Un anno senza sesso. Venti giorni senza tabacco. Una settimana di dieta.

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta. 12042717_988921961176518_6080880765109964645_n
Trentuno anni, un mese e ventitré giorni dal mio primo vagito.
Le ore non le conto, mi sembra eccessivo.
Questo è il riassunto della mia vita a oggi, 5 aprile 2016.

Un anno senza sesso. E non è nemmeno il mio record.
Facile ricordarmi la data esatta, è stato l’ultimo giorno che ci siamo viste prima di lasciarci e io ho la memoria praticamente fotografica.
Mi sono mancate le occasioni?
Forse.
Non sono mai stata una persona da sesso fine a se stesso, ma dopo trentuno anni, un mese e ventitré giorni di occasioni mancate e relazioni più o meno stabili e monogame, dopo trecentosessacinque (o trecentosessantasei?) di astinenza totale, sto rivedendo la mia posizione.
Oddio, in realtà di posizioni nella mia testa ne sto vedendo diverse e molto, molto dettagliate, ma questa è un’altra storia.
La primavera è una brutta bestia.
Ti prende l’ormonella, le Erasmus si svestono, le lesbiche escono dalle gabbie e si rasano addirittura le ascelle.
Tu c’hai l’astinenza e vai in tilt.
Finisci per strusciarti anche contro le colonne del portico di San Luca. Blasfemia.
Dato che ho rivalutato la mia posizione – e che come ho detto prima parafrasando il mio alter ego letterario “nella mia testa le posizioni sono chiarissime” -, si accettano volontarie.
Mi riservo comunque di allontanare le clienti non adeguate, che come ha pensato Olga un minimo di selezione all’ingresso male non fa. Pure se sei in astinenza.

Venti giorni senza tabacco. Circa.
Sembra un’eternità.
Nessuno mi avrebbe dato due giorni e invece tengo botta.don-t-smoke-7-1314914-1919x1274
Sarà stata la botta emotiva che mi ha spinta a fumare l’ultima sigaretta a Villa Ghigi e a buttare il tabacco nel cestino dei rifiuti a darmi la giusta motivazione e la resistenza?
Sicuramente, ma perdonatemi, non ne voglio parlare.
Il tabacco mi manca? Sì, un po’. Dopo il caffè, mentre bevo una birra, dopo il pranzo di Pasqua, dopo una riunione fiume, mentre aggiorno il blog… dopo che avrò fatto sesso vi saprò dire se mi mancherà anche in quel frangente.
Sento i benefici dell’aver smesso?
Decisamente sì. Ieri ho fatto uno scatto, mentre parlavo al telefono, per evitare di essere investita sulle strisce e, udite udite, niente fiatone. Nemmeno facendo le scale di casa mia, nel paese dai vicoli stretti che a Bologna sto al piano terra.
I sapori e gli odori sono amplificati e la mattina mi sveglio senza il cinghiale seduto sul petto e il catrame nei polmoni.
Resisterò, alla faccia del Golden Virginia.

[NB: se dovessi diventare una ex fumatrice cagacazzo, siete autorizzat* a menarmi. Forte.]

Una settimana di dieta.
Be’, non è la prima volta che mi metto a dieta e in passato ho avuto anche risultati importanti.
Ok, stare a dieta a Bologna è difficile. Ok, è difficile stare a dieta pure quando sono nel paese dai vicoli stretti visto che mio padre quando si annoia cucina e lui si annoia sempre.
Però una cosa è certa: Ugo deve sparire.
Ugo sarebbe la mia pancia, perché ingrasso solo lì.
No, il doppio mento è un gentile regalo genetico del DNA Moretti.
No, le tette non sono di adipe e restano abbondanti anche se perdo qualche kg. Le fan (e i fan) delle gemelle si rassicurino.
Addio apertitivi. Oddio, addio…diciamo che ci do un taglio, li riduco.
Addio birra. Oddio, addio… diciamo che riduco pure quella.
Oh, niente sesso, niente tabacco, dieta… almeno un po’ di birra lasciatemela, cazzo!

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta.

Il risultato è che sono iper attiva.
Mi eccito per un attaccapanni. No, non in senso sessuale. Volevo dire che mi emoziono al pensiero di avere la stanza più ordinata.
Mi sono iscritta in palestra. Nel video potrete vedere una clip di me al primo allenamento.


Cammino. Vado in bici.
Faccio le pulizie straordinarie tre volte al giorno.
Correggo bozze.
Scrivo articoli.
Twitto stronzate.
Sono talmente multitasking che riuscirei a fare l’amore, la carbonara, le parole crociate di Bartezzaghi a penna e scoprire che fine ha fatto Carmen Sandiego, tutto contemporaneamente.

Sono anche particolarmente più ironica del solito.

E modesta, soprattutto modesta.

ME.jpg

 

 

Non avevo mai visto Game of Thrones

gameofthrones23

In principio era “non capisci niente perché non hai visto i Mondiali del ’82”.

Nel 2006 li abbiamo vinti di nuovo e ve la siete presa nel culo.

Poi diventò “tu non hai mai visto Game of Thrones?”.

È vero, lo confesso, fino a qualche settimana fa e fino alle minacce di qualcuno di togliermi il saluto se non lo avessi visto, io, IM, non avevo mai visto Game of Thrones.

Perché?

I motivi sono molti.

  1. 220px-LeBossu1997Non sono un’amante del genere fantasy. Ok, amo la fantascienza e sono innamorata di Daniel Auteuil ne “Il Cavaliere di Lagardère” – quindi un po’ mi piace anche il genere cappa e spada -, però no, ecco, il fantasy proprio no. A piccole dosi, come i parenti.
  2. Mi avete talmente rotto il cazzo  con Game of Thrones che per me si è creato quello che chiamo l’ “effetto salvate il soldato ryan”. Se non sapete che cos’è ve lo spiego subito: quando è uscito l’omonimo film i telegiornali hanno rotto talmente tanto che alla fine non sono andata a vederlo. Avevo visto talmente tanti trailer che mi sembrava di averlo già visto. Tutti ne parlavano e sapevo già come sarebbe andato a finire. Ecco, avete fatto tutti la stessa cosa, come se la prima regola di guarda GOT sia “fai sapere a tutti che guardi Game of Thrones”.
  3. Mi piace fare l’alternativa, gne gne gne.

 

Arriva il momento, però, che fare la gne gne anticonformista rischia di tagliarti fuori dalla vita sociale.

Quanti meme ho visto condivisi su Facebook senza capire perché la gente si sbellicava nei commenti?

Quanti riferimenti a Game of Thrones mi sono stati fatti nella convinzione che io li comprendessi ottenendo come risposta solamente la mia faccia perplessa?

Orbene, finalmente ho visto Game of Thrones. Tutte e cinque le stagioni. Tutte di un fiato.

Che ne penso?

Sarò onesta, anche se quello che sto per dire probabilmente mi escluderà dalla vita sociale molto più di non averlo visto.

Non mi ha entusiasmata.

Sì, scorre bene.

Sì, è pieno di colpi di scena anche se volente o nolente li sapevo già tutti perché tutti ne parlavate da anni in rete, al bar e in fila dal dottore.

Sì, George R.R.Maritin c’ha una gran fantasia. Pure un po’ perversa.

Sì, c’è una quantità di belle donne non indifferente.

Sì, sì, sì, sì, però…

Però non mi ha entusiasmata, ecco. Soprattutto quando sono arrivati gli zombie. Che poi voi chiamateli Estranei, ma sempre zombie sono, inutile filosofeggiare. Roba da farmi tornare al mio snobbismo.

Due vantaggi ulteriori oltre a non sentirmi più esclusa dalle vostre conversazioni, però, ci sono.

Adesso posso capire questa, ricordandomi di essere comunque una scienziata politica (oltre che una nerd): WhiteHouse

 

E poi… perché nessuno mi aveva detto che Cersei Lannister è interpretata da Lena Headey, Behind-the-Scenes-imagine-me-and-you-17842393-388-582la fioraia figa di “Imagine You and Me”?

Avrei iniziato molto, molto prima.

 

Bertolaso e la memoria corta. Anzi, cortissima.

bertolaso

L’Italia è un paese con la memoria corta. Cortissima.

L’Italia è anche il paese della meritocrazia.

L’Italia è un paese che se non fosse quello in cui vivo mi verrebbe da ridere.

Però ci vivo. E mi incazzo.

Mi incazzo quando apro un quotidiano e leggo che tra i candidati a sindaco della città di Roma compare un certo Guido Bertolaso, quello stesso Bertolaso che tra “grandi eventi”, catastrofi e magheggi vari, come si direbbe in Toscana, si è “mangiato il verde e il secco”.

Quello stesso Bertolaso che è stato colto col preservativo fumante nei centri massaggi. Sbattuto fuori dalla Protezione Civile insieme ai suoi compagni di merende e che, se non sbaglio, ha giusto un paio di procedimenti penali a suo carico.

Quello stesso Bertolaso che, ad un anno dal terremoto de L’Aquila, con ancora 30.000 sfollati, dichiarò fiero la fine dell’emergenza.

Ma chi se ne frega, tanto c’abbiamo tutti le memoria corta e allora perché non candidarlo per la poltrona di una delle città più complicate di Italia, che poi sarebbe pure la capitale, ma poco importa. Diamo una chance a Bertolaso che una seconda, terza, quarta, quinta occasione non si nega a nessuno. Non sarebbe cristiano.

“Sarò un sindaco sceriffo,” annuncia. Vigilierà su gare d’appalto, concorsi e sulla sicurezza dei cittadini dell’Urbe.

Se non fosse tutto vero mi scapperebbe da ridere, ma è vero e allora mi incazzo.

No, non abito a Roma, ma mi incazzo lo stesso. Roba da farmi sentire un sentimento di quasi tenerezza nei confronti del povero Ignazio Marino e della sua Panda Rossa.

Già me lo immagino Bertolaso, a parcheggiare un Defender della Protezione Civile, magari incluso nella sua buonauscita, sulle strisce pedonali. Me lo immagino a fronteggiare le piene del Tevere e ad arrivare indenne alla fine del Giubileo.

Centri massaggi gratuiti per tutti i centurioni dei Fori.

E fosforo per i romani, non si sa mai che a qualcuno venga in mente di votarlo.

Tre notti che non dormo

6837914844_e8d1872bee

Sono tre notti che non dormo.

Che poi in realtà è più di una settimana, ma concedetemi una licenza poetica. Magari mi convinco che la mia insonnia sia meno fastidiosa.

Dicevo, sono tre notti che non dormo.

Occhi sgranati. Mi giro e mi rigiro. Guardo l’orologio.

Mezzanotte.

L’una.

Le due.

Le tre.

Le quattro.

Come avrebbe detto mia nonna, mi votu e mi rivotu.

E la cosa pazzesca è che non c’è nemmeno un pensiero particolare a tenermi sveglia. Forse un’accozzaglia di pensieri più o meno importanti, ma niente di così trascendentale da giustificare i miei occhi sgranati.

E nel frattempo il ritmo circadiano è andato a farsi benedire.

Perché dato che sono in ferie (forzate, ma questo lo spiegherò nei prossimi giorni), genitori permettendo, poi posso dormire fino all’ora di pranzo. E allora via che si ricomincia da capo.

Ma chi l’ha inventato ‘sto ritmo circadiano? E soprattutto, visto che è così importante per il benessere e la sanità mentale di un essere umano, come faccio a ripristinarlo?

Come si fa quando anche le gocce che ti ha dato il medico fanno lo stesso effetto della medicina omeopatica?

Se fossi un uomo opterei per la sega della buonanotte, ma sono una signora e certe cose non si fanno (o quantomeno non si dicono… comunque non funzionano nemmeno i metodi non convenzionali. Niente di niente).

Ma perché non riesco ad addormentarmi ad un orario decente da quando sono tornata nel paese dai vicoli stretti? Forse lo so, ma se ve lo dicessi http://s307.photobucket.com/user/JakeMongoose/media/spoilers.png.htmloggi sarebbe uno spoiler, e io odio chi spoilera.

L’altra notte, in una delle mie sessioni di insonnia e contorsionismo tra le coperte alla ricerca della posizione più comoda per addormentarmi mi è venuta in mente una frase, una di quelle che girano su Facebook:

Dice una leggenda, che se non riesci a dormire la notte è perché sei sveglio nel sogno di un altro.

La fonte è incerta anche per Google.
Poniamo che fosse vero, voglio lanciare un appello: chiunque tu sia che mi stai sognando con tanta veemenza, fai qualcosa, perché vorrei dormire anche io.
Perché mi sogni? Parliamone, sono aperta al dialogo e propensa a cercare una soluzione pacifica per tutti.
Ho vagliato un paio di opzioni, oh misteriosa persona che mi sogni:
1) mi sogni perché ti piaccio. Mi ami. Mi adori e non sai come dirmelo. Non avere paura del mio eventuale rifiuto, fatti avanti che come ha scritto un mio contatto “pensarsi e non dirselo è da maleducati“.  Pensa alle possibilità: il tuo interesse potrebbe essere ricambiato, tornerei a dormire e anche più contenta. Anzi, saremmo content* in due! Dai, sono single, buttati. Al massimo restiamo amic* e se proprio mi fai schifo prometto che te lo dirò con il massimo tatto e diplomazia di cui sono capace.
2)mi sogni perché mi odi. Ecco, parliamo anche di questo. Dimmelo in faccia, mandami un sms, una whatsappata se proprio sei timid*. Fermami per strada e dammi uno schiaffo. Capirò, lo giuro. Ma fammi dormire in pace. Smetti di sognarmi car* il mio o la mia hater. Butta fuori questa rabbia nei miei confronti. Trova un modo creativo per mandarmi a cagare una volta per tutte e lasciami dormire in pace. Datti al bricolage, alla collezione di francobolli, ma per Dio, fammi dormire.
3) mi sogni anche se non mi conosci. Allora non posso farci niente, ma i miei contatti li trovi qui da qualche parte, ci prendiamo un caffè, finalmente ti togli la curiosità, vedi che sì, sono un tipo, ironica, niente di che, e ti metti l’anima in pace. Dai, puoi farcela. Io voglio dormire.
Quanto mi piace fare elenchi. Magari mi aiutassero a dormire.
 

La matricola

Stazione di Bologna. Ore 18.30 del 26 di agosto.

Una bestemmia a denti stretti. Un’imprecazione che scivola via e si confonde tra il vociare della folla mentre il tuo treno, l’ultimo utile per tornare al paese dei vicoli stretti, lascia la stazione lasciandoti sul binario.

Una maledizione al medico che ti ha fatto aspettare due ore per confermarti una diagnosi che già sapevi. Vabbe’.

Il treno è andato e io non posso tornare nel paese dei vicoli stretti. Mi tocca passare una notte a Bologna.

Che dispiacere…come no.

L’imprecazione diventa rassegnazione, poi una sensazione di piacevole contentezza. Alla fine il medico ritardatario ti ha fatto un favore, pensi.

Mi tocca passare una notte a Bologna, coi miei amici di sempre, tra portici e bici troppo alte. Che dispiacere.

Grazie doc.

Mentre attraverso il sottopassaggio, affollato come sempre di pendolari, turisti e studenti, mentre la tua sensazione di piacevole contentezza di strasforma in felicità per questa serata regalata, la vedi.

Eccola lì.

La riconosceresti tra mille.

No, non sto parlando della donna della mia vita, ammesso che esista.

Eccola lì, dicevo, riconoscibile tra i pendolari e gli studenti fuori corso: la matricola.

Quello sguardo è inconfondibile. Un misto di eccitazione e di paura: “Ma che cazzo ci faccio in questa città dai mille portici?”.

Glielo leggi negli occhi mentre arranca con un trolley, uno zaino da campeggio, una chitarra e l’immancabile scorta di provviste della mamma.

E sai cosa le passa nella mente, sei stata matricola anche tu una volta e del resto eri arrivata a Bologna un po’ come una scappata di casa.

Nell’istante in cui la vedi arrancare pensi alla te stessa di undici anni fa, trolley, zaino da campeggio e chitarra.

Ti rivedi il giorno dell’iscrizione all’università, quando nell’arco di pochi secondi, dopo una fila interminabile, dovevi scegliere il corso di laurea.

Ok, su scienze politiche ci siamo, ma cosa faccio? Relazioni internazionali o culture e diritti umani? Trenta secondi per decidere.

Relazioni internazionali. Undici anni dopo mi mando a quel paese da sola e maledico gli esami di statistica, di economia internazionale, micro e macroeconomia. Quegli esami non c’erano nell’altro corso e a me hanno mandato due anni fuori corso.

Lo ammetto, con i calcoli sono una capra. Ad eccezione di quelli renali, per quelli sono un fenomeno.

Ricordi il momento di andare a scattare la foto tessera per il libretto, intonso, che tenevi in mano come un gattino di quelli che spopolano sul web, sognando trenta e lode e una carriera stellare. Cazzate, trenta e lode non l’ho mai preso.

All’epoca avevo i capelli cortissimi. Vi risparmio la foto. Una cresta simil punk che mi faceva sembrare un misto tra Sid Vicious e il cantante dei Green Day. Improponibile. Ero magrissima però e con la maglietta della DDR i miei capelli non lasciavano adito a dubbi sul mio orientamento sessuale: sembravo una camionista.

Mentre mi controllo il rossetto sul riflesso di una vetrina penso a quanto sia cambiata in undici anni.

La matricola è ancora là. Una che ne rappresenta mille. Duemila.

Di che anno sono quest’anno le matricole? 1996? 1997?

Porca troia come passa il tempo, a trent’anni mi sento come se potessi essere la loro mamma, prodiga di consigli su come copiare a un esame senza farsi sgamare o su come evitare gli appartamenti con l’affitto in nero.

L’affitto e la ricerca di una casa è una delle parti più tragicomiche dell’essere matricola. Può volerci un giorno o possono volerci settimane, ma una cosa è certa, non sei tu a scegliere, ma qualcuno sceglierà per te.

E tu, matricola, arrancherai per giorni, con il tuo trolley, lo zaino da campeggio, la chitarra e le libagioni della mamma. Attraverserai portici e scoprirai che il primo giorno a Bologna smentisce Lucio Dalla: nel centro di Bologna il primo giorno è facile perdersi.

Vedrai mille appartamenti. Mille stanze. Cara matricola, ti ritrovarei in case dove ti offriranno da fumare e da bere, in case dove ti offriranno di regalarti un piercing, in case dove ti faranno ottocento domande. Trovarai case fredde, case accoglienti e calde.

E alla fine la casa giusta (forse) ti sceglierà insieme ai suoi occupanti e se ti andrà bene scoprirai quant’è bello vivere con persone di regioni e nazionalità diverse.

Non voglio mentirti, matricola, potrebbe anche andare tutto a merda e finire in una casa dove ti sembrerà di vivere tra estranei. Non che mi sia successo, ma a qualche amico sì.

E poi arriverà il giorno della tua prima lezione.

E lì, cara piccola matricola del 1996 o del 1997, farai conoscenze che dureranno una vita o il tempo di un caffè.

A. e C., le prime persone che ho conosciuto, mentre spaesate cercavamo l’aula della lezioni di microeconomia, per apprendere, felicissimi che la prof. era assente. Lezione saltata.

Forse se la Bigazzi fosse stata presente quel giorno, con A. e C. non avrei fatto amicizia e non ci saremmo ritrovate a bere birra a casa di F. alle 10 del mattino.

Perché, matricola, il tuo primo anno sarà anche questo. Quello della libertà che nel tuo paese dai vicoli stretti non avevi. E allora Bologna ti sembrerà una mamma indulgente, purché tu metta qualche buon voto sul libretto per evitare le ire della tua madre biologica.

Cara matricola, ieri ti ho vista e ti riconoscerei tra mille e anche se in undici anni sono cambiate tante cose, un po’ ti invidio.

Da vecchia matricola ti consiglio solo: attenzione a Comunione e Liberazione, si nascondono ovunque cercando di catturarti nella loro rete di rosari e voti di castità.

Cara matricola, ti svelo un ultimo segreto: nel mio racconto ti ho mentito, ma dove non te lo dico.

Quattro giorni a Bologna

Non sempre il posto dove si è nati è il posto dove vorremmo vivere per sempre. Quantomeno, per me non è così.

Dopo tre anni sono bastati 4 giorni, nemmeno pieni, per darmi la consapevolezza che il mio habitat naturale non è il paese dai vicoli stretti, ma la città con i portici.

Che la vita nel paese dai vicoli stretti non fosse fatta per me, in realtà, l’ho sempre saputo. Per nove anni, passati tra libri, serate e confessioni sospese nella nebbia di piazza Maggiore, manifestazioni, amicizie, convivenze, la mancanza del paese dai vicoli stretti si era risolta in una mera mancanza della pizza bianca del Fornetto sotto casa.

Nove anni sono tanti. Sono abbastanza per aver avuto modo di conoscere una città, scoprire che i bolognesi non sono solo esseri mitologici tra i vari pugliesi e calabresi, ma esistono e sono pure simpatici.         11816993_870230493045666_5553717176569998582_n

In nove anni ho cambiato quattro appartamenti. Via Irnerio, via Mascarella, via Mascarella bis e di nuovo via Irnerio. Quello era il mio paese dentro la città dei portici. E in questi nove anni ho avuto l’occasione di dividere la mia esistenza con persone che credevo di aver perso di vista, ma che poi, dopo tre anni di assenza, ho scoperto non essersene mai andate.

A parte quelle che ho perso di vista veramente. Ma forse le avrei perse di vista indipendentemente dal mio ritorno forzato nel paese dai vicoli stretti.

Poi un giorno è successo, poco dopo aver scritto del terremoto. Una consapevolezza. Un’urgenza. Un bisogno quasi primario. Sentivo la mancanza non solo delle persone, ma dei miei percorsi, delle mie passeggiate, della mia routine quotidiana tra libri – che non torneranno più – e la mia macellaia di fiducia che ogni volta mi chiedeva sconsolata, con quell’accento rotondo: “Mo cara, mangi solo pollo, fatti una 11800063_870756969659685_2184167322689820863_nbistecca che ti fa bene”.

Non che non me la sarei mangiata una bistecca, ma la vita dello studente era quella e il pollo una valida alternativa alla sempiterna pasta al tonno, regina di ogni esperienza universitaria.

A Bologna sarei voluta rimanere sì, e ci voglio tornare anche adesso che ho scoperto che la mia macellaia ha chiuso e che al posto del mio fruttivendolo hanno aperto un fast food.

Ci voglio tornare dopo che ho seguito quella consapevolezza, quell’urgenza e quel bisogno primario che mi hanno fatto sfidare Caronte – il fronte di alta pressione, non il traghettatore – e mi hanno fatta arrivare in una Bologna rovente.

Ma poco mi è importanto del caldo. Uscendo dalla stazione quell’aria calda, umida e appicicaticcia mi sembrava il più piacevole dei maestrali. Odori, profumi e olezzi mi hanno pervaso le narici e nonostante l’odore del kebab misto a quello dello smog, ho avuto l’impressione di entrare in un giardino di zagare.

Ho macinato a piedi i km che mi separavano dalla casa di A., che mi ha ospitato. Facile sarebbe stato prendere il 21, alle 14 del pomeriggio sotto il picco del sole, ma la mia urgenza di rivivere, respirare e sentire Bologna ha preso il sopravvento. Ero felice. Sotto il picco del sole ero felice, accaldata, sudata fradicia, ma felice. Anche se la mia direzione andava dalla parte opposta dai miei percorsi routinari di tre anni prima, rivedere strade comunque familiari mi hanno dato un senso di euforia, di leggerezza.

Head over feet.

Anche il comitato di benvenuto mi ha fatto sentire la bentornata. Rimettere gli scarpini ai piedi dopo quattro anni, con un legamento in meno e tanto tanto fiato sprecato, mi ha dato una scossa di adrenalina. E poco importa se dopo cinque minuti ho vomitato e ho perso 9-7.

E non credete a chi dice che ho pianto, dopo la partita, passando da via Irnerio. Era solo l’aria che sullo scooter mi faceva lacrimare gli occhi. E se mi sforzo, mi convinco anche io che11855901_869882609747121_8621780201043739955_n sia così.

Il giorno dopo ho sfidato la sorte e Caronte. Sono partita da via del Pratello ed ho ripercorso nove anni della mia vita. Ugo Bassi, Piazza Maggiore, Nettuno, Re Enzo, Via Pescherie, Santo Stefano, Zamboni, San Leonardo, via delle Belle Arti, ma soprattutto Mascarella.

Sì, perché via Mascarella è uno stato della mente. Una città dentro la città. C’era pure un sindaco anni fa, giuro. In via Mascarella ho vissuto tre anni, in due case diverse e meravigliose per motivi diversi e allo stesso tempo simili. Ho 11863271_869745643094151_1948596063330288815_nconosciuto persone, là nella casa che era un porto di mare aperto a tutti. Ho convissuto, per quella che è stata una delle mie storie più importanti. Il caffè in giardino e l’urlo di liberazione dei miei coinquilini e della mia ragazza – e anche di mia suocera – che si buttavano addosso a me per festeggiare il superamento del mio ultimo esame. Economia internazionale ancora ti vedo nei miei incubi. E A. e M., e le serate passate “Io faccio il ragù bollito tre ore, ma tu fai le tagliatelle e le piadine in casa”.

Mascarella is a state of mind.11863268_869796399755742_2560840461949373135_n

Bologna era semi deserta ed era bellissima.

Bologna mi coccolava.

Mi abbracciava.

Mi sussurrava “torna”.

E torna me l’hanno detto anche i miei amici, che da tre anni non vedevo. E me l’hanno detto i nuovi amici, fatti tra una birra e una birra in quell’universo parallelo che è il Pratello, quel posto dove gli altri bevono, tu bevi e l’indomani abbiamo tutti mal di testa, ma siamo felici.

Torna me l’ha detto il titolare del greco di Largo Respighi, che dopo avermi squadrata per cinque minuti buoni se n’è venuto fuori con un “e tu dove cazzo eri finita?”.

Torna me l’ha detto il campanile di San Pietro, me l’ha detto Bologna vista dall’alto in una notte estiva.

E io a Bologna ci voglio tornare. Non voglio deludere la promessa fatta alla signora “dai fianchi un po’ molli” là in cima al campanile. Nella città dai mille portici io mi sento a casa e là voglio tornare. 11224717_870505646351484_943806349415587351_n

Voglio ritrovare le mie confessioni lasciate sospese nella nebbia, voglio ritrovare volti e strade che mi hanno accompagnata. Voglio ritrovare quella sensazione che non mi ha mai lasciata di essere in un certo senso a casa, in mezzo a persone, come me, di altri posti, ma che tra i portici hanno trovato un sollievo.

Voglio tornare a barcamenarmi per non scivolare sotto i portici quando piove e a lamentarmi che piove perché è scesa la Madonna di San Luca. Voglio tornare a dire “tiro”, voglio respirare il ritorno del Bologna in serie A. Prometto che non mi lamenterò della neve, né del caldo.

Voglio tornare a innamorarmi di ogni donna che scopre una spalla al primo accenno di caldo, voglio 11825984_870309573037758_1517758121721472499_ntornare a vivere mille storie nella mia testa. Voglio tornare nei posti dove baci e carezze si sono persi nella memoria e nella nebbia.

Non fa niente se il mio fruttivendolo e il mio macellaio non ci sono più. Io voglio tornare a Bologna e lasciare il paese dai vicoli stretti.

Voglio dare appuntamento sotto al culo Nettuno.11800169_869736276428421_7801262643195957670_n

Voglio sentirmi di nuovo a casa.

Ma prima di tutto, voglio trovarmi un lavoro.

A Bologna, che nel paese dai vicoli stretti un lavoro ce l’ho già.

11836632_870090303059685_1883054646015352976_n

L’ossessivo compulsivo e l’autodiagnosi su Google

Sono ossessiva-compulsiva.

Me l’ha detto Google.

Nell’era dell’autodiagnosi su Google siamo tutti Dottor House.

L’autodiagnosi su Google è il peggior nemico dell’ipocondriaco, soprattutto quando per leggere le analisi del sangue serve Stellarium. Sono anche un po’ ipocondriaca, ma saperlo non mi serve Google.

Stando all’autodiagnosi su Google ho il lupus, una vasculite di Horton, la porfiria, l’Asperger e la sindrome ossessivo-compulsiva.

Stando all’autodiagnosi su Google sono anche celiaca, ho il colon irritabile e diverse patologie varie ed eventuali da collocare in maniera ossessivo-compulsiva dal più al meno grave.

L’autodiagnosi su Google è anche il peggior nemico di chi ha studiato medicina. L’audiagnosi su Google ci ha trasformati tutti in Dottor House, ma con meno charme.

Sono ossessiva-compulsiva, ripeto, l’ha detto Google.

So che chi mi conosce, guardando la scrivania del mio ufficio, potrebbe obiettare: sono una disordinata quasi cronica.

Eppure sono ossessiva-compulsiva.

Forse sono ossessiva-compulsiva selettiva.

Quando sono al PC le schede di Mozilla aperte devono seguire un ordine preciso, se si apre una scheda diversa vado in tilt e devo spostarla.

Gmail, Facebook, Corriere Della Sera – poche battute, Repubblica graficamente è un disastro -, Twitter.

Questa sequenza non deve variare, non può. Se cambia potrei sentirmi come un vegano al November Porc (sì, è scritto così e sì esiste davvero).

Certo, si potrebbe aprire un dibattito su quanto i social sono diventati parte integrante della nostra vita, ma non ho voglia oggi.

Sono ossessiva-compulsiva pure nell’aggiornare Twitter, se vedo l’icona che mi dice che ho anche solo cinque tweed non letti è la fine. Panico.

Sono ossessiva-compulsiva anche quando devo selezionare il volume dello stereo. Se non è dispari potrebbero accadermi grandi disgrazie e devo avere il Tavor a portata di mano. Ansia.

Faccio spesso to-do-list, in maniera maniacale. Mi piace archiviare ricordi e cose varie ed eventuali.

Sono una disordinata quasi cronica, eppure i miei appunti universitari sembrano fatti al computer da quanto sono precisi.

Ogni capitolo un colore, grafia pulita, sottolineature col righello. Li conservo come un trofeo da sbattere in faccia a chi mi dice che sono una disordinata quasi cronica, ma non funziona.

La scrivania del mio ufficio è un disastro, un caos organizzato. Sono ossessiva-compulsiva pure nel mio disordine.

Sì, devo essere ossessiva-compulsiva selettiva.

Anche la mia memoria è ossessiva-compulsiva, ma anche selettiva. Però no, la mia terapeuta dice che Google si sbaglia, non ho l’Asperger e nemmeno l’OCD.

Non so se credere a Google o alla mia terapeuta.

Sui matrimoni.

“E così anche V. si è sposata.”

Dice forse l’unica mia ex compagna di classe non sposata mentre ci avviamo al ricco banchetto post cerimonia.

Io penso che sì, V. si è sposata e insieme a lei si è sposato L.. Ma penso anche domani si sposerà G. e insieme a lei R.

Perchè, tralasciando il massacro di due matrimoni in due giorni, per sposarsi bisogna necessariamente essere in due. In teoria bisogna amarsi, e nei casi specifici non ho dubbi.

Ma sicuramente, qui in Italia, per sposarti devi essere un uomo e una donna. Tassativo. Non si scappa.

Forse è per questo che i matrimoni a me mettono un po’ tristezza, e non me ne vengano gli sposi, forse perché guardo un qualcosa che io, donna omossessuale di trent’anni, in questo paese forse non avrò mai, un po’ di tristezza – e anche sana invidia – non la puoi evitare.

Almeno di non fare come A. e A., che in barba a ogni legge inesistente si sono organizzati una cerimonia che legalmente non vale nulla, ma a livello simbolico vale tutto.

E poi arrivano ceffi come Adinolfi o Paola Binetti.

Le dichiarazioni di Paola Binetti, che non linkerò, risuonano più o meno come “a che serve legalizzare le unioni omosessuali se tanto si può cambiare sesso”.

E chi glielo va a spiegare alla povera Paola che essere omosessuali ed essere transgender è una cosa differente? Chi glielo va a dire che la fantomatica teoria del gender esiste solo nella testa di certi estremisti cattolici quando si sta solo cercando di superare gli stereotipi di genere.

Avete presente quelle frasi “I maschi giocano a calcio, le femmine con le bambole”? No, allora ve lo faccio spiegare da questi amici miei, ai quali ho prestato la voce: La profezia di Dorian Gray.

Ora cara Paola, tornando al matrimonio che io non posso avere, voglio dirti un paio di cose. Il ragionamento è semplice e credo che possa seguirlo chiunque.

Il disco rotto ripete: “Il matrimonio è fondato da uomo e donna e sulla famiglia”.

E già qui, cara Paola, sta il primo errore. Il matrimonio, per questa umile trentenne che di alta filosofia teologica non capisce un cazzo, è fondato sull’amore.

E io che l’amore ho creduto di conoscerlo, l’ho sfiorato, penso: se il vero amore è forte anche solo la metà di ciò che io ho provato, allora è il collante più potente di tutti.

Più potente della firma di un contratto davanti a un ufficiale dello Stato Civile, ma quella firma, cara Paola che sospetto che tu l’amore non sappia cos’è, è necessaria.

Necessaria per accedere a dei diritti che ad oggi non sono riconosciuti ed è inutile che te li elenchi.

Cara Paola, le unioni civili, se proprio non vuoi chiamarle matrimonio e se proprio non ti entra in testa la differenza tra omosessuale e transessuale, sono un atto di civiltà: significano riconoscere a due persone che si amano diritti e doveri, che possono essere una bella cosa, ma anche una rottura di palle.

Ma guarda un po’, noi che all’amore ci crediamo e pensa, crediamo anche alla famiglia omoparentale, saremmo ben felici di sottoscrivere quel contratto.

Cara Paola, l’amore è il fondamento di una famiglia e unica base di un matrimonio. E ti ripeto, se io l’ho solo sfiorato, dalle tue parole posso solo immaginare che a te ti abbia proprio mancata.

Paola, fai una cosa, innamorati. Di un uomo. Di una donna. Dell’uno e dell’altro. Ma innamorati sul serio e poi prova a immaginare che tu e l’amore della tua vita agli occhi dello Stato non sarete niente. Fa male eh? Forse no. Forse l’idea non sfiora né te né Adinolfi, che si è sposato pure a Las Vegas, tempio della cristianità riconosciuto.

Se l’amore basta, cara Paola, lascia che basti e non mettere bocca in argomenti che nemmeno puoi sognare di comprendere.

Se l’amore basta, cara Paola, lasciaci mettere questa benedetta firma davanti a un ufficiale di stato civile.

Che  sai com’è, se dovessi incontrarlo io, il vero amore, vorrei tanto poterlo fare, come V. e L. e G. e R. e tutti i miei amici e parenti che hanno avuto questa possibilità.

Cordialmente,

Je, Malaussène

Ieri sera si è compiuto un miracolo

Ieri sera si è compiuto un miracolo.

Non scherzo, perché stamattina ne ho avuto ulteriori prove che si sono manifestate sotto forma di assenza di sintomi gastrointestinali e forti mal di testa.

Che bel miracolo da compiersi con l’arsura estiva, ieri sera ho ricominciato a bere birra.

Ok, molti di voi diranno, giustamente, “e quindi?”.

E quindi ve lo dico io. Dopo tre in in cui la bionda – ma anche la rossa, la bianca e la scura,rapporto problematico che si riflette anche nel mio rapporto con le donne – mi ha fatto patire le pene dell’inferno, be’, ieri sera tra Tennent’s e Heineken mi sono ricordata di quanto la birra mi fosse mancata.

Soprattutto nelle serate di caldo africano come queste, quando sei con una compagnia degna delle allegre comari di Windsor

O liquido biondo e frizzante dal sapore amarognolo che per anni mi sei stato negato, oh dio del luppolo che mi ha concesso questa grazia di far sì che almeno per una sera la mia sensibilità al glutine sparisse.

Liquido fresco e amaro che d’estate rinfreschi le nostre gole e inebri i nostri sensi… io ti amo, ti adoro e ti stimo parafrasando Shakespeare.

Che poi l’ipotesi del colpo di culo è dietro l’angolo eh, ma chi se ne frega, ieri mi sono bevuta tre birre o forse due e non mi è successo niente. L’essere canterina a parte.

Sorsi lunghi che hanno fatto l’effetto delle madeleine di Proust, a serate estive al Pratello, alle Moretti da 66cl a costo ridicolo nei jet market bolognesi, alle serate sulla spiaggia.

Birra mi sei mancata. Mi sei mancata con la pizza. Mi sei mancata per dare un senso all’estate. Birra, per me che faccio di cognome Moretti questi tre anni sono stati pesanti tanto quanto i tre anni di astinenza dal sesso tra le mie due ultime due storie.

Fammi un favore oh Dio del Luppolo, mantieniamo questa tregua, anche se questo post è un po’ tirato via.

Ma che vi devo dire, ritrovare la felicità – apparente quanto vi pare – nel bere una birra senza stare male, rientra nelle piccole cose che ogni tanto mi va di condividere.

E al diavolo la birra analcolica.

Il numero uno

Questi sono giorni di pulizie di primavera.

Frugando nei cassetti capita di ritrovare reperti dei quali si sono perse le origini. Un pupazzetto, un bigliettino illeggibile, tonnellate di vecchia corrispondenza, foto sbiadite.

Nell’atto di frugare nei cassetti, tra l’intenzione di fare le pulizie di primavera e di trovare un Santo Graal qualsiasi, succede anche di aprire “quel” cassetto e “quel cassetto” è quello che contiene deliberatamente la vecchia corrispondenza e i tuoi vecchi Moleskine.

Quando ero poco più che adolescente avevo questa abitudine: giravo sempre con un moleskine e appuntavo ogni singolo pensiero che mi venisse in mente.

Il risultato, a distanza di oltre un decennio, è un cassetto pieno di taccuini mal conci, sfruttati fino allo stremo e pieni di ricordi – biglietti, una foglia, la carta di una caramella – e di tutto ciò che in quel periodo della mia vita mi dava da pensare.

Decido di aprirne uno, uno a caso. Ma forse il caso non esiste e mi rendo conto di aver aperto il primo delle mia lunga collezione di Moleskine salva pensieri. Il numero uno mi dà un senso di estraniamento, ma Moleskineallo stesso tempo rende il reale un po’ più reale.

Lo apro e inizio a leggere quella mia grafia che all’epoca era disordinata, in qualche modo elegante, ma disordinata a quasi illeggibile per me adesso. Mi concentro , metto a fuoco il mio modo bizzarro di scrivere alcune lettere, la z in primis, e inizio una breve escursione sul viale dei ricordi.

Ritrovo le mie ansie, gioie e preoccupazioni per la mia prima storia. Sorrido dall’infantilismo di certe frasi, sicuramente in quel periodo sono stata più emo di tutti gli attuali utenti di Tumblr, anche se, fortunatamente, non mi sono mai tagliata.

Ritrovo anche tutti i miei pensieri legati ad una adolescenza che certo non posso definire felice. Sono sempre stata, nel bene e nel male, in un certo senso diversa. Forse, nonostante l’anagrafica, sono nata trentenne e oggi me ne sento molti in più.

Leggo, nei miei vecchi appunti, di tutte le difficoltà nell’abituarmi a vivere nel paese dai vicoli stretti e con l’odore salmastro, e queste le ritrovo, in parte ancora oggi.

Avevo voglia di scrivere. Avevo la necessità di scrivere. Era un qualcosa che in qualche modo sopperiva a delle mancanze.

Ho impiegato anni prima di diventare un animale sociale e la carta ruvida del mio Moleskine – il primo tra tanti – era il mio confessore.

Tra gli appunti è uno in particolare che mi colpisce. Il primo. Se dovessi riassumere in due parole quel piccolo appunto direi che è stato il mio manifesto per iniziare a scrivere i miei pensieri.

“I miei pensieri non possono essere stupidi, qualsiasi cosa possa pensare non devo farmi scrupoli.

Per me è importante, mi segna e questo è ciò che conta.

La carta non può offendersi; la carta non tradisce; la carta ascolta muta tutto ciò che ho da dire. Siano grida di rabbia, di sconforto, urla di gioia e di sgomento; cose futili all’apparenza, o importanti. Magari veramente importanti.

Ascolta muta, non mi giudica; non sta qua a dirmi ciò che secondo lei è giusto o sbagliato. L’unico giudizio sarà quello di chi, un giorno, forse, leggerà queste righe, ma non dovrò preoccuparmene, perché ciò che mi spinge a scrivere oggi, domani sarà passato.”

Ricordo perfettamente ogni singola cosa che mi spingeva a scrivere per me stessa allora. Ed è vero, adesso ci sorrido, anche con la mia terapeuta che ogni settimana cerca di scavare un po’ in un passato che sembro aver archiviato attraverso una memoria fotografica, ma molto selettiva.

Ma cosa è che mi spinge a scrivere oggi?

Soprattutto perché, al contrario di tanti e tanti anni fa, adesso sono pronta a esporre i miei pensieri in pubblico nel mare magnum dei blog e ammennicoli vari?

Quando ho aperto questo blog mi ero ripromessa di non parlare di me. Non in senso stretto almeno, perché è scontato che ci sia sempre qualcosa di autobiografico, seppur spesso condito con invenzioni letterarie ed espedienti di fantasia.

Ho aperto un blog perché scrivere, per me, è sempre stato un po’ lavoro quando non lo ho fatto per me stessa.

Affido consapevolmente alla rete questa non riflessione e non so perché.

Prendetela per quello che è o per quello che non è. Forse solo un piccolo esercizio di retorica o un espediente per poter dare costanza all’aggiornamento di questo blog.

Una cosa però la sento certa: il richiamo della carta è tornato. Ed è un richiamo, per quanto privato, che nessun blog potrà mai sostituire.