Outing vs coming out – Non sapevo di essere lesbica Outing vs coming out. Imposizione vs libertà

Prima di ogni altra considerazione occorre fare una precisazione squisitamente semantica: coming out e outing non sono la stessa cosa.

Non sono sinonimi. Non sono intercambiabili. Sono proprio due cose diverse ed è bene che questo punto sia chiaro, anche e soprattutto a quei giornalisti che ancora oggi confondono le due cose e contribuiscono non poco a creare incomprensioni.

La differenza tra coming out e outing è sostanziale ed è un po’ la stessa che intercorre tra libertà e imposizione.

Proviamo a rendere le cose ancora più chiare e lineari: uno avviene quando noi, in piena autonomia, decidiamo di renderci visibili, di dichiarare noi stessi al mondo e a chi ci circonda, l’altro, invece, si subisce.

Esatto, se ancora non lo aveste capito, l’outing si subisce. Contro la nostra volontà, spesso in maniera fisicamente, verbalmente e psicologicamente violenta. Avviene ogni volta in cui qualcuno, più o meno sottovoce, più o meno maliziosamente, con più o meno cattiveria, dice: “Quell* è finocchi*”.

E se vivete o avete vissuto in una piccola comunità sapete perfettamente che quel bisbiglio si propagherà come i cerchi concentrici sull’acqua dopo averci tirato un sasso: il pettegolezzo si diffonderà, si ingigantirà, magari si arricchirà di sordidi e immaginari dettagli.

Inizierai a camminare per strada e vedrai occhi e dita puntati su di te; sentirai risatine o battutine di sdegno. Potrebbero anche iniziare ad avere problemi sul posto di lavoro, negli spogliatoi o, peggio, a scuola.

Quando sei un adolescente l’outing tra i corridoi della scuola può trasformarsi facilmente in forme di bullismo – omofobico e non – che solo chi l’ha provato, anche solo in parte, può comprendere. Essere chiacchierati nei corridoi di una scuola può molto presto portare a episodi di violenza psicologia e fisica; subire l’outing a scuola può voler significare essere spint* in un angolo ed essere chiamat* “lesbiche di merda” mentre in sei o sette ti riempiono di calci e di sputi.

Subire l’outing, soprattutto in età adolescenziale quando non si hanno ancora ne le sicurezze ne le strutture e le risorse per poter affrontare serenamente un coming out, può portare a gesti estremi, quei gesti di cui abbiamo avuto l’ultimo, tragico esempio a cavallo tra Aprile e Maggio.

Perché il problema non è l’outing in sé per sé, ma il background culturale che ci sta dietro, come la becera ignoranza e omo-lesbo-transfobia nemmeno troppo velata di chi, in nome di valori in odor di Medioevo, sostiene che un omosessuale, una lesbica o un* transessuale siano degenerati, scherzi della natura contro la natura stessa.

Esiste una cura però a questa malattia dilagante, una cura che consentirà all’outing di trasformarsi in un coming out consapevole, libero e liberatorio: la cultura. Non la cultura gender, invenzione che tanto spaventa l’Adinolfi di turno, ma la cultura a 360°. E l’istruzione, un’istruzione che sia laica non solo sulla carta, quell’istruzione che in periodo illuminista trovava la sua massima espressione nel motto sapere audere.

È arrivato il momento di portare a compimento una nuova rivoluzione culturale che permetta a ognun* di noi di poter affermare la propria individualità e il proprio orientamento sessuale ad alta voce e senza avere nulla da temere, il momento in cui nessun adolescente dovrà aver paura di essere picchiato o respinto dai proprio genitori.

È arrivato il momento in cui tutt* noi potreme essere semplicemente liberi di essere.

La libertà, non per niente, è a parola d’ordine del Bologna Pride 2016: siate liber*.

 

Questo articolo, insieme a molti altri contributi, lo potrete trovare su “La Falla”, l’almanacco de Il Cassero LGBT Center di Bologna.

http://www.cassero.it/attivita/la-falla/

La matricola

Stazione di Bologna. Ore 18.30 del 26 di agosto.

Una bestemmia a denti stretti. Un’imprecazione che scivola via e si confonde tra il vociare della folla mentre il tuo treno, l’ultimo utile per tornare al paese dei vicoli stretti, lascia la stazione lasciandoti sul binario.

Una maledizione al medico che ti ha fatto aspettare due ore per confermarti una diagnosi che già sapevi. Vabbe’.

Il treno è andato e io non posso tornare nel paese dei vicoli stretti. Mi tocca passare una notte a Bologna.

Che dispiacere…come no.

L’imprecazione diventa rassegnazione, poi una sensazione di piacevole contentezza. Alla fine il medico ritardatario ti ha fatto un favore, pensi.

Mi tocca passare una notte a Bologna, coi miei amici di sempre, tra portici e bici troppo alte. Che dispiacere.

Grazie doc.

Mentre attraverso il sottopassaggio, affollato come sempre di pendolari, turisti e studenti, mentre la tua sensazione di piacevole contentezza di strasforma in felicità per questa serata regalata, la vedi.

Eccola lì.

La riconosceresti tra mille.

No, non sto parlando della donna della mia vita, ammesso che esista.

Eccola lì, dicevo, riconoscibile tra i pendolari e gli studenti fuori corso: la matricola.

Quello sguardo è inconfondibile. Un misto di eccitazione e di paura: “Ma che cazzo ci faccio in questa città dai mille portici?”.

Glielo leggi negli occhi mentre arranca con un trolley, uno zaino da campeggio, una chitarra e l’immancabile scorta di provviste della mamma.

E sai cosa le passa nella mente, sei stata matricola anche tu una volta e del resto eri arrivata a Bologna un po’ come una scappata di casa.

Nell’istante in cui la vedi arrancare pensi alla te stessa di undici anni fa, trolley, zaino da campeggio e chitarra.

Ti rivedi il giorno dell’iscrizione all’università, quando nell’arco di pochi secondi, dopo una fila interminabile, dovevi scegliere il corso di laurea.

Ok, su scienze politiche ci siamo, ma cosa faccio? Relazioni internazionali o culture e diritti umani? Trenta secondi per decidere.

Relazioni internazionali. Undici anni dopo mi mando a quel paese da sola e maledico gli esami di statistica, di economia internazionale, micro e macroeconomia. Quegli esami non c’erano nell’altro corso e a me hanno mandato due anni fuori corso.

Lo ammetto, con i calcoli sono una capra. Ad eccezione di quelli renali, per quelli sono un fenomeno.

Ricordi il momento di andare a scattare la foto tessera per il libretto, intonso, che tenevi in mano come un gattino di quelli che spopolano sul web, sognando trenta e lode e una carriera stellare. Cazzate, trenta e lode non l’ho mai preso.

All’epoca avevo i capelli cortissimi. Vi risparmio la foto. Una cresta simil punk che mi faceva sembrare un misto tra Sid Vicious e il cantante dei Green Day. Improponibile. Ero magrissima però e con la maglietta della DDR i miei capelli non lasciavano adito a dubbi sul mio orientamento sessuale: sembravo una camionista.

Mentre mi controllo il rossetto sul riflesso di una vetrina penso a quanto sia cambiata in undici anni.

La matricola è ancora là. Una che ne rappresenta mille. Duemila.

Di che anno sono quest’anno le matricole? 1996? 1997?

Porca troia come passa il tempo, a trent’anni mi sento come se potessi essere la loro mamma, prodiga di consigli su come copiare a un esame senza farsi sgamare o su come evitare gli appartamenti con l’affitto in nero.

L’affitto e la ricerca di una casa è una delle parti più tragicomiche dell’essere matricola. Può volerci un giorno o possono volerci settimane, ma una cosa è certa, non sei tu a scegliere, ma qualcuno sceglierà per te.

E tu, matricola, arrancherai per giorni, con il tuo trolley, lo zaino da campeggio, la chitarra e le libagioni della mamma. Attraverserai portici e scoprirai che il primo giorno a Bologna smentisce Lucio Dalla: nel centro di Bologna il primo giorno è facile perdersi.

Vedrai mille appartamenti. Mille stanze. Cara matricola, ti ritrovarei in case dove ti offriranno da fumare e da bere, in case dove ti offriranno di regalarti un piercing, in case dove ti faranno ottocento domande. Trovarai case fredde, case accoglienti e calde.

E alla fine la casa giusta (forse) ti sceglierà insieme ai suoi occupanti e se ti andrà bene scoprirai quant’è bello vivere con persone di regioni e nazionalità diverse.

Non voglio mentirti, matricola, potrebbe anche andare tutto a merda e finire in una casa dove ti sembrerà di vivere tra estranei. Non che mi sia successo, ma a qualche amico sì.

E poi arriverà il giorno della tua prima lezione.

E lì, cara piccola matricola del 1996 o del 1997, farai conoscenze che dureranno una vita o il tempo di un caffè.

A. e C., le prime persone che ho conosciuto, mentre spaesate cercavamo l’aula della lezioni di microeconomia, per apprendere, felicissimi che la prof. era assente. Lezione saltata.

Forse se la Bigazzi fosse stata presente quel giorno, con A. e C. non avrei fatto amicizia e non ci saremmo ritrovate a bere birra a casa di F. alle 10 del mattino.

Perché, matricola, il tuo primo anno sarà anche questo. Quello della libertà che nel tuo paese dai vicoli stretti non avevi. E allora Bologna ti sembrerà una mamma indulgente, purché tu metta qualche buon voto sul libretto per evitare le ire della tua madre biologica.

Cara matricola, ieri ti ho vista e ti riconoscerei tra mille e anche se in undici anni sono cambiate tante cose, un po’ ti invidio.

Da vecchia matricola ti consiglio solo: attenzione a Comunione e Liberazione, si nascondono ovunque cercando di catturarti nella loro rete di rosari e voti di castità.

Cara matricola, ti svelo un ultimo segreto: nel mio racconto ti ho mentito, ma dove non te lo dico.

Il numero uno

Questi sono giorni di pulizie di primavera.

Frugando nei cassetti capita di ritrovare reperti dei quali si sono perse le origini. Un pupazzetto, un bigliettino illeggibile, tonnellate di vecchia corrispondenza, foto sbiadite.

Nell’atto di frugare nei cassetti, tra l’intenzione di fare le pulizie di primavera e di trovare un Santo Graal qualsiasi, succede anche di aprire “quel” cassetto e “quel cassetto” è quello che contiene deliberatamente la vecchia corrispondenza e i tuoi vecchi Moleskine.

Quando ero poco più che adolescente avevo questa abitudine: giravo sempre con un moleskine e appuntavo ogni singolo pensiero che mi venisse in mente.

Il risultato, a distanza di oltre un decennio, è un cassetto pieno di taccuini mal conci, sfruttati fino allo stremo e pieni di ricordi – biglietti, una foglia, la carta di una caramella – e di tutto ciò che in quel periodo della mia vita mi dava da pensare.

Decido di aprirne uno, uno a caso. Ma forse il caso non esiste e mi rendo conto di aver aperto il primo delle mia lunga collezione di Moleskine salva pensieri. Il numero uno mi dà un senso di estraniamento, ma Moleskineallo stesso tempo rende il reale un po’ più reale.

Lo apro e inizio a leggere quella mia grafia che all’epoca era disordinata, in qualche modo elegante, ma disordinata a quasi illeggibile per me adesso. Mi concentro , metto a fuoco il mio modo bizzarro di scrivere alcune lettere, la z in primis, e inizio una breve escursione sul viale dei ricordi.

Ritrovo le mie ansie, gioie e preoccupazioni per la mia prima storia. Sorrido dall’infantilismo di certe frasi, sicuramente in quel periodo sono stata più emo di tutti gli attuali utenti di Tumblr, anche se, fortunatamente, non mi sono mai tagliata.

Ritrovo anche tutti i miei pensieri legati ad una adolescenza che certo non posso definire felice. Sono sempre stata, nel bene e nel male, in un certo senso diversa. Forse, nonostante l’anagrafica, sono nata trentenne e oggi me ne sento molti in più.

Leggo, nei miei vecchi appunti, di tutte le difficoltà nell’abituarmi a vivere nel paese dai vicoli stretti e con l’odore salmastro, e queste le ritrovo, in parte ancora oggi.

Avevo voglia di scrivere. Avevo la necessità di scrivere. Era un qualcosa che in qualche modo sopperiva a delle mancanze.

Ho impiegato anni prima di diventare un animale sociale e la carta ruvida del mio Moleskine – il primo tra tanti – era il mio confessore.

Tra gli appunti è uno in particolare che mi colpisce. Il primo. Se dovessi riassumere in due parole quel piccolo appunto direi che è stato il mio manifesto per iniziare a scrivere i miei pensieri.

“I miei pensieri non possono essere stupidi, qualsiasi cosa possa pensare non devo farmi scrupoli.

Per me è importante, mi segna e questo è ciò che conta.

La carta non può offendersi; la carta non tradisce; la carta ascolta muta tutto ciò che ho da dire. Siano grida di rabbia, di sconforto, urla di gioia e di sgomento; cose futili all’apparenza, o importanti. Magari veramente importanti.

Ascolta muta, non mi giudica; non sta qua a dirmi ciò che secondo lei è giusto o sbagliato. L’unico giudizio sarà quello di chi, un giorno, forse, leggerà queste righe, ma non dovrò preoccuparmene, perché ciò che mi spinge a scrivere oggi, domani sarà passato.”

Ricordo perfettamente ogni singola cosa che mi spingeva a scrivere per me stessa allora. Ed è vero, adesso ci sorrido, anche con la mia terapeuta che ogni settimana cerca di scavare un po’ in un passato che sembro aver archiviato attraverso una memoria fotografica, ma molto selettiva.

Ma cosa è che mi spinge a scrivere oggi?

Soprattutto perché, al contrario di tanti e tanti anni fa, adesso sono pronta a esporre i miei pensieri in pubblico nel mare magnum dei blog e ammennicoli vari?

Quando ho aperto questo blog mi ero ripromessa di non parlare di me. Non in senso stretto almeno, perché è scontato che ci sia sempre qualcosa di autobiografico, seppur spesso condito con invenzioni letterarie ed espedienti di fantasia.

Ho aperto un blog perché scrivere, per me, è sempre stato un po’ lavoro quando non lo ho fatto per me stessa.

Affido consapevolmente alla rete questa non riflessione e non so perché.

Prendetela per quello che è o per quello che non è. Forse solo un piccolo esercizio di retorica o un espediente per poter dare costanza all’aggiornamento di questo blog.

Una cosa però la sento certa: il richiamo della carta è tornato. Ed è un richiamo, per quanto privato, che nessun blog potrà mai sostituire.

Alla ricerca di Poggi e Volpi da vent’anni.

Sono alla ricerca di Poggi e Volpi da almeno vent’anni. 

Una ricerca spasmodica, frenetica.
Vent’anni passati a collezionare doppioni, a completare album, ma di queste due figurine niente.
Ogni tanto qualcuno diceva: “L’amico di mio cugino di ottavo grado giù al sud le ha trovate!”
Erano solo leggende metropolitane. Vanti di bambini, storielle da raccontare a ricreazione per sentirsi importanti.
Ma nessuno di noi, nel suo intimo, si è mai arreso all’evidenza che quelle due figurine non erano mai state stampate e così la ricerca di Poggi e Volpi è diventata metafora di altro.
Messi da parte gli anni dell’infanzia e quelli dell’adolescenza, oggi, nell’età adulta la ricerca di Poggi e Volpi è diventata l’equivalente della ricerca del Grande Cocomero di Linus: la ricerca di quello che non c’è. Ma che vorremmo. O forse c’è, ma non sappiamo dove cercarlo o dove guardare.
E così i Poggi e Volpi di ieri diventano la stabilità, le certezze e la serenità di oggi.
Non è forse questo che tutti noi inseguiamo seppure in maniera differente?
Stabilità nel lavoro, certezze sul futuro, serenità negli affetti. 
Sono cose che intravediamo a sprazzi, come quando scartavamo un pacchetto di gomme da masticare e intravedevano una maglietta dell’Udinese o del Bari: pensavamo subito “Eccoli! Sono loro!”… invece no. Non lo erano mai.
Però non ci davamo per vinti e continuavamo a scartare pacchetti perché qualcuno ce l’aveva fatta. Qualcuno li aveva trovati quei due dannati Poggi e Volpi. 
E anche oggi inseguiamo stabilità, certezze e serenità. Non scartiamo più pacchetti di gomma da masticare, ma cerchiamo di districarci in un mondo dove queste cose ci appaiono irraggiungibili.
E come vent’anni fa, guardiamo con diffidenza e mal celata invidia chi dice di aver trovato queste cose, ci sembra impossibile. Ci sembra solo un modo per darsi dell’arie.
Però continuiamo a cercare i nostri Poggi e Volpi e ad aspettare il nostro Grande Cocomero.
Sono vent’anni che sono alla ricerca di Poggi e Volpi e nonostante tutto credo che continuerò a cercarli, indipendentemente dal significato che attribuisco loro vent’anni dopo. 
[PS, nel caso qualcuno non sappia nulla dell’affaire Poggi e Volpi, googolate e vi si aprirà un mondo]