“E così anche V. si è sposata.”

Dice forse l’unica mia ex compagna di classe non sposata mentre ci avviamo al ricco banchetto post cerimonia.

Io penso che sì, V. si è sposata e insieme a lei si è sposato L.. Ma penso anche domani si sposerà G. e insieme a lei R.

Perchè, tralasciando il massacro di due matrimoni in due giorni, per sposarsi bisogna necessariamente essere in due. In teoria bisogna amarsi, e nei casi specifici non ho dubbi.

Ma sicuramente, qui in Italia, per sposarti devi essere un uomo e una donna. Tassativo. Non si scappa.

Forse è per questo che i matrimoni a me mettono un po’ tristezza, e non me ne vengano gli sposi, forse perché guardo un qualcosa che io, donna omossessuale di trent’anni, in questo paese forse non avrò mai, un po’ di tristezza – e anche sana invidia – non la puoi evitare.

Almeno di non fare come A. e A., che in barba a ogni legge inesistente si sono organizzati una cerimonia che legalmente non vale nulla, ma a livello simbolico vale tutto.

E poi arrivano ceffi come Adinolfi o Paola Binetti.

Le dichiarazioni di Paola Binetti, che non linkerò, risuonano più o meno come “a che serve legalizzare le unioni omosessuali se tanto si può cambiare sesso”.

E chi glielo va a spiegare alla povera Paola che essere omosessuali ed essere transgender è una cosa differente? Chi glielo va a dire che la fantomatica teoria del gender esiste solo nella testa di certi estremisti cattolici quando si sta solo cercando di superare gli stereotipi di genere.

Avete presente quelle frasi “I maschi giocano a calcio, le femmine con le bambole”? No, allora ve lo faccio spiegare da questi amici miei, ai quali ho prestato la voce: La profezia di Dorian Gray.

Ora cara Paola, tornando al matrimonio che io non posso avere, voglio dirti un paio di cose. Il ragionamento è semplice e credo che possa seguirlo chiunque.

Il disco rotto ripete: “Il matrimonio è fondato da uomo e donna e sulla famiglia”.

E già qui, cara Paola, sta il primo errore. Il matrimonio, per questa umile trentenne che di alta filosofia teologica non capisce un cazzo, è fondato sull’amore.

E io che l’amore ho creduto di conoscerlo, l’ho sfiorato, penso: se il vero amore è forte anche solo la metà di ciò che io ho provato, allora è il collante più potente di tutti.

Più potente della firma di un contratto davanti a un ufficiale dello Stato Civile, ma quella firma, cara Paola che sospetto che tu l’amore non sappia cos’è, è necessaria.

Necessaria per accedere a dei diritti che ad oggi non sono riconosciuti ed è inutile che te li elenchi.

Cara Paola, le unioni civili, se proprio non vuoi chiamarle matrimonio e se proprio non ti entra in testa la differenza tra omosessuale e transessuale, sono un atto di civiltà: significano riconoscere a due persone che si amano diritti e doveri, che possono essere una bella cosa, ma anche una rottura di palle.

Ma guarda un po’, noi che all’amore ci crediamo e pensa, crediamo anche alla famiglia omoparentale, saremmo ben felici di sottoscrivere quel contratto.

Cara Paola, l’amore è il fondamento di una famiglia e unica base di un matrimonio. E ti ripeto, se io l’ho solo sfiorato, dalle tue parole posso solo immaginare che a te ti abbia proprio mancata.

Paola, fai una cosa, innamorati. Di un uomo. Di una donna. Dell’uno e dell’altro. Ma innamorati sul serio e poi prova a immaginare che tu e l’amore della tua vita agli occhi dello Stato non sarete niente. Fa male eh? Forse no. Forse l’idea non sfiora né te né Adinolfi, che si è sposato pure a Las Vegas, tempio della cristianità riconosciuto.

Se l’amore basta, cara Paola, lascia che basti e non mettere bocca in argomenti che nemmeno puoi sognare di comprendere.

Se l’amore basta, cara Paola, lasciaci mettere questa benedetta firma davanti a un ufficiale di stato civile.

Che  sai com’è, se dovessi incontrarlo io, il vero amore, vorrei tanto poterlo fare, come V. e L. e G. e R. e tutti i miei amici e parenti che hanno avuto questa possibilità.

Cordialmente,

Je, Malaussène