate di Bartezzaghi a penna e scoprire che fine ha fatto Carmen Sandiego, tutto contemporaneamente.

Sono anche particolarmente più ironica del solito.

E modesta, soprattutto modesta.

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E ringrazia che tu un lavoro ce l’hai

E ringrazia che tu ce l’hai un lavoro.

Alzi la mano chi tra voi, in un’età indefinita tra i trenta e i quarant’anni, non si è mai sentito rivolgere questa frase.

Alzi la mano chi tra voi un lavoro ce l’ha.

Non importa se precario, non importa se sottopagato, non importa nemmeno se è in nero. E men che meno importa se hai un capo che ti tratta ai limiti del mobbing, anzi, forse quei limiti li ha anche superati.

Figuriamoci che importanza possa avere il fatto che magari, dopo aver investito tempo e soldi in un’istruzione universitaria o specializzata, l’unico impiego che riesci ad avere è assolutamente diverso da quello per il quale saresti qualificato.

Ci sono commesse che hanno passato anni a studiare lingue morte per diventare archeologhe (e nel comparto “archeologia”, sono anche fortunate).

Ci sono laureati che si sono adattati a qualsiasi cosa, pur di lavorare: probabilmente ci sono più titoli accademici dietro al bancone di un McDonald’s di quanti voi umani possiate immaginare.

Il lavoro è lavoro, sia chiaro che ad avviso di chi scrive non ci sono lavori più dignitosi di altri. Finché non mi venga richiesto esplicitamente di espletare un impiego che vada contro i miei principi etici e morali o che sia palesemente in contrasto con la legge, ogni lavoro è rispettabile.

Certo, nel mondo perfetto i nostri investimenti – e quelli dei nostri genitori – in istruzione e formazione sarebbero ricompensati, ma questo è secondario. Forse utopico nel Belpaese.

Il fatto è un altro, ovvero che noi privilegiati che un lavoro ce l’abbiamo dobbiamo ringraziare. Chi?

A volte il capo che ci ha assunto, a volte qualche astrusa entità benevola che “grazie a Dio che lo stipendio a fine mese ce l’ho”.

E non dobbiamo lamentarci. Mai. Lamentarsi è inutile, Charlie Brown, ma soprattutto è irrispettoso.

Irrispettoso nei confronti di chi? Del capo? Dell’azienda? Anche, ma soprattutto nei confronti dei nostri coetanei, amici e conoscenti che un lavoro non ce l’hanno.

Le liti peggiori che mi è capitato di avere nel mio giro di amicizie, negli ultimi anni, ruotano intorno a questo. Anzi, a volte nemmeno sono liti, ma si percepisce del risentimento, nemmeno troppo malcelato.

Io ho un lavoro, pertanto, non importa quanto questo mio lavoro possa arrecarmi disagi psico-fisici per via di contratti assurdi, stipendi minimi o di comportamenti ai confini dell’umanità dei colleghi o dei capi, io non posso parlarne, non posso lamentarmi, perché così facendo ledo la dignità di tizio che un lavoro non ce l’ha.

L’io, ovviamente, è un io generale, un io collettivo.

[I dati sulla disoccupazione giovanile sono stati pubblicati qualche giorno fa e li trovate qui.]

È un io collettivo al quale apparteniamo tutti noi. Occupati e disoccupati. Un io collettivo che va a discapito del noi collettivo. Invece di unire le nostre forze per cambiare lo status quo, ci facciamo la guerra.

Siamo tutti ricattabili e ci facciamo la guerra, abbandoniamo la solidarietà e ci creiamo motivi di conflitto.

Non mi voglio sentire una privilegiata – anche se dati statistici alla mano è innegabile che lo sia -, ma voglio anche essere libera di poter dire “ciò che faccio non mi piace” senza avere paura di offendere chi un lavoro non ce l’ha.

Questo è il paradosso, questo è quello che si è creato. Una gara a chi ce l’ha più grosso, dove per più grosso si intende il problema.

I problemi sono tanti, diversi e – ad eccezione della salute che ha il primato – tutti egualmente importanti.

Beate le partite iva, che un capo non ce l’hanno e non hanno orari. Sì, ma le partite iva di due intascano uno e spesso dopo aver lavorato cinque. Non c’è malattia. Non ci sono ferie. Non esiste maternità.

Beato chi lavora nel pubblico che ha le ferie pagate, il diritto di sciopero ed ha pure la malattia. Sì, ma ultimamente chi lavora nel pubblico è un precario e le possibilità di stabilizzazione sono pari alle probabilità di stabilire che fine ha fatto Carmen Sandiego e a volte nemmeno si ha la gentilezza di farti sapere se il tuo contratto sarà rinnovato o meno. [Digressione, è vero, diritto di sciopero, ma molti dimenticano che aderire significa rinunciare a un giorno di stipendio, come è giusto che sia; giusto non è aver paura di fare sciopero per ritorsioni contrattuali]

Beato chi ha l’attività di famiglia, che non deve sbattersi. Sì, ma magari anche se ho il padre commerciante io volevo fare l’artista.

Beato te che un lavoro ce l’hai. Sì, ma magari sono sottopagata, con un contratto ridicolo e che mi scade dopo domani senza sapere se me lo rinnoveranno. Magari il mio capo è un sociopatico, il mio collega di scrivania un serial killer e la segretaria mi fa pesanti avances sessuali mentre biascica la gomma da masticare a bocca aperta.

A furia di dire “beato chi” abbiamo finito per crearci con le nostre mani una guerra tra poveri. Sono questi i veri “Hunger Games”, (alla lettera i giochi della fame), altro che effetti speciali e ragazze di fuoco.

Siamo diventati cattivi, cinici e invidiosi. Non siamo solidali e ci facciamo la guerra, anche per motivi futili come organizzare una cena nel fine settimana.

Sicuramente a qualcuno va bene così, forse alla D’Urso, ai rettiliani o alla lobby dei curriculum europei. Io – e per io intendo io – mi sono stufata.

Ci hanno insegnato che siamo una generazione inadeguata, di sfigati e schizzinosi. E noi ci abbiamo creduto.

Ci hanno fatto credere che a trent’anni – ma anche a quaranta – sei ancora giovane, devi imparare, devi fare esperienza e acquisire competenze e che quindi, dobbiamo accettare qualsiasi cosa senza riflettere. Se non accetti sei un ingrato, sei un bamboccione, sei “choosy”.

Ci hanno anche insegnato che a trent’anni – e anche a quaranta – non importa quanto tu sia bravo e competente, hai superato la data di scadenza, non hai dinamismo, sarai improduttivo.

Ci hanno insegnato anche che, se fa comodo a qualcuno, siamo entrambe le cose, a seconda se il giorno sia pari o dispari.

Ma tutto questo non ha importanza. Perché fortunatamente un lavoro io ce l’ho. Almeno per i prossimi quindici giorni.