Il numero uno

Questi sono giorni di pulizie di primavera.

Frugando nei cassetti capita di ritrovare reperti dei quali si sono perse le origini. Un pupazzetto, un bigliettino illeggibile, tonnellate di vecchia corrispondenza, foto sbiadite.

Nell’atto di frugare nei cassetti, tra l’intenzione di fare le pulizie di primavera e di trovare un Santo Graal qualsiasi, succede anche di aprire “quel” cassetto e “quel cassetto” è quello che contiene deliberatamente la vecchia corrispondenza e i tuoi vecchi Moleskine.

Quando ero poco più che adolescente avevo questa abitudine: giravo sempre con un moleskine e appuntavo ogni singolo pensiero che mi venisse in mente.

Il risultato, a distanza di oltre un decennio, è un cassetto pieno di taccuini mal conci, sfruttati fino allo stremo e pieni di ricordi – biglietti, una foglia, la carta di una caramella – e di tutto ciò che in quel periodo della mia vita mi dava da pensare.

Decido di aprirne uno, uno a caso. Ma forse il caso non esiste e mi rendo conto di aver aperto il primo delle mia lunga collezione di Moleskine salva pensieri. Il numero uno mi dà un senso di estraniamento, ma Moleskineallo stesso tempo rende il reale un po’ più reale.

Lo apro e inizio a leggere quella mia grafia che all’epoca era disordinata, in qualche modo elegante, ma disordinata a quasi illeggibile per me adesso. Mi concentro , metto a fuoco il mio modo bizzarro di scrivere alcune lettere, la z in primis, e inizio una breve escursione sul viale dei ricordi.

Ritrovo le mie ansie, gioie e preoccupazioni per la mia prima storia. Sorrido dall’infantilismo di certe frasi, sicuramente in quel periodo sono stata più emo di tutti gli attuali utenti di Tumblr, anche se, fortunatamente, non mi sono mai tagliata.

Ritrovo anche tutti i miei pensieri legati ad una adolescenza che certo non posso definire felice. Sono sempre stata, nel bene e nel male, in un certo senso diversa. Forse, nonostante l’anagrafica, sono nata trentenne e oggi me ne sento molti in più.

Leggo, nei miei vecchi appunti, di tutte le difficoltà nell’abituarmi a vivere nel paese dai vicoli stretti e con l’odore salmastro, e queste le ritrovo, in parte ancora oggi.

Avevo voglia di scrivere. Avevo la necessità di scrivere. Era un qualcosa che in qualche modo sopperiva a delle mancanze.

Ho impiegato anni prima di diventare un animale sociale e la carta ruvida del mio Moleskine – il primo tra tanti – era il mio confessore.

Tra gli appunti è uno in particolare che mi colpisce. Il primo. Se dovessi riassumere in due parole quel piccolo appunto direi che è stato il mio manifesto per iniziare a scrivere i miei pensieri.

“I miei pensieri non possono essere stupidi, qualsiasi cosa possa pensare non devo farmi scrupoli.

Per me è importante, mi segna e questo è ciò che conta.

La carta non può offendersi; la carta non tradisce; la carta ascolta muta tutto ciò che ho da dire. Siano grida di rabbia, di sconforto, urla di gioia e di sgomento; cose futili all’apparenza, o importanti. Magari veramente importanti.

Ascolta muta, non mi giudica; non sta qua a dirmi ciò che secondo lei è giusto o sbagliato. L’unico giudizio sarà quello di chi, un giorno, forse, leggerà queste righe, ma non dovrò preoccuparmene, perché ciò che mi spinge a scrivere oggi, domani sarà passato.”

Ricordo perfettamente ogni singola cosa che mi spingeva a scrivere per me stessa allora. Ed è vero, adesso ci sorrido, anche con la mia terapeuta che ogni settimana cerca di scavare un po’ in un passato che sembro aver archiviato attraverso una memoria fotografica, ma molto selettiva.

Ma cosa è che mi spinge a scrivere oggi?

Soprattutto perché, al contrario di tanti e tanti anni fa, adesso sono pronta a esporre i miei pensieri in pubblico nel mare magnum dei blog e ammennicoli vari?

Quando ho aperto questo blog mi ero ripromessa di non parlare di me. Non in senso stretto almeno, perché è scontato che ci sia sempre qualcosa di autobiografico, seppur spesso condito con invenzioni letterarie ed espedienti di fantasia.

Ho aperto un blog perché scrivere, per me, è sempre stato un po’ lavoro quando non lo ho fatto per me stessa.

Affido consapevolmente alla rete questa non riflessione e non so perché.

Prendetela per quello che è o per quello che non è. Forse solo un piccolo esercizio di retorica o un espediente per poter dare costanza all’aggiornamento di questo blog.

Una cosa però la sento certa: il richiamo della carta è tornato. Ed è un richiamo, per quanto privato, che nessun blog potrà mai sostituire.

Alla ricerca di Poggi e Volpi da vent’anni.

Sono alla ricerca di Poggi e Volpi da almeno vent’anni. 

Una ricerca spasmodica, frenetica.
Vent’anni passati a collezionare doppioni, a completare album, ma di queste due figurine niente.
Ogni tanto qualcuno diceva: “L’amico di mio cugino di ottavo grado giù al sud le ha trovate!”
Erano solo leggende metropolitane. Vanti di bambini, storielle da raccontare a ricreazione per sentirsi importanti.
Ma nessuno di noi, nel suo intimo, si è mai arreso all’evidenza che quelle due figurine non erano mai state stampate e così la ricerca di Poggi e Volpi è diventata metafora di altro.
Messi da parte gli anni dell’infanzia e quelli dell’adolescenza, oggi, nell’età adulta la ricerca di Poggi e Volpi è diventata l’equivalente della ricerca del Grande Cocomero di Linus: la ricerca di quello che non c’è. Ma che vorremmo. O forse c’è, ma non sappiamo dove cercarlo o dove guardare.
E così i Poggi e Volpi di ieri diventano la stabilità, le certezze e la serenità di oggi.
Non è forse questo che tutti noi inseguiamo seppure in maniera differente?
Stabilità nel lavoro, certezze sul futuro, serenità negli affetti. 
Sono cose che intravediamo a sprazzi, come quando scartavamo un pacchetto di gomme da masticare e intravedevano una maglietta dell’Udinese o del Bari: pensavamo subito “Eccoli! Sono loro!”… invece no. Non lo erano mai.
Però non ci davamo per vinti e continuavamo a scartare pacchetti perché qualcuno ce l’aveva fatta. Qualcuno li aveva trovati quei due dannati Poggi e Volpi. 
E anche oggi inseguiamo stabilità, certezze e serenità. Non scartiamo più pacchetti di gomma da masticare, ma cerchiamo di districarci in un mondo dove queste cose ci appaiono irraggiungibili.
E come vent’anni fa, guardiamo con diffidenza e mal celata invidia chi dice di aver trovato queste cose, ci sembra impossibile. Ci sembra solo un modo per darsi dell’arie.
Però continuiamo a cercare i nostri Poggi e Volpi e ad aspettare il nostro Grande Cocomero.
Sono vent’anni che sono alla ricerca di Poggi e Volpi e nonostante tutto credo che continuerò a cercarli, indipendentemente dal significato che attribuisco loro vent’anni dopo. 
[PS, nel caso qualcuno non sappia nulla dell’affaire Poggi e Volpi, googolate e vi si aprirà un mondo]