Olga e l’otto pieno. Il ritorno di Olga

– Perché quando siamo insieme la gente mi guarda male?

 

La domanda, secca, spezzò il piacevole silenzio di un pomeriggio primaverile, il primo in cui concedersi il lusso di una birra fresca buttate in un parco.

Olga alzò il sopracciglio destro guardando perplessa la sua amica Barbara, seduta accanto a lei e intenta a fissare una bottiglia di Peroni scrostandone l’etichetta.

 

– Perché quando siamo insieme la gente mi guarda male?

 

Olga scrollò le spalle e rispose:

 

– Be’, è facile immagino. Staranno pensando “ma cosa ci fanno quelle due insieme?”.

 

Barbara distolse finalmente gli occhi dalla bottiglia e guardò Olga con sguardo perplesso.

 

– In che senso?

 

– Nel senso, guardaci, – Olga posò la sua bottiglia in terra e con un gesto un po’ sgraziato indicò lo spazio tra lei e Barbara, – tu sei un otto pieno.

 

– Un otto pieno?

 

Olga sbuffò chiedendosi come fosse possibile che Barbara non avesse capito cosa intendesse. Recuperò la birra ormai calda, si girò una sigaretta e riprese a parlare sotto lo sguardo curioso di Barbara.

 

– Tu sei un otto pieno. Guardati. Poi guarda me. Io… Be’, io sono un “è brava, ma non si applica”. Esteticamente, Barbara, siamo veramente una coppia di amiche male assortite.

 

– Vaffanculo, Olga…

 

Olga avrebbe dovuto prevedere il pugno sulla spalla che Barbara, leggermente imbarazzata, le sferrò. Colta un po’ di sorpresa finse una faccia offesa e dolorante, poi, fece ciò che da sempre le riusciva meglio: regalò a Barbara il suo miglior sorriso da politica in carriera e le mostrò il dito medio.

Nonostante il cattivo assortimento fisico tra le due, Olga era contenta di avere un’amica come Barbara.

E vaffanculo alla più bella del reame.

 

Dedicato a chi so io. E a tutte le Olga e Barbara del mondo.

31 stagioni, quasi 32 Lo scorrere del tempo in funzione delle serie tv

Mi chiamo Irene e ho 31 stagioni. Quasi 32.

Sì, perché ieri sera, leggendo un post di un’amica, mi sono resa conto di una cosa. Mi sono resa conto di aver smesso di calcolare il tempo usando gli standard universalmente riconosciuti.

Lo scorrere del tempo per me non è più dettato dal susseguirsi di ore, giorni, settimane, mesi, anni e stagioni.

Forse stagioni sì. Non nel senso classico del termine, quanto piuttosto nel senso di “a che stagione è arrivata questa o quella serie tv?”.

Sono sicura che questa cosa succeda anche a voi, pensateci bene.

Nel 2016 abbiamo smesso di pensare che anno stiamo vivendo e abbiamo iniziato a pensare a quale stagione siamo arrivati.

Quelle che una volta erano le settimane sono solo il tempo che trascorre tra un episodio e l’altro.

Quando le serie vanno in hiatus, solitamente da novembre a marzo e poi nella stagione estiva, noi smettiamo di misurare il tempo. A parte per imprescindibili impegni lavorativi che ci costringono a ricominciare a utilizzare il calendario giuliano. O forse usiamo quello gregoriano. Non mi ricordo, non sta in nessuna delle serie che seguo.

Così noi non sappiamo più che è lunedì. No, il lunedì è il giorno di Once Upon A Time e, per poche intense settimane l’anno, di Game of Thrones.

Il venerdì è quello di Grey’s Anatomy.

Il giorno di Doctor Who è un mistero come il vero nome del dottore.

Anche le nostre vite assumono i contorni di una serie televisiva.

Abbiamo trame, guest star, recurring characters e personaggi vari che vorremmo sfanculare in tre,due, uno. Ma evidentemente gli autori non la pensano così.

Quindi, per dire, vi posso suddividere la mia vita in questo modo.

L’infanzia è quel periodo in cui c’era Beverly Hills e tutte eravamo impegnate a discutere se fosse meglio Brandon o Dylan.

Gli anni delle elementari, medie e superiori erano quelli di ER. Il che spiega un po’ la mia ipocondria.

E di Ally McBeal, che quasi mi aveva convinta a fare giurisprudenza. Insieme a Jag – Avvocati in divisa, ma prima che diventasse un telefilm di propaganda repubblicana.

E Jarod il camaleonte? Ce lo siamo scordato?

Ah, la spensieratezza di Friends

Ma erano anche gli anni di The X-Files e Twin Peaks guardati di nascosto.

All’università ci sono stati Dottor House – eccolo, eccolo il motivo dell’ipocondria -, Boris (e io continuo a rimanere F4-mente basita), Supernatural, mai Lost, e soprattutto Dexter, perché i cattivi sono i migliori. Soprattutto quelli che forse non lo sono.

E The L-Word. Che mannaggiaacristo e quando hanno tolto Marina e vivaddio quando hanno ammazzo Jenny. E che soprattutto ha rovinato un’intera generazione di lesbiche col taglio alla Shane.

 

Dieci stagioni di The X-Files.

Perché non ho mai veramente trovato un equilibrio tra la mia parte razionale e quella che canta insieme a Finardi di extraterrestri che devono portarmi via. Nonostante il segreto di Stato e l’Area 51 (chi sa, sa).

Quattro di Orange is The New Black.

Perché Laura Prepon è una figa della madonna.

Sei di Game of Thrones.

Perché sì.

Tre di Millennium.

Perché è un capolavoro incompreso.

Una di Flashforward.

Perché è la metafora del mai una gioia.

Due di Lie to me.

Perché l’hanno interrotto proprio quando Cal ammette di amare Gillian ed è un po’ il riassunto delle mie relazioni.

Cinque, quasi, sei di Once Upon a Time.

Perché in fondo in fondo all’amore io ci credo, come cantava Milly.

Mi chiamo Irene, ho 31 stagioni. Quasi 32. E la mia donna ideale non è quella che mi porta dei fiori, ma quella che in un orecchio mi sussurra: “Amore, facciamo l’abbonamento a Netflix?”.

E se non arriva presto il 25 settembre faccio una strage.

Sii un leone.

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Una mia amica, durante una delle mie sessioni di lamentela, mi ha detto:

“Domattina, appena ti alzi, vai davanti allo specchio e ripeti a te stessa ‘sono un leone, sono un leone, sono un leone’.”

“Devo anche ruggire?”

“Se ti aiuta, sì.”

Io ci ho provato, ve lo giuro. Mi sono guardata allo specchio, dritta nelle occhiaie e mi sono detta: “Sono un leone”.

Poi è arrivata quella grandissima stronza della vocina nella mia testa che mi ha detto: “Cazzo stai a di’, sei di febbraio, sei un acquario.”

Ho provato a controbattere, ma la mia vocina non ha sentito ragioni.

Allora io alla mia vocina voglio dire un paio di cose, che magari se le metto nero su bianco le legge, perché scripta manent pure per la coscienza.

Voglio dire alla mia vocina che se io fossi veramente un leone mi eviterei un sacco di seghe mentali.

Pensaci vocina, se invece di essere l’acquar-leone codardo avessimo – io e te vocina, che siamo la stessa cosa, ma diversa – seguito la strada di mattoni gialli ci saremmo prese ciò che volevamo.

Forse no, ma quanto meno ci avremmo provato e non saremmo qui a pensare ai se, ai ma, ai forse e ai “mi stavo cagando sotto”. Compris?

Vedi vocina nella mia testa che mi fai essere ignava, se fossi un po’ più coraggiosa forse la mia vita sarebbe meno complicata. Meno noiosa.

Se fossi più coraggiosa forse riuscirei a dire, a fare, a chiarire, a dichiarare. Invece di farmi discorsi bellissimi o cazzutissimi – a seconda dello scenario della mia fantasia pre fase REM o sotto la doccia – tutti nella mia testa, li farei alle persone interessate.

Pensa vocina, come sarebbe bello poter dire ad alta voce, in ordine rigorosamente sparso:

  • “Mi piaci”
  • “Facciamoci una scopata e poi amiche come prima”
  • “Mi stai veramente sul cazzo”
  • “Ridammi quei cinque euro che ti ho prestato figlio di grandissima lavoratrice”
  • “Ti voglio bene”
  • “Scusa, ma i cinquanta euro per quel lavoro là?

Vedi vocina, ti ho fatto solo una manciata di esempi, ma considera le infinite possibilità di avere le ovaie di dire certe cose? Comprendi quanto tempo prezioso risparmieremmo io e te? Tempo che potremmo passare in modo più piacevole, che ne so, a fare l’amore magari, che visto che l’abbiamo detto magari poi viene fuori di essere pure ricambiate.

Non è fantascienza, vocina, non ci manca niente a noi. Forse un paio di centimetri, ma siamo apposto. E poi, una volta che ci si dichiara, oh, se l’interesse non è ricambiato si va avanti. Morta una papessa se ne fa un’altra e via verso l’infinito e oltre.

Pensa a cosa avresti potuto fare con quei cinquanta euro? Oppure a quanto meno stressante sarebbe non dover fingere che questa o quella persona ci piaccia quando invece proprio ci sta sul cazzo?

Vocina, io e te il coraggio da qualche parte ce l’abbiamo e qualche volta l’abbiamo dimostrato.

Smettiamola di essere acquario.

Roar.

 

 

 

Ho amore per tutti… tranne che per te! Amore ed esperimenti in agenzia

Io e i Majonese – proprio quelli dei panini – ci siamo messi in testa di raccontare storie.

Ne condivido una con voi, avendo per protagonista la cara Olga.

Non c’è niente di autobiografico e ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale e frutto di un brainstorming in agenzia.

Se vi ci riconoscere, avete la coda di paglia.

Per leggere le altre storie, date un’occhiata al sito di Majonese o alla pagina Facebook, divertimento assicurato.

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Questa è una storia. Una storia  che, da qualche parte nel mondo, potrebbe essere accaduta davvero.
C’era una volta una ragazza, una ragazza che per comodità chiameremo Olga.
Olga era una ragazza simpatica, non stupenda, ma aveva un perché.
Olga era anche un po’ sfigata, soprattutto con le relazioni personali.
Olga aveva tanto amore da dare, ma non sapeva a chi e comunque sembrava che le persone non lo volessero; non da Olga quantomeno.
Un giorno Olga incontrò Fatima.
Fatima sembrava una tipa ok. Fatima invitava Olga a fare due passi, a prendere un caffè o una birra.
Fatima sembrava un’anima gentile.
Un giorno Olga trovò un mazzo di fiori davanti alla sua porta. Non c’era alcun biglietto, ma Olga pensò che comunque fosse un gesto carino e scrollò le spalle.
Due giorni dopo trovò un anello nella cassetta delle lettere. Olga pensò che qualcuno avesse sbagliato destinatario e lo conservò aspettando che qualcuno venisse a reclamarlo.
Era un giovedì quando Olga incontrò Maria Chiara, un’amica di Fatima che aveva visto soltanto un paio di volte.
“Sono contenta della bella notizia!”, esclamò Maria Chiara.
Olga fece mente locale, non riuscendo a capire a quale bella notizia facesse riferimento, visto che ultimamente la sua vita era stata piuttosto monotona.
Maria Chiara notò il suo sbigottimento e la rassicurò: “Non preoccuparti, Fatima mi ha detto tutto, puoi fidarti, non lo dirò a nessuno che vi siete fidanzate.”
Vi.
Siete.
Fidanzate.
Olga non poteva credere alle sue orecchie. Fidanzata a sua insaputa dopo anni di solitudine.
All’improvviso i fiori, l’anello e altri piccoli regali anonimi che si erano palesati alla sua porta acquisirono un senso.
Inquietante, molto inquietante, ma comunque avevano senso.
Olga realizzò di avere una stalker.
Mentre andava dai Carabinieri a denunciare Fatima, Olga le mandò un sms, l’ultimo: “Ho amore per tutti…tranne che per te!”

 

Foto scattata presso l’ex Zincaturifico Bolognese, via Stalingrado 65. R.U.S.CO., Recupero Urbano Spazi Comuni

 

 

L’amica di tutte e l’amante di nessuna

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Olga sapeva che sarebbe andata a finire così. Ne era certa.

Certi schemi, e lei lo sapeva fin troppo bene, tendevano a ripetersi infinite volte nella sua vita. Un circolo vizioso dal quale difficilmente era riuscita a uscire.

Amica di tutte e amante di nessuna, così l’avevano definita. E lei ovviamente ci aveva riso su, come suo uso, come se veramente una scrollata di spalle e una battuta di spirito potessero permettere a ogni cosa di scivolarle addosso.

Ma sì, Olga lo sapeva bene dopotutto. Lo schema si era ripetuto tante e tante di quelle volte che ormai sarebbe stata in grado di anticipare con esattezza ogni gesto, ogni parola e ogni sguardo che avrebbe portato comunque a quell’unica conclusione.

Ti vedo come un’amica, Olga.

Sì, anche lei si vedeva bene come un’amica, ma insomma, qualcosa di diverso non le sarebbe dispiaciuto, almeno per cambiare.

Invece no, fatte salve alcune parentesi – fortunate o meno era sempre questione di punti di vista -, Olga rimaneva l’amica di tutte e l’amante di nessuna.

Ogni tanto, certe sere, si fermava a rifettere sul motivo di questo status. Doveva ammettere di aver respinto le avanches di alcune signore, ma del resto, è poi così disdicevole non voler prendere in giro nessuna e fare un po’ di selezione?

Forse le sue mire erano troppo ambiziose. Forse dall’esterno, dietro alla corazza di cinica ironia che si era costruita, emergevano comunque le sue debolezze. Forse dava l’idea di essere troppo bisognosa di affetto. O di non esserlo affatto.

O forse… forse Olga dopotutto sapeva dove stava sbagliando. Forse alla fine dei conti ad Olga non dispiaceva essere l’amica di tutte e l’amante di nessuna.

Olga sapeva che sarebbe andata a finire così anche questa volta e onestamente le piaceva pensare che non gliene importasse un granché.

Olga era bravissima a mentire.

Soprattutto a se stessa.

 

 

In panino we trust. Una storia di amore e condimenti.

 

Vi voglio raccontare una storia.

Una storia surreale, fatta di panini, amore e condimenti. Forse anche un po’ fatt

a della stessa sostanza di cui son fatti i nostri…no, stronzate, è una storia fatta da una faccia di bronzo. La mia.

Insomma, dicevo che vi voglio raccontare una storia.

C’era una volta…me, che sarei Irene.

C’era una volta quel limbo in cui si sta tra progetti che porti avanti pro bono per attivismo e buona volontà e le promesse che ti hanno fatto abbandonare il paese dai vicoli stretti.

C’erano tanti pomeriggi in cui, tra una cazzutissima lettera di presentazione e un curriculum, una puntata di Game of Thrones (che sì, ho iniziato a vedere adesso, ma ve lo racconto poi, giuro), un articolo di biasimo… ho perso il filo.

Il punto è che, tra una cosa da fare e l’altra, mi sono messa a cazzeggiare un po’ su Facebook.

Anvedi la novità, direbbe mia mamma, ma mia mamma ancora non ha capito che Facebook è anche lavoro. Credo.

Ma andiamo avanti che sennò finisce che scrivo i nuovi Promessi Sposi e non ne usciamo più.

Cazzeggio su Facebook e l’occhio mi cade su un’inserzione sponsorizzata: “Majonese – Comunicazione spalmabile”. E mi scappa una risata. Mi borbotta anche un po’ lo stomaco perché tanto si sa che ho sempre fame.

Click.

Rido di nuovo mentre scorro i post. Gattini e carlini, adoro.

A quel punto il like sulla pagina è scontato, ça va sans dire.

E l’occhio mi cade su un post. Rido ancora e commento. Il social media coso – che apprenderò essere una fanciulla – mi risponde. Rispondo a mia volta.

Io: abbasso il ketchup!

Loro: sempre!

Io: allora vi porto dei panini!

Qualsiasi personale normale avrebbe pensato “vabbe’, ci sta prendendo per il culo”. E infatti i Majonese hanno pensato proprio così.

Poveri illusi, ignoravano che Irene se dice una cosa, al 90% la fa. La percentuale è molto variabile, ma questo è un altro discorso.

Ora, cari lettori – che mi piace immaginare essere millemila – immaginatevi la scena: io, quattro panini mortadella e maionese – taaaanta maionese -, una porta senza citofono e una telefonata: “Hopportatoipanini!

Sì, l’ho fatto davvero. Mi sono presentata alla base segreta di Majonese armata fino ai denti.

Sì, mi hanno preso per pazza. Sì, sono rimasti sbigottiti. Sì, mi sono sentita un’emerita faccia di bronzo (eufemismo per non dire di culo).

Però niente, mi hanno fatta accomodare e non mi hanno più lasciata andare.

Perché abbiamo scoperto che, oltre a occuparci tutti di comunicazione, siamo anche bei tipi, un po’ scanzonati e soprattutto ci piacciono i panini.

Soprattutto quelli con tanta maionese e spalmata con tanto amore.

Abbiamo scoperto che c’abbiamo sempre fame e che la convivenza con estranei è una piaga sociale diffusa.

Questa è la storia di amore e condimenti che volevo raccontarvi e ve la racconto mentre sono ancora ostaggio di Majonese.

Non venite a liberarmi, a furia di chiacchiere e panini m’è venuta la sindrome di Stoccolma.

Ah, ma se cliccate qui fate cosa buona e giusta.

PS: qui invece la loro versione dei fatti!

PPS: comunque i panini erano avvolti col mio curriculum che tanto serve giusto a quello.

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