L’E-Mai, ovvero di quelle email che non arrivano mai

Ultimamente odio le email.

Cioè, non odio le email in generale, ma solo quelle che aspetto e non arrivano mai.
Attendo, ma niente. Nessun notifica. Nessun avviso.
Tempo fa, su Facebook, scrissi che se mi fossero arrivate determinate email di risposta ad alcune mie comunicazioni precedenti avrei riacquistato la fiducia in Babbo Natale.
Niente, non ha funzionato.
Ho anche controllato lo spam, tante volte il sistema di Google le avesse arbitrariamente catalogate come spam.
Del resto se succede quando mando comunicazioni con l’email del lavoro, perché non dovrebbe succedere con Gmail?
Niente. Lo spam è solo spam.
Rimedi per allungare il pene. Che non ho.
Rinnovo del RCA per la mia auto. Che non ho.
Il re della Nigeria che mi designa come unico erede. Grazie, ma passo.
Richieste di iscrizioni a siti di incontri. No, grazie, preferisco passare.
Una volta ho ricevuto in sequenza una mail da Hitler, Mussolini, Stalin, Lenin e anche da Walt Disney. 
Però delle risposte che aspettavo niente.
E poi c’è stato venerdì, quando per una sorta di congiunzione astrale si sono sovrapposte due straordinarie coincidenze.
Il mio trentesimo compleanno e l’ultima data utile per ricevere una mail per un qualcosa che sarebbe dovuto succedere oggi. 
Ecco, quando il tuo trentesimo compleanno e la (dis)attesa di una mail con una risposta abbastanza importante coincidono, allora diciamo che il tuo umore non è dei migliori.
Aggiorna Gmail. Controlla lo spam. Sorridi e passa metà del tempo a mettere “mi piace” a chi ti fa gli auguri su Facebook. Riaggiorna Gmail. Ricontrolla lo spam. 
Niente.
Ma sei triste perché compi trent’anni? 
No, mi girano perché questa benedetta email non arriva.
E poi arriva la sera. Decidi che ormai l’email è andata, festeggi un compleanno piacevole in compagnia e pensi: Non sono gli anni, baby, sono le incazzature.
Vabbe’, fatemi ricontrollare lo spam, non si sa mai.

I vicini di casa – La timeline del disagio

Oggi avrei voluto scrivere di tante cose, ma non lo farò.

Voglio invece illustrarvi la timeline del mio disagio. Un disagio che ha nome e cognome, che ometto per privacy, in un nucleo familiare di tre persone.

Sì, perché mentre cercavo di riposare un secondo con un’emicrania pazzesca un appello ad altissima voce rivolto ad Iddio Onnipotente mi ha riportata alla realtà: io ho un problema.

Il mio problema sono i miei vicini, certificati rompicoglioni e maleducati fin dalla fine degli anni Ottanta, quando Uri Geller piegava i cucchiaini con la forza del pensiero, ma non c’era ancora Facebook per lamentarsi.

14/12/2014
Ho un sogno: paralisi permanente delle corde vocali dei miei vicini.

04/12/2014
Urla, bestemmie e televisori a tutto volume. Il mio palazzo è differente.

03/12/2014
Il mondo mi ha rubato il diritto alla pennichella pomeridiana. È giunto il momento di scendere in piazza.

24/11/ 2014
I miei vicini si lamentano della pulizia delle scale alle ore 15, quando loro possono tranquillamente smontare uno stanzino adiacente a camera mia di notte. Ogni notte. Tra le 11.45 e l’una.
(Fonti certe mi hanno riferito che vi stavate preoccupando senza loro notizie)
12/10/2014
Ve lo buco ‘sto televisore. Se siete sordi compratevi l’apparecchio, ma non fatemi sentire Domenica IN.

21/09/2014
I miei vicini potrebbero scrivere un libro: “Cinquanta sfumature di bestemmie”.

20/09/2014
I miei vicini… lasciamo perdere. Li odio.

25/08/2014
Cari vicini, se volessi guardare la televisione nel pomeriggio, l’accenderei. Perché vi ostinate a farmela ascoltare in modo coatto?

17/07/2014
Con la solita finezza e signorilità che lo contraddistingue, il vicino ci tiene a farci sapere che lui ha lavorato vent’anni più del figlio. Grazie al cazzo, oserei dire, tu ne hai 80 e tuo figlio nemmeno cinquanta. Segue solita sfilza di bestemmie che non sto qui a riportare.

12/07/2014
Non sono nemmeno le nove e il vicino ha già infranto il record stagionale di bestemmie. Si preannuncia una giornata di record mondiali.

11/07/2014
Un sentito ringraziamento a chi stamani non ha sentito la sveglia che suonava insistentemente da parecchio. Sentivo il bisogno di svegliarmi all’alba, grazie per la premura.

03/07/2014
Costringermi ad ascoltare la messa in dolby surround può essere considerato un atto di guerra da parte dei vicini?

11/06/2014
Il giorno in cui un cronista di nera verrà a chiedermi qualcosa in merito ai miei vicini, perché prima o poi verrà il giorno che si ammazzeranno tra di loro, la mia risposta sarà “peccato”. Sì, peccato che il mio codice etico e morale non mi ha consentito di ammazzarli prima che lo facessero da soli.

20/05/2007
Tra trapani, radio, televisioni e vicini urlanti la mia concentrazione è pari a zero.

09/05/2014
Le gioie della bella stagione volume due: scopro dalla soave voce della vecchia che il vecchio ha problemi di minzione, onde evitare di allagare il bagno, lo invita a sedersi. Come risposta ottiene un vai all’inferno associato alla divinità comunemente nota come Dio e un epiteto molto in voga per i socialisti dei primi anni ’90, ladro. Gioisci [paeserandomdellaprovinciatoscana], l’estate è arrivata! (Eutanasia no?)

08/95/2014
Le gioie della bella stagione. Con la finestra aperta le urla e le bestemmie dei vicini sono in dolby surround.

19/04/2014
Cari vicini, vi svelo un segreto: la porta di casa può essere chiusa senza essere sbattuta e senza accompagnarla con una bestemmia. Sorpresi?

16/04/2014
Il giorno in cui dall’appartamento accanto cesseranno le bestemmie e le urla moleste probabilmente sarò talmente stupefatta che mi prenderà un colpo.

13/01/2014
E con la messa cantata questo palazzo raggiunge nuove vette.

26/12/2013
Invece di tirare i mortaretti nella chiusa, potreste cordialmente utilizzarli a mo’ di supposta (accesi of course) per voi e per i vostri genitori che non vi fanno un pesto? Ammesso che voi siate ragazzini e non adulti…

06/12/ 2013
“Diamo fuoco alla casa, Ugo!”
L’avete già fatto il 21 luglio del 1996, stronzi!

29/11/ 2013
Un giorno morirete. E io verrò a urlare al vostro funerale e sulle vostre tombe. È una promessa.

11/11/2013
Smettetela di gridare tutti i santi giorni, vi prego. Smettetela. Non ce la posso fare.

19/10/2013
Cari vicini, avete rotto i coglioni.

17/10/2013
Cari vicini, avreste rotto i coglioni.

01/09/ 2012
I miei vicini di casa sono talmente timorati di Dio che non possono fare a meno di appellarsi a lui per qualsiasi cosa. Solitamente accompagnando il suo nome con l’appellativo di “porco”, “cane”, “lurido” e compagnia cantante. Solitamente urlando, per far raggiungere all’altissimo le loro preghiere.

Quindi amiche e amici, che i vostri vicini siano ottuagenari inclini alla bestemmia tornati a vivere nella placida provincia alla fine degli anni Ottanta, fanatici del Black&Decker, trucide che ti svegliano con la discografia di Claudio Baglioni la mattina di Pasqua, che siano ragazzi indiani che mettono colonne sonore bollywoodiane a palla dalle sette e mezza del mattino o studenti che suonano i bonghi nel cuore della notte, non disperate.

Non siete soli.

E laddove non arriveranno le vostre lamentele, le minacce di chiamare la Municipale o l’amministratore di condominio, arriverà la giustizia divina.
Sotto forma di depenalizzazione dell’omicidio dei vicini molesti.

Illustrazione di Hating Mondays

Illustrazione di Hating Mondays

E ringrazia che tu un lavoro ce l’hai

E ringrazia che tu ce l’hai un lavoro.

Alzi la mano chi tra voi, in un’età indefinita tra i trenta e i quarant’anni, non si è mai sentito rivolgere questa frase.

Alzi la mano chi tra voi un lavoro ce l’ha.

Non importa se precario, non importa se sottopagato, non importa nemmeno se è in nero. E men che meno importa se hai un capo che ti tratta ai limiti del mobbing, anzi, forse quei limiti li ha anche superati.

Figuriamoci che importanza possa avere il fatto che magari, dopo aver investito tempo e soldi in un’istruzione universitaria o specializzata, l’unico impiego che riesci ad avere è assolutamente diverso da quello per il quale saresti qualificato.

Ci sono commesse che hanno passato anni a studiare lingue morte per diventare archeologhe (e nel comparto “archeologia”, sono anche fortunate).

Ci sono laureati che si sono adattati a qualsiasi cosa, pur di lavorare: probabilmente ci sono più titoli accademici dietro al bancone di un McDonald’s di quanti voi umani possiate immaginare.

Il lavoro è lavoro, sia chiaro che ad avviso di chi scrive non ci sono lavori più dignitosi di altri. Finché non mi venga richiesto esplicitamente di espletare un impiego che vada contro i miei principi etici e morali o che sia palesemente in contrasto con la legge, ogni lavoro è rispettabile.

Certo, nel mondo perfetto i nostri investimenti – e quelli dei nostri genitori – in istruzione e formazione sarebbero ricompensati, ma questo è secondario. Forse utopico nel Belpaese.

Il fatto è un altro, ovvero che noi privilegiati che un lavoro ce l’abbiamo dobbiamo ringraziare. Chi?

A volte il capo che ci ha assunto, a volte qualche astrusa entità benevola che “grazie a Dio che lo stipendio a fine mese ce l’ho”.

E non dobbiamo lamentarci. Mai. Lamentarsi è inutile, Charlie Brown, ma soprattutto è irrispettoso.

Irrispettoso nei confronti di chi? Del capo? Dell’azienda? Anche, ma soprattutto nei confronti dei nostri coetanei, amici e conoscenti che un lavoro non ce l’hanno.

Le liti peggiori che mi è capitato di avere nel mio giro di amicizie, negli ultimi anni, ruotano intorno a questo. Anzi, a volte nemmeno sono liti, ma si percepisce del risentimento, nemmeno troppo malcelato.

Io ho un lavoro, pertanto, non importa quanto questo mio lavoro possa arrecarmi disagi psico-fisici per via di contratti assurdi, stipendi minimi o di comportamenti ai confini dell’umanità dei colleghi o dei capi, io non posso parlarne, non posso lamentarmi, perché così facendo ledo la dignità di tizio che un lavoro non ce l’ha.

L’io, ovviamente, è un io generale, un io collettivo.

[I dati sulla disoccupazione giovanile sono stati pubblicati qualche giorno fa e li trovate qui.]

È un io collettivo al quale apparteniamo tutti noi. Occupati e disoccupati. Un io collettivo che va a discapito del noi collettivo. Invece di unire le nostre forze per cambiare lo status quo, ci facciamo la guerra.

Siamo tutti ricattabili e ci facciamo la guerra, abbandoniamo la solidarietà e ci creiamo motivi di conflitto.

Non mi voglio sentire una privilegiata – anche se dati statistici alla mano è innegabile che lo sia -, ma voglio anche essere libera di poter dire “ciò che faccio non mi piace” senza avere paura di offendere chi un lavoro non ce l’ha.

Questo è il paradosso, questo è quello che si è creato. Una gara a chi ce l’ha più grosso, dove per più grosso si intende il problema.

I problemi sono tanti, diversi e – ad eccezione della salute che ha il primato – tutti egualmente importanti.

Beate le partite iva, che un capo non ce l’hanno e non hanno orari. Sì, ma le partite iva di due intascano uno e spesso dopo aver lavorato cinque. Non c’è malattia. Non ci sono ferie. Non esiste maternità.

Beato chi lavora nel pubblico che ha le ferie pagate, il diritto di sciopero ed ha pure la malattia. Sì, ma ultimamente chi lavora nel pubblico è un precario e le possibilità di stabilizzazione sono pari alle probabilità di stabilire che fine ha fatto Carmen Sandiego e a volte nemmeno si ha la gentilezza di farti sapere se il tuo contratto sarà rinnovato o meno. [Digressione, è vero, diritto di sciopero, ma molti dimenticano che aderire significa rinunciare a un giorno di stipendio, come è giusto che sia; giusto non è aver paura di fare sciopero per ritorsioni contrattuali]

Beato chi ha l’attività di famiglia, che non deve sbattersi. Sì, ma magari anche se ho il padre commerciante io volevo fare l’artista.

Beato te che un lavoro ce l’hai. Sì, ma magari sono sottopagata, con un contratto ridicolo e che mi scade dopo domani senza sapere se me lo rinnoveranno. Magari il mio capo è un sociopatico, il mio collega di scrivania un serial killer e la segretaria mi fa pesanti avances sessuali mentre biascica la gomma da masticare a bocca aperta.

A furia di dire “beato chi” abbiamo finito per crearci con le nostre mani una guerra tra poveri. Sono questi i veri “Hunger Games”, (alla lettera i giochi della fame), altro che effetti speciali e ragazze di fuoco.

Siamo diventati cattivi, cinici e invidiosi. Non siamo solidali e ci facciamo la guerra, anche per motivi futili come organizzare una cena nel fine settimana.

Sicuramente a qualcuno va bene così, forse alla D’Urso, ai rettiliani o alla lobby dei curriculum europei. Io – e per io intendo io – mi sono stufata.

Ci hanno insegnato che siamo una generazione inadeguata, di sfigati e schizzinosi. E noi ci abbiamo creduto.

Ci hanno fatto credere che a trent’anni – ma anche a quaranta – sei ancora giovane, devi imparare, devi fare esperienza e acquisire competenze e che quindi, dobbiamo accettare qualsiasi cosa senza riflettere. Se non accetti sei un ingrato, sei un bamboccione, sei “choosy”.

Ci hanno anche insegnato che a trent’anni – e anche a quaranta – non importa quanto tu sia bravo e competente, hai superato la data di scadenza, non hai dinamismo, sarai improduttivo.

Ci hanno insegnato anche che, se fa comodo a qualcuno, siamo entrambe le cose, a seconda se il giorno sia pari o dispari.

Ma tutto questo non ha importanza. Perché fortunatamente un lavoro io ce l’ho. Almeno per i prossimi quindici giorni.