Il testamento Testamento: ultime volontà di una persona che intende morire il più tardi possibile, ma che ha idee precise su quello che dovrete fare dopo

Quando morirò, perché un giorno lo farò, non voglio assolutamente un funerale religioso.

Quando sarò sul punto di morire fatemi dare pure l’estrema unzione. Fate qualsiasi cosa preveda il rito ebraico in questi casi, quello cattolico, quello musulmano, induista, buddista, animista, taoista e pastafariano.

Sono sempre stata atea, ma non si sa mai e la prudenza non è mai troppa.

Se i miei organi dovessero essere utili, donateli. Se potranno servire ad allungare la vita a qualcuno, anche fosse un beone alcolizzato, io voglio che li abbia. Una seconda chance ce la meritiamo quasi tutti e comunque a me non serviranno più. Odio gli sprechi.

Donate il mio corpo alla scienza se potrà essere utile, ma dopo per favore crematemi. Non solo occuperò meno spazio, ma scongiurerò l’eventualità di tornare in caso di apocalisse zombi. Sempre perché non si sa mai. Che poi immaginate che razza di zombi potrei diventare essendo stata sapiosessuale in vita.

Fate delle mie spoglie mortali un po’ come cazzo vi pare, insomma, ma non toccate le mie tette. Quelle devono rimanere attaccate al corpo. “Tetta mia vientene con me”.

Lo so che le adorate, ma sarebbe morboso e pure parecchio inquietante se aveste programmi per le gemelle anche dopo che io sarà morta.

Però il funerale religioso no.

Vedete, io vi voglio bene e non ho alcuna intenzione di costringervi a stare un’ora, probabilmente nel giorno più caldo dell’anno perché si sa che io e la fortuna andiamo a braccetto, dentro la casa di un amico immaginario a cui non ho mai creduto ad ascoltare bla bla bla su come la mia morte faccia parte di un imperscrutabile piano di quello stesso amico immaginario di cui sopra.

Nessun angelo con la tromba mi verrà a prendere e io non voglio farvi passare un’ora della vostra vita ad ascoltare le vecchie che fanno a gara a chi dice il Padre Nostro con maggior convinzione. Tanto non le ascolta nessuno.

Nessun angelo con la tromba e nemmeno nessun diavolo col forcone, tanto probabilmente sarò morta facendo qualcosa di tremendamente e divertemente stupido, tipicamente da Irene.

Oppure a 101 anni, nel mio letto, circodata da chi mi ha voluto bene.

O di asfissia autoerotica, che tanto…

Ma anche se oggi, viva e con tanta voglia di vivere ancora a lungo, mi viene da dirmi che comunque preferirei vivere piuttosto che farmi una passeggiata in compagnia di gabbiani asessuati, quando quel giorno arriverà io sarò morta. E poco me ne importerà.

Perché nella morte io non ci ho mai visto nulla di trascendentale o mistico. Ammetto che certi pensieri, certe filosofie, possano aiutarci ad accettarla con serena rassegnazione, ma la morte è la fine. Non un inizio, non un momento di passaggio.

Io non penserò più. Non sognerò più. La chimica e le sinapsi del mio cervello fin troppo iperattivo smetteranno di funzionare. Si fermeranno e resterà soltanto il nulla, nulla se non un ammasso di tessuto connettivo e cerebrale.

Sarà il nulla. Un nulla talmente assoluto che nemmeno a Fantasia.

Sarà il vuoto. E io non ne sarò cosciente perché quando il cuore smetterà di pompare e le mie sinapsi e il mio cervello chiuderanno bottega, sarà la fine.

Nessun pensiero. Cesserò di esistere e il mio corpo non sarà altro che svariate libbre di carne. Un contenitore di carne e tessuti in decomposizione vuoto e privato di ciò che rende l’essere umano unico e vivo: il pensiero, la consapevolezza, la coscienza di sé.

Non saprò di essere morta, perché semplicemente non sarò. Irene non esisterà più.

Perché questo è la morte, un nulla in cui non potrò nemmeno rammaricarmi di essere morta. Non sarà dispiaciuta di esserlo. Non sarò nulla. I rimpianti e i rimorsi li avrò nell’istante prima che sinapsi e cuore tirino i remi in barca per sempre.

Lo so che è un pensiero terribile. Lo so che l’idea del nulla e di non essere è spaventoso, fa paura, ti fa rimanere sveglia la notte.

Ma voi non disperatevi per me, perché io sarò nulla, ma voi no.

Io non ci sarò, ma voi sì.

Piangete se vi va. Fa bene, è sano e non c’è niente di cui vergognarsi. Io lo faccio. Spesso.

Fatelo durare poco, tanto non vi sentirò. Fatelo durare quel tanto che vi basta per scaricare la tensione.

E poi ridete. Ballate. Cantate. Ubriacatevi. Ricordatevi di me e di tutte le volte che vi ho fatti ridere usando il mio superpotere di trasformare le mie sfighe in aneddoti divertenti.

Scopate.

Fate un bagno in mare.

Non perdonatemi se vi ho fatto del male, il perdono non è dovuto. Il perdono va meritato.

Continuate a ridere. Perché io non ci sarò, ma voi sì.

E allora onorate la mia memoria celebrando la vita di chi resta. Onorate la mia memoria celebrando la vita stessa.

Fanculo la Chiesa. Fanculo al prete e alle parole dei testi sacri.

Divertitevi.

Improvvisate una danza in piazza. Improvvisate un baccanale. Sentitevi vivi.

Questo è quello che dovrete fare quando un giorno, inevitabilmente, morirò.

Ma non oggi. Oggi sono ancora viva. Oggi io voglio vivere. I miei pensieri viaggiano a velocità sconosciute dalla fisica moderna.

Voglio ridere. Voglio viaggiare. Voglio scopare. Voglio innamorarmi di nuovo, prima o poi. Voglio imparare a suonare il violino. Voglio cantare nel coro degli uomini ne “L’infazia di Maria”. Voglio, voglio, voglio e voglio un sacco di cose.

Ma soprattutto, voglio vivere ancora un po’ per potervi dire “Io ve lo avevo detto”.

 

PS: sì, Maria, i miei libri li lascio a te, tranquilla.