Stazione di Bologna. Ore 18.30 del 26 di agosto.

Una bestemmia a denti stretti. Un’imprecazione che scivola via e si confonde tra il vociare della folla mentre il tuo treno, l’ultimo utile per tornare al paese dei vicoli stretti, lascia la stazione lasciandoti sul binario.

Una maledizione al medico che ti ha fatto aspettare due ore per confermarti una diagnosi che già sapevi. Vabbe’.

Il treno è andato e io non posso tornare nel paese dei vicoli stretti. Mi tocca passare una notte a Bologna.

Che dispiacere…come no.

L’imprecazione diventa rassegnazione, poi una sensazione di piacevole contentezza. Alla fine il medico ritardatario ti ha fatto un favore, pensi.

Mi tocca passare una notte a Bologna, coi miei amici di sempre, tra portici e bici troppo alte. Che dispiacere.

Grazie doc.

Mentre attraverso il sottopassaggio, affollato come sempre di pendolari, turisti e studenti, mentre la tua sensazione di piacevole contentezza di strasforma in felicità per questa serata regalata, la vedi.

Eccola lì.

La riconosceresti tra mille.

No, non sto parlando della donna della mia vita, ammesso che esista.

Eccola lì, dicevo, riconoscibile tra i pendolari e gli studenti fuori corso: la matricola.

Quello sguardo è inconfondibile. Un misto di eccitazione e di paura: “Ma che cazzo ci faccio in questa città dai mille portici?”.

Glielo leggi negli occhi mentre arranca con un trolley, uno zaino da campeggio, una chitarra e l’immancabile scorta di provviste della mamma.

E sai cosa le passa nella mente, sei stata matricola anche tu una volta e del resto eri arrivata a Bologna un po’ come una scappata di casa.

Nell’istante in cui la vedi arrancare pensi alla te stessa di undici anni fa, trolley, zaino da campeggio e chitarra.

Ti rivedi il giorno dell’iscrizione all’università, quando nell’arco di pochi secondi, dopo una fila interminabile, dovevi scegliere il corso di laurea.

Ok, su scienze politiche ci siamo, ma cosa faccio? Relazioni internazionali o culture e diritti umani? Trenta secondi per decidere.

Relazioni internazionali. Undici anni dopo mi mando a quel paese da sola e maledico gli esami di statistica, di economia internazionale, micro e macroeconomia. Quegli esami non c’erano nell’altro corso e a me hanno mandato due anni fuori corso.

Lo ammetto, con i calcoli sono una capra. Ad eccezione di quelli renali, per quelli sono un fenomeno.

Ricordi il momento di andare a scattare la foto tessera per il libretto, intonso, che tenevi in mano come un gattino di quelli che spopolano sul web, sognando trenta e lode e una carriera stellare. Cazzate, trenta e lode non l’ho mai preso.

All’epoca avevo i capelli cortissimi. Vi risparmio la foto. Una cresta simil punk che mi faceva sembrare un misto tra Sid Vicious e il cantante dei Green Day. Improponibile. Ero magrissima però e con la maglietta della DDR i miei capelli non lasciavano adito a dubbi sul mio orientamento sessuale: sembravo una camionista.

Mentre mi controllo il rossetto sul riflesso di una vetrina penso a quanto sia cambiata in undici anni.

La matricola è ancora là. Una che ne rappresenta mille. Duemila.

Di che anno sono quest’anno le matricole? 1996? 1997?

Porca troia come passa il tempo, a trent’anni mi sento come se potessi essere la loro mamma, prodiga di consigli su come copiare a un esame senza farsi sgamare o su come evitare gli appartamenti con l’affitto in nero.

L’affitto e la ricerca di una casa è una delle parti più tragicomiche dell’essere matricola. Può volerci un giorno o possono volerci settimane, ma una cosa è certa, non sei tu a scegliere, ma qualcuno sceglierà per te.

E tu, matricola, arrancherai per giorni, con il tuo trolley, lo zaino da campeggio, la chitarra e le libagioni della mamma. Attraverserai portici e scoprirai che il primo giorno a Bologna smentisce Lucio Dalla: nel centro di Bologna il primo giorno è facile perdersi.

Vedrai mille appartamenti. Mille stanze. Cara matricola, ti ritrovarei in case dove ti offriranno da fumare e da bere, in case dove ti offriranno di regalarti un piercing, in case dove ti faranno ottocento domande. Trovarai case fredde, case accoglienti e calde.

E alla fine la casa giusta (forse) ti sceglierà insieme ai suoi occupanti e se ti andrà bene scoprirai quant’è bello vivere con persone di regioni e nazionalità diverse.

Non voglio mentirti, matricola, potrebbe anche andare tutto a merda e finire in una casa dove ti sembrerà di vivere tra estranei. Non che mi sia successo, ma a qualche amico sì.

E poi arriverà il giorno della tua prima lezione.

E lì, cara piccola matricola del 1996 o del 1997, farai conoscenze che dureranno una vita o il tempo di un caffè.

A. e C., le prime persone che ho conosciuto, mentre spaesate cercavamo l’aula della lezioni di microeconomia, per apprendere, felicissimi che la prof. era assente. Lezione saltata.

Forse se la Bigazzi fosse stata presente quel giorno, con A. e C. non avrei fatto amicizia e non ci saremmo ritrovate a bere birra a casa di F. alle 10 del mattino.

Perché, matricola, il tuo primo anno sarà anche questo. Quello della libertà che nel tuo paese dai vicoli stretti non avevi. E allora Bologna ti sembrerà una mamma indulgente, purché tu metta qualche buon voto sul libretto per evitare le ire della tua madre biologica.

Cara matricola, ieri ti ho vista e ti riconoscerei tra mille e anche se in undici anni sono cambiate tante cose, un po’ ti invidio.

Da vecchia matricola ti consiglio solo: attenzione a Comunione e Liberazione, si nascondono ovunque cercando di catturarti nella loro rete di rosari e voti di castità.

Cara matricola, ti svelo un ultimo segreto: nel mio racconto ti ho mentito, ma dove non te lo dico.