Je, MALAUSSÈNE.

Confessioni di un ex inutile staff Se proprio ritenete che mi stia sbagliando, farò in modo di fare ammenda.

Ciao, mi chiamo Irene Moretti, ho quasi 32 anni, da quasi un anno sono tornata a vivere a Bologna e sono – stata – quello che l’attuale sindaco di Orbetello chiama “lo staff personale del precedente sindaco”.
Mi presento perché c’è un qualcosa che sfugge ai più e che è sfuggito a tanti durante gli ultimi quattro e rotti anni: dietro alle etichette, ci sono persone. Persone che hanno un proprio vissuto, al di là dell’etichetta. Persone che hanno una vita, al di là dell’etichetta e al di là degli “oh, bimba, mica è una cosa personale”.
Perché quello che nessuno ha capito, non oggi e nemmeno allora, è che in realtà non è possibile che non sia una cosa personale.
Avete scritto e continuate a scrivere su quella figura cose assurde, vantandovi di averla eliminata, ma continua a sfuggirvi un punto: dietro alla vostra demagogia da campagna elettorale, invero becera se devo essere onesta, ci sto io. Che sarò pure a svariate centinaia di km di distanza da Orbetello, ma le palle me le fate girare lo stesso.
Il mio primo giorno di lavoro è stato, se non ricordo male, il 7 agosto del 2012.
Il mio ultimo giorno il 31 dicembre 2015.
Il che significa che è da quasi un anno che lo staff del sindaco non esiste più.
Le elezioni sono state il 5 giugno 2016
Non prendetevi meriti: gli staff non sono figure obbligatorie, sono figure discrezionali e pertanto il termine “abolito” è buono solo per fare facili proclami.
Se dovessi ripercorrere tutto ciò che ho sentito dire sul mio conto in questo lasso di tempo, non basterebbe un post, ma se volete farvi un’idea, potete scorrere le bacheche dell’attuale sindaco, di parte dell’attuale maggioranza e anche di parte di quella che era la maggioranza durante lo scorso mandato: non ci prendiamo per i culo, pure gli “amici” non è che si siano spesi troppo per difendere lo staff.
La presenza dello staff sarebbe stata un enorme spreco di denari pubblici.

Uso un eufemismo, perché spesso i toni sono stati ben più diffamatori rispetto a quello che ormai considero un soprannome affettuoso. Inutile.
La mia versione dei fatti è che l’amministrazione si è ritrovata con un’impiegata in più, ampliamente sottopagata – perché nonostante i numeri millantati sono stata con 700 euro al mese per quasi quattro anni, cifra ridicola per pensare, a 30 anni, di avere la propria indipendenza -, ma con un’etica del lavoro tale da non preoccuparsi di aver sforato le ore previste dal suo contratto.
Staff personale continuano a chiamarlo.

Ma mi chiedo che giovamento ne abbia tratto l’ex sindaco quando ho passato un mese in unità di crisi; o che giovamento ne abbia tratto quando per quattro anni tutt* mi avete vista correre da un lato all’altro del paese per assicurarmi che l’evento X o l’evento Y filasse tutto liscio; mi chiedo che giovamento ne abbia avuto il sindaco quando ho proposto, in piena emergenza, di creare un canale social per interloquire con i cittadini; mi chiedo che giovamento ne abbia tratto il sindaco quando ho cercato, in momenti di organico carente, di dare una mano agli altri uffici, finendo persino a fare la bibliotecaria.
Chi afferma che lo staff del precedente sindaco sia stato personale e a suo uso e consumo probabilmente ha problemi di vista, oppure è talmente rintronato dalla campagna elettorale e dai proclami da non aver visto che dal 7 agosto 2012 al 31 dicembre 2015 c’era una povera esaurita, che sarei io, che oltre a non avere più una vita privata, correva e destra e a manca.

Strano, alcuni di voi ci hanno anche scherzato con me.
Il fatto che io abbia sempre avuto un’etica del lavoro e della cosa pubblica piuttosto sviluppata non garantisce ovviamente che io abbia fatto sempre un ottimo lavoro, ma credo di averci messo molto impegno e tanto di me stessa, quel tanto che mi basta per dormire sonni tranquilli.
Però ecco, dopo un anno che me ne sono andata a cadenza regolare mi ritrovo a leggere di quanto siete fighi perché avete eliminato lo staff, che per proprietà transitiva poi sono sempre io – tralasciando tutta la storia dell’ufficio stampa esterno – e se permettete, anche se mi sono trasferita a svariate centinaia di km di distanza da Orbetello, un po’ mi girano.
Però mi viene anche da ridere. Perché se quei 700 euro al mese sono stati così gravosi sull’economia del territorio allora dovreste ringraziarmi che me ne sono andata a cercare di costruirmi una vita mia.
Perché signori, è bello essere nei vostri pensieri, soprattutto quando vi fa comodo, a destra e a sinistra.
Però pensate anche ad altre cose, che insomma, non credo che i problemi di Orbetello dipendessero solo dai miei 700 euro al mese.
Se proprio ritenete che mi stia sbagliando, farò in modo di fare ammenda.
Oh, traquilli, visto che sono sempre nei vostri pensieri poi i soldi del Monopoli che guadagnavo e che hanno fermato l’economia del territorio per anni ve li resistituisco. Promesso.
Magari l’anno prossimo Gustatus lo fate durare due settimane e le luminarie le montate ad agosto.

Pensate ganzo.

Nikefobia Una giustificazione psicologica ai miei fallimenti.

Il fatto è che io ho paura di un sacco di cose.

Da sempre. Più o meno. Credo di essere stata la bambina più paurosa mai esistita e credo anche che ciò abbia influito nel mio essere rimasta figlia unica.

Provateci voi a fare un altro figlio quando avete una rompipalle che dorme in camera con voi.

Beccati questa Lorenzin!

Ho un sacco di paure.

Ho paura del terremoto.

Ho paura del fuoco.

Ho paura degli scarafaggi, dei grilli, delle cavallette e delle falene.

Ho paura della morte.

Ho paura del buio e degli spazi vuoti, ma solo quando le due cose sono concomitanti.

Ho paura di perdere alcune persone, anche se poi le perdo comunque e un po’ mi abituo, ma nemmeno troppo.

Ho paura di perdere lucidità.

E ho paura di essere felice.

Sì, ho proprio paura di essere felice. Ne sono talmente terrorizzata che arrivo ad autosabotarmi.

La mia vita è costellata da una serie infinita di tentativi di sabotaggio e di profezie – negative – autoavveranti.

Ricapitolando ho: pirofobia, entomofobia, necrofobia, acluofobia, kenofobia, terremoto-fobia, solitudino-fobia e nikefobia.

Eh già, perché pure la paura di essere felici ha un nome: nikefobia, paura di vincere.

Il fatto che la psicologia la associ quasi solo esclusivamente agli atleti, non conta.

Non sono un’atleta. Il lancio del curriculum, l’arrampicata libera sugli specchi e il sollevamento di polemiche non contano come attività sportiva. Ho chiesto. Però io c’ho la nikefobia ecco.

La nikefobia è un fenomeno per cui un atleta (…) seppur dotato di grandi potenzialità, non raggiunge mai livelli elevati di prestazione sportiva a causa di propri comportamenti specifici che assumono le sembianze di un vero e proprio “auto-sabotaggio”. (Definizione presa da qua)

Insomma, che io le potenzialità le abbia lo sappiamo. Me lo dite sempre. A volte siete abbastanza convincenti che ci credo pure io. Non fatevi confondere dal mio egocentrismo.

Eppure resto sempre indietro.

Sono quella che in tutto quello che fa si sente nella testa le parole della maestra che dice “è brava ma non si applica”.

Ma io mi applico per Dio!

Ve lo giuro su quello che volete, io mi impegno. Mi impegno parecchio.

E resto indietro.

Perché c’ho la nikefobia.

E adesso che ho imparato che significa e che esiste posso beatamente cruogiularmi nella mia autocommiserazione e dare la colpa a una condizione medica se fallisco malamente in tutto quello che faccio.

Ah, che bello avere l’ennesima scusa per giustificare le mie stronzate e le mie sconfitte.

È rassicurante. È liberatorio. Solleva da ogni responsabilità.

Mica è colpa mia. Io c’ho la nikefobia.

Perché raggiungere una vittoria, o la felicità, sarebbe uno stress immane.

Meglio stare nella mediocrità, piangermi un po’ addosso.

Magari vincere un abbraccio con un po’ di pietismo.

E poi vi immaginate che ripercussioni potrebbe avere la mia felicità sul mio sarcasmo e sulla mia ironia?

Perderei il mio superpotere di farvi ridere con le mie sfighe. Come faccio poi?

Come faccio poi se non posso prendermela con me stessa?

Con chi me la piglio?

No, datemi retta. Meglio autosabotare qualsiasi cosa possa rendermi felice.

Meglio dirmi “tanto non ce la posso fare”, almeno tengo basse le aspettative, non rischio di rimanere delusa e nemmeno lo stress che comporterebbe riuscire. Poi mi tocca tornare in terapia e non ho soldi.

Meglio autosabotarmi le relazioni umane.

Ché io lo so che ogni tanto sono un po’ sopra le righe. Lo so che per compensare la mia timidezza – ridete, è vero, lo sono, non sapete nemmeno quanto – spesso divento pure troppo espansiva. Divento proprio una spina del culo. Non so come alcun* ancora mi sopportino.

Altre persone le allontano. Perché sarebbe troppo facile avere rapporti di tipo vario in maniera serena.

Quando mi piace una persona state sicur* che farò di tutto per rovinare qualsiasi cosa in partenza.

Ci ho provato a essere un leone, ma c’ho la nikefobia.

Capito Ma’?

Non è che “sono brava, ma non mi impegno”. Non è colpa mia.

È colpa della nikefobia.

E ora che ho scoperto della sua esistenza, vivrò i miei fallimenti con molta più serena rassegnazione.

Oppure mi darò un metaforico calcio in culo e cercherò di farmela passare, non si sa mai che essere felice per una volta non sia così stressante come immagino.

Campagna elettorale e altre facezie: vota Antonio (Poche) Gioie e tanti dolori della campagna elettorale

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Oggi entriamo nell’ultimo mese di quella cosa bellissima che si chiama campagna elettorale.

Se siete miei concittadini del paese dai vicoli stretti e stavate aspettando con trepidazione l’endorsement dell'(ex) inutile staff del sindaco rilassatevi pure, mangiate tranquilli, perché tanto non “endorso ” proprio nessuno e anche se lo facessi non vi direi proprio un bel niente.

Pappappero.

Dicevo, oggi entriamo nell’ultimo mese di campagna elettorale per cui é legittimo aspettarsi colpi di scena concentrati che manco in vent’anni di Beautiful. Durante l’ultimo mese di campagna elettorale succede tutto e il contrario di tutto.

Magari si promette di risolvere l’emergenza abitativa, che in città come Bologna, tipo, si sente. Eccome se si sente. Si sente talmente tanto che c’è chi, pur di non dormire sotto un ponte, occupa.

Ecco, si promette di risolverla e nel mentre si sgombera uno dei millesettecento immobili sfitti, buttando in mezzo alla strada, alle prime luci dell’alba, donne e bambini. Poi già che ci sei tiri anche un paio di manganellate, non si sia mai che ci fate perdere l’abitudine.

Insomma, pensavi si fosse ricandidato Merola e invece ti svegli e c’è ancora Cofferati. 

Durante la campagna elettorale non perdere i voti dei moderati é fondamentale.

Durante la campagna elettorale tutti hanno un’opinione su tutto.

Se l’argomento del giorno è se nella carbonara va o meno la cipolla, allora state tranquilli che ognuno avrà da dare la sua ricetta.

Antonio Latrippa, che è un conservatore, dirà che assolutamente, no, la cipolla é un abominio, un attentato alla cucina tradizionale; Graziella Graziealcazzo, più progressista, dirà che la cipolla nella carbonara è un atto di democratizzazione, di inclusione e che comunque ce lo chiede l’Europa.

I Cinque Stelle, invece, diranno che la carbonara é un piatto massone, fa ruttare scie chimiche e quindi meditate, gombloddo e sveglia1!!!1!1!1!!1!1!

I (ri) candidati a sindaco e a consiglieri avranno finalmente un’opinione su questioni che prima avevano evitato come la peste. Improvvisamente tutti e tutte prenderanno posizione su tutti quegli argomenti che nei cinque anni precedenti erano stati accuratamente evitati.

Tranquill*, finite le elezioni torneranno nel dimenticatoio per altri cinque anni: la campagna elettorale fa diventare le questioni che prima erano etichettate come “quisquilie e pinzillacchere” questioni di importanza capitale e di contro fa diventare le cose serie grandissime stronzate.

I (ri) candidati sindaci e consiglieri, durante questo mese, spuntano come i funghi; anzi, proseguendo con le metafore culinarie, diventano come il prezzemolo. Sono ovunque.

Hanno il dono dell’ubiquità. Se c’è da inaugurare una panchina, una fioriera, 200 metri di pista ciclabile che non porta da nessuna parte, loro ci saranno. In maniera completamente e armoniosamente bipartisan essi ci saranno.

Dispenseranno sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle; saranno prodighi di consigli e promesse, avranno posti di lavoro post elettorali (che al 99% vedrete nel mese del poi dell’anno dei mai) e daranno affettuose carezze ai vostri bambini.

Potrebbero anche essere pronti a dichiararsi favorevoli al matrimonio egalitario se sono nella merda e hanno bisogno del voto di lesbiche, froci e trans. Io non gli crederei, voi fate voi.

Una delle cose che mi ha sempre fatto impazzire della campagna elettorale, però, è che diventiamo tutti amici per la pelle.

Negli ultimi anni il primo segnale che la campagna eletterale é agli sgoccioli é una crescita keynesiana delle richieste di amicizia su Facebook.

Nel giro di poche ore, quindi, ti ritrovi con sedici richieste di amicizia e venti inviti a mettere “mi piace” di cui diciannove vengono da pagine di centrodestra – che ormai i social li sanno usare pure loro anziché no – alle quali non metteresti il like nemmeno se fossi innamorat* del candiat* sindaco.

Il secondo segnale è sul cellulare. Arriveranno valanghe di sms e messaggini su Whatsapp, tutti con lo stesso testo, tutti con gli stessi errori sintattici, tutti con appelli, preghiere, vinciamo noi, noi con voi e spesso conditi con quegli orrendi santini elettorali di cui il Corriere della Sera va ghiotto e dove capita che il sole tramonti a est e sorga a ovest (storia vera).

E poi per strada… Per strada, soprattutto in buco di culo come il paese dai vicoli stretti, l’ultimo mese di campagna elettorale  é tutto un “ciao”.

Esci per fare la spesa e qualcuno che non hai mai visto  ti ferma e ti saluta calorosamente:

– Ciao Irene, come stai?

Tu lo guardi, abbozzi un sorriso e rispondi tuttobenegrazie (proprio tutto attaccato), aspetti che si sia voltato, guardi tua madre e fai:

– Machicazzoèquesto? (Anche qui tutto attaccato)

La risposta però, intimamente, la sai già: un candidato.

Ogni due metri, quattro ciao per una media di un ciao ogni cinquanta centimetri. Praticamente un pezzo hip hop.

Narra la leggenda che durante la campagna elettorale le amicizie interrotte riprendano vita come una fenice. O meglio, qualcuno ci prova. Ovviamente in maniera del tutto disinteressata.

Alle volte la campagna elettorale fa proprio miracoli, farebbe chiedere a Caino l’amicizia ad Abele su Facebook, farebbe correre un Lannister a chiedere scusa a uno Stark per aver decapitato il povero Ned.

C’é una cosa, però, che amo profondamente della campagna elettorale ed è il silenzio.

Il silenzio elettorale sono quelle ventiquattro ore in cui, per legge, dando per assodato che dopo mesi di bombardamento mediatico l’elettore si sia ormai formato un’opinione, il Legislatore impone uno stop alla campagna elettorale.

Niente comizi in piazza, niente comparsate in tv, niente inaugurazioni di monumenti per i criceti del Medio Oriente, niente santini. Niente.

La pace elettorale.

È uno dei pochi tipi di silenzio che amo visceralmente e per me, laureata in Mass Media e Politica, capite che è un’affermazione pesante.

Vi immaginate che bello le elezioni senza campagna elettorale? Certo, con la mia laurea lavorerei ancora meno di adesso, ma vuoi mettere niente di tutto quello che ho descritto sopra?

Forse sarebbe un mondo meno ipocrita, ma ci perderemmo tanti spunti per farci una risata, anche se spesso amara.

Ps: taggate anche voi questo post al vostro candidato del cuore e invitatelo a iniziare il silenzio con un mese di anticipo.

Sii un leone.

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Una mia amica, durante una delle mie sessioni di lamentela, mi ha detto:

“Domattina, appena ti alzi, vai davanti allo specchio e ripeti a te stessa ‘sono un leone, sono un leone, sono un leone’.”

“Devo anche ruggire?”

“Se ti aiuta, sì.”

Io ci ho provato, ve lo giuro. Mi sono guardata allo specchio, dritta nelle occhiaie e mi sono detta: “Sono un leone”.

Poi è arrivata quella grandissima stronza della vocina nella mia testa che mi ha detto: “Cazzo stai a di’, sei di febbraio, sei un acquario.”

Ho provato a controbattere, ma la mia vocina non ha sentito ragioni.

Allora io alla mia vocina voglio dire un paio di cose, che magari se le metto nero su bianco le legge, perché scripta manent pure per la coscienza.

Voglio dire alla mia vocina che se io fossi veramente un leone mi eviterei un sacco di seghe mentali.

Pensaci vocina, se invece di essere l’acquar-leone codardo avessimo – io e te vocina, che siamo la stessa cosa, ma diversa – seguito la strada di mattoni gialli ci saremmo prese ciò che volevamo.

Forse no, ma quanto meno ci avremmo provato e non saremmo qui a pensare ai se, ai ma, ai forse e ai “mi stavo cagando sotto”. Compris?

Vedi vocina nella mia testa che mi fai essere ignava, se fossi un po’ più coraggiosa forse la mia vita sarebbe meno complicata. Meno noiosa.

Se fossi più coraggiosa forse riuscirei a dire, a fare, a chiarire, a dichiarare. Invece di farmi discorsi bellissimi o cazzutissimi – a seconda dello scenario della mia fantasia pre fase REM o sotto la doccia – tutti nella mia testa, li farei alle persone interessate.

Pensa vocina, come sarebbe bello poter dire ad alta voce, in ordine rigorosamente sparso:

  • “Mi piaci”
  • “Facciamoci una scopata e poi amiche come prima”
  • “Mi stai veramente sul cazzo”
  • “Ridammi quei cinque euro che ti ho prestato figlio di grandissima lavoratrice”
  • “Ti voglio bene”
  • “Scusa, ma i cinquanta euro per quel lavoro là?

Vedi vocina, ti ho fatto solo una manciata di esempi, ma considera le infinite possibilità di avere le ovaie di dire certe cose? Comprendi quanto tempo prezioso risparmieremmo io e te? Tempo che potremmo passare in modo più piacevole, che ne so, a fare l’amore magari, che visto che l’abbiamo detto magari poi viene fuori di essere pure ricambiate.

Non è fantascienza, vocina, non ci manca niente a noi. Forse un paio di centimetri, ma siamo apposto. E poi, una volta che ci si dichiara, oh, se l’interesse non è ricambiato si va avanti. Morta una papessa se ne fa un’altra e via verso l’infinito e oltre.

Pensa a cosa avresti potuto fare con quei cinquanta euro? Oppure a quanto meno stressante sarebbe non dover fingere che questa o quella persona ci piaccia quando invece proprio ci sta sul cazzo?

Vocina, io e te il coraggio da qualche parte ce l’abbiamo e qualche volta l’abbiamo dimostrato.

Smettiamola di essere acquario.

Roar.

 

 

 

Un anno senza sesso. Venti giorni senza tabacco. Una settimana di dieta.

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta. 12042717_988921961176518_6080880765109964645_n
Trentuno anni, un mese e ventitré giorni dal mio primo vagito.
Le ore non le conto, mi sembra eccessivo.
Questo è il riassunto della mia vita a oggi, 5 aprile 2016.

Un anno senza sesso. E non è nemmeno il mio record.
Facile ricordarmi la data esatta, è stato l’ultimo giorno che ci siamo viste prima di lasciarci e io ho la memoria praticamente fotografica.
Mi sono mancate le occasioni?
Forse.
Non sono mai stata una persona da sesso fine a se stesso, ma dopo trentuno anni, un mese e ventitré giorni di occasioni mancate e relazioni più o meno stabili e monogame, dopo trecentosessacinque (o trecentosessantasei?) di astinenza totale, sto rivedendo la mia posizione.
Oddio, in realtà di posizioni nella mia testa ne sto vedendo diverse e molto, molto dettagliate, ma questa è un’altra storia.
La primavera è una brutta bestia.
Ti prende l’ormonella, le Erasmus si svestono, le lesbiche escono dalle gabbie e si rasano addirittura le ascelle.
Tu c’hai l’astinenza e vai in tilt.
Finisci per strusciarti anche contro le colonne del portico di San Luca. Blasfemia.
Dato che ho rivalutato la mia posizione – e che come ho detto prima parafrasando il mio alter ego letterario “nella mia testa le posizioni sono chiarissime” -, si accettano volontarie.
Mi riservo comunque di allontanare le clienti non adeguate, che come ha pensato Olga un minimo di selezione all’ingresso male non fa. Pure se sei in astinenza.

Venti giorni senza tabacco. Circa.
Sembra un’eternità.
Nessuno mi avrebbe dato due giorni e invece tengo botta.don-t-smoke-7-1314914-1919x1274
Sarà stata la botta emotiva che mi ha spinta a fumare l’ultima sigaretta a Villa Ghigi e a buttare il tabacco nel cestino dei rifiuti a darmi la giusta motivazione e la resistenza?
Sicuramente, ma perdonatemi, non ne voglio parlare.
Il tabacco mi manca? Sì, un po’. Dopo il caffè, mentre bevo una birra, dopo il pranzo di Pasqua, dopo una riunione fiume, mentre aggiorno il blog… dopo che avrò fatto sesso vi saprò dire se mi mancherà anche in quel frangente.
Sento i benefici dell’aver smesso?
Decisamente sì. Ieri ho fatto uno scatto, mentre parlavo al telefono, per evitare di essere investita sulle strisce e, udite udite, niente fiatone. Nemmeno facendo le scale di casa mia, nel paese dai vicoli stretti che a Bologna sto al piano terra.
I sapori e gli odori sono amplificati e la mattina mi sveglio senza il cinghiale seduto sul petto e il catrame nei polmoni.
Resisterò, alla faccia del Golden Virginia.

[NB: se dovessi diventare una ex fumatrice cagacazzo, siete autorizzat* a menarmi. Forte.]

Una settimana di dieta.
Be’, non è la prima volta che mi metto a dieta e in passato ho avuto anche risultati importanti.
Ok, stare a dieta a Bologna è difficile. Ok, è difficile stare a dieta pure quando sono nel paese dai vicoli stretti visto che mio padre quando si annoia cucina e lui si annoia sempre.
Però una cosa è certa: Ugo deve sparire.
Ugo sarebbe la mia pancia, perché ingrasso solo lì.
No, il doppio mento è un gentile regalo genetico del DNA Moretti.
No, le tette non sono di adipe e restano abbondanti anche se perdo qualche kg. Le fan (e i fan) delle gemelle si rassicurino.
Addio apertitivi. Oddio, addio…diciamo che ci do un taglio, li riduco.
Addio birra. Oddio, addio… diciamo che riduco pure quella.
Oh, niente sesso, niente tabacco, dieta… almeno un po’ di birra lasciatemela, cazzo!

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta.

Il risultato è che sono iper attiva.
Mi eccito per un attaccapanni. No, non in senso sessuale. Volevo dire che mi emoziono al pensiero di avere la stanza più ordinata.
Mi sono iscritta in palestra. Nel video potrete vedere una clip di me al primo allenamento.


Cammino. Vado in bici.
Faccio le pulizie straordinarie tre volte al giorno.
Correggo bozze.
Scrivo articoli.
Twitto stronzate.
Sono talmente multitasking che riuscirei a fare l’amore, la carbonara, le parole crociate di Bartezzaghi a penna e scoprire che fine ha fatto Carmen Sandiego, tutto contemporaneamente.

Sono anche particolarmente più ironica del solito.

E modesta, soprattutto modesta.

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Tre notti che non dormo

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Sono tre notti che non dormo.

Che poi in realtà è più di una settimana, ma concedetemi una licenza poetica. Magari mi convinco che la mia insonnia sia meno fastidiosa.

Dicevo, sono tre notti che non dormo.

Occhi sgranati. Mi giro e mi rigiro. Guardo l’orologio.

Mezzanotte.

L’una.

Le due.

Le tre.

Le quattro.

Come avrebbe detto mia nonna, mi votu e mi rivotu.

E la cosa pazzesca è che non c’è nemmeno un pensiero particolare a tenermi sveglia. Forse un’accozzaglia di pensieri più o meno importanti, ma niente di così trascendentale da giustificare i miei occhi sgranati.

E nel frattempo il ritmo circadiano è andato a farsi benedire.

Perché dato che sono in ferie (forzate, ma questo lo spiegherò nei prossimi giorni), genitori permettendo, poi posso dormire fino all’ora di pranzo. E allora via che si ricomincia da capo.

Ma chi l’ha inventato ‘sto ritmo circadiano? E soprattutto, visto che è così importante per il benessere e la sanità mentale di un essere umano, come faccio a ripristinarlo?

Come si fa quando anche le gocce che ti ha dato il medico fanno lo stesso effetto della medicina omeopatica?

Se fossi un uomo opterei per la sega della buonanotte, ma sono una signora e certe cose non si fanno (o quantomeno non si dicono… comunque non funzionano nemmeno i metodi non convenzionali. Niente di niente).

Ma perché non riesco ad addormentarmi ad un orario decente da quando sono tornata nel paese dai vicoli stretti? Forse lo so, ma se ve lo dicessi http://s307.photobucket.com/user/JakeMongoose/media/spoilers.png.htmloggi sarebbe uno spoiler, e io odio chi spoilera.

L’altra notte, in una delle mie sessioni di insonnia e contorsionismo tra le coperte alla ricerca della posizione più comoda per addormentarmi mi è venuta in mente una frase, una di quelle che girano su Facebook:

Dice una leggenda, che se non riesci a dormire la notte è perché sei sveglio nel sogno di un altro.

La fonte è incerta anche per Google.
Poniamo che fosse vero, voglio lanciare un appello: chiunque tu sia che mi stai sognando con tanta veemenza, fai qualcosa, perché vorrei dormire anche io.
Perché mi sogni? Parliamone, sono aperta al dialogo e propensa a cercare una soluzione pacifica per tutti.
Ho vagliato un paio di opzioni, oh misteriosa persona che mi sogni:
1) mi sogni perché ti piaccio. Mi ami. Mi adori e non sai come dirmelo. Non avere paura del mio eventuale rifiuto, fatti avanti che come ha scritto un mio contatto “pensarsi e non dirselo è da maleducati“.  Pensa alle possibilità: il tuo interesse potrebbe essere ricambiato, tornerei a dormire e anche più contenta. Anzi, saremmo content* in due! Dai, sono single, buttati. Al massimo restiamo amic* e se proprio mi fai schifo prometto che te lo dirò con il massimo tatto e diplomazia di cui sono capace.
2)mi sogni perché mi odi. Ecco, parliamo anche di questo. Dimmelo in faccia, mandami un sms, una whatsappata se proprio sei timid*. Fermami per strada e dammi uno schiaffo. Capirò, lo giuro. Ma fammi dormire in pace. Smetti di sognarmi car* il mio o la mia hater. Butta fuori questa rabbia nei miei confronti. Trova un modo creativo per mandarmi a cagare una volta per tutte e lasciami dormire in pace. Datti al bricolage, alla collezione di francobolli, ma per Dio, fammi dormire.
3) mi sogni anche se non mi conosci. Allora non posso farci niente, ma i miei contatti li trovi qui da qualche parte, ci prendiamo un caffè, finalmente ti togli la curiosità, vedi che sì, sono un tipo, ironica, niente di che, e ti metti l’anima in pace. Dai, puoi farcela. Io voglio dormire.
Quanto mi piace fare elenchi. Magari mi aiutassero a dormire.
 

Mi telefoni o no. Il giorno in cui l’EMAI apparve, ma sparì subito dopo.

E poi succede.

Succede che in un’anonima mattina infrasettimanale Gmail ti notifica che l’Emai – ovvero quella email che non arriva mai – cessa di diventare una creatura mitologica e diventa qualcosa di concreto.

La vedi, è lì. Non puoi toccarla come se fosse una lettera vecchia maniera, di quelle col francobollo e i bordi blu e rossi, ma è lì e tu la vedi.

Senti una scarica di adrenalina prima di aprirla, ne hai quasi un timore reverenziale.

Click.

“Gentile Je, Malausséne, grazie per il tuo interesse per l’ “azienda xyx”, sarebbe meraviglioso parlarne il giorno y, alle ore x, per approfondire attraverso un colloquio telefonico. A presto.”

L’adrenalina a questo punto è alle stelle: Fabio Grosso ha appena segnato l’ultimo rigore a Berlino, siamo campioni del mondo. 

Sei incredulo. Il timore reverenziale per aver assistito all’arrivo di una creatura mitica ti fa tremare prima di cliccare sul tasto rispondi e sei tremolante anche mentre scrivi che per te va benissimo e che sì, al giorno y alle ore x ci sarai e che non vedi l’ora.

Controlla eventuali errori di ortografia.

Click.

Risposta inviata.

Il timore reverenziale e il rispetto nei confronti dell’Emai a questo punto si tramuta in ottimismo. Essa esiste. Ne hai le prove, vorresti gridarlo al mondo, ma sei scaramantico e tieni per te questa notizia.Amici e parenti non devono saperlo. Nemmeno il tuo cane di peluche. Bocca cucita, giurin giurello, finché non arriva questa telefonata non devi parlarne con nessuno.

Ingoi l’eccitazione, reprimi l’adrenalina, metti su la tua migliore maschera da “che palle non succede mai niente”.

Passano i giorni. Arriva il giorno y.

Sei teso come una corda di violino.

Mentre si avvicina l’ora x controlli spasmodicamente il telefono, sbrogli gli auricolari, metti anche un’immagine del profilo decente su Skype, che non si sa mai.

Ti pettini, trucchi e vesti proprio come se dovessi andare a un colloquio, ma non uno qualsiasi: è il colloquio che smentisce l’esistenza dell’Emai dopo tutto. 

L’orologio segna l’ora.

Niente.

Il telefono squilla.

Sobbalzi.

“Ciao, volevo chiederti se oggi alle sette possiamo andare a …”

Tagli corto che no, oggi hai da fare, niente aperitivo in compagnia. Ci sentiamo poi, devo tenere la linea libera. Maledici l’amica che ti ha chiamata, ma allo stesso tempo la benedici: ha preso la linea, ennesimo black out del tuo gestore scongiurato.

Tic, tac. Tic, tac.

I minuti passano, tu hai tolto tutti gli orologi analogici perché il rumore ti dà sui nervi, ma senti comunque il tempo passare.

Niente.

Silenzio.

Passa un’ora.

Ne passa un’altra. Che fare?

Decidi per la soluzione diplomatica, pensi che la vita alle risorse umane di una multinazionale sia frenetica, pensi che può capitare.

Prendi la prima e-mail, premi rispondi e con savoir faire e diplomazia fai presente che anche se è saltato l’appuntamento resti a disposizione.

Click.

Messaggio inviato.

La risposta arriva dopo poco: “Scusaci, abbiamo avuto un’emergenza, possiamo sentirci domani alla stessa ora?”. Sospiro di sollievo, non si sono dimenticati di te, ma la vita nelle multinazionali è veramente frenetica e ci può stare. Rispondi dando massima disponibilità, certo che per te va bene rimandare all’indomani alla stessa ora; dopo tutto stiamo parlando della mitica “E-Mai”, mica del sesso degli angeli.

E allora ricominci da capo, ripeti il rituale scaramantico di non dirlo a nessuno, ti assicuri di essere libera e di non prendere impegni per la nuova ora x fissata.

Ci dormi su e la mattina seguente ti alzi. Non ricordi nemmeno se hai sognato e cosa hai sognato: la scarica di adrenalina ti ha fatto dormire come un sasso.

Segui il solito rituale caffè-sigaretta-doccia.

Controlli che il cellulare sia ben carico. Ossessivamente.

Controlli che nonostante il mal tempo e nonostante il tuo gestore sia avvezzo ai black out tutto sia apposto.

Lo è.

Accendi Skype con la tua nuova foto profilo, sempre perché non si sa mai.

Manca un’ora. Pulisci la tua stanza. Ti prendi un altro caffè. Fumi un’altra sigaretta. Poi un’altra e un’altra ancora.

Controlli che il cellulare abbia linea. Il wi-fi di casa prende bene, ottimo.

Fuori piove, ma questo è irrilevante perché l’ora x è arrivata.

Ti arriva un sms: Agos Ducato ti offre un prestito con tassi vantaggiosi. Maledici Agos Ducato e quella volta che hai comprato a rate con un loro finanziamento, sono diventati peggio dei Testimoni di Geova.

Nel frattempo è passata mezzora. Niente.

Il telefono non squilla.

Su Skype continuano ad arrivarti notifiche di un ex compagno di università che si collega e scollega ogni cinque minuti.

È passata un’ora. Silenzio.

Ricominci a sentire il tic tac immaginario di tutti gli orologi analogici che hai maledetto nella tua vita. Trento-Mercatino_dei_Gaudenti-alarm_clocks Silenzio. Attendi, come un soldato in trincea. Ti sistemi i capelli, controlli che i vestiti siano appropriati. Pensi se andranno bene gli orecchini che hai messo e se forse non sarebbe meglio stare senza.

Decidi che ha poca importanza, tanto non sai se a squillare sarà il telefono o se sentirai la fastidiosa suoneria di Skype.

Mentre pensi se la riga ti starebbe meglio centrale, a destra o a sinistra sono passate due ore e sei davanti a un piatto di spaghetti che mangi con l’orecchio puntato all’altra stanza. 

Niente. Non squilla niente e a quel punto ti rendi conto che probabilmente non squillerà più. Fai spallucce e pensi che fa parte del gioco, inutile farsi troppe domande e abbattersi.

Almeno questa volta una mail te l’hanno mandata dopo tutto, è già qualcosa.

Prendi un altro caffè e ti fumi un’altra sigaretta. La giornata è andata e la telefonata non è arrivata; pensi che forse nel frattempo hanno offerto il lavoro a qualcuno migliore di te, rifletti su come migliorare il tuo CV e a quali saranno le tue prossime mosse.

Non te la prendi, il mondo del lavoro oggi come oggi è una vasca di squali, in fondo, seppur precario, devi ringraziare che per ora tu un lavoro ce l’hai.

C’è qualcosa però che ti sfugge e ti infastidisce oltre all’idea di aver perso due mattinate ad aspettare una telefonata ed è l’assenza di spiegazioni.

Il silenzio, pensi, a volte è una delle cose più odiose che esistano. Pensi che vorresti mandar loro una email, ma sei consapevole dell’inutilità del gesto.

Continui con la tua vita, guardandoti intorno, mandando curriculum vitae a destra e manca e nel frattempo prosegui nel fare al meglio il tuo lavoro.

E poi, una mattina, il film si ripete. La multinazionale ti manda un’altra e-mail per fissarti un altro appuntamento telefonico. Ci credi poco, ma siccome nonostante tutto quella azienda ti piace molto dai la tua disponibilità. Passi la giornata senza nemmeno pensarci e non ci pensi nemmeno l’indomani mattina, nuovo D-Day per il colloquio telefonico. E fai bene, tanto in fondo lo sapevi che la telefonata non sarebbe arrivata nemmeno questa volta.

E infatti non arriva.

[Avevo già pubblicato questo post qualche settimana fa e in qualche modo mi auguravo di dargli un lieto fine.

Invece mi sono ritrovata ad aggiungere l’ennesimo colloquio disatteso senza alcuna spiegazione. Il terzo.

Non voglio aggiungere altro su quanto accaduto, quello che avevo da dire l’ho scritto direttamente alla azienda interessata, in maniera molto educata.

Non senza qualche remora, dato che il mio interesse per questa azienda era – ed è, perché al di là di tutto il servizio offerto mi piace – forte.

Niente lieto fine dunque, ma nemmeno un brutto finale. Direi piuttosto un finale deludente, ma che rispecchia fedelmente le vicessitudini che ci ritroviamo ad affrontare nel mondo del lavoro.]

EDIT: addì lunedì 30 marzo la telenovela si conclude. Arriva una mail dove mi si comunica che hanno assunto altri e la posizione non è più disponibile. #veryserious