Olga e l’otto pieno. Il ritorno di Olga

– Perché quando siamo insieme la gente mi guarda male?

 

La domanda, secca, spezzò il piacevole silenzio di un pomeriggio primaverile, il primo in cui concedersi il lusso di una birra fresca buttate in un parco.

Olga alzò il sopracciglio destro guardando perplessa la sua amica Barbara, seduta accanto a lei e intenta a fissare una bottiglia di Peroni scrostandone l’etichetta.

 

– Perché quando siamo insieme la gente mi guarda male?

 

Olga scrollò le spalle e rispose:

 

– Be’, è facile immagino. Staranno pensando “ma cosa ci fanno quelle due insieme?”.

 

Barbara distolse finalmente gli occhi dalla bottiglia e guardò Olga con sguardo perplesso.

 

– In che senso?

 

– Nel senso, guardaci, – Olga posò la sua bottiglia in terra e con un gesto un po’ sgraziato indicò lo spazio tra lei e Barbara, – tu sei un otto pieno.

 

– Un otto pieno?

 

Olga sbuffò chiedendosi come fosse possibile che Barbara non avesse capito cosa intendesse. Recuperò la birra ormai calda, si girò una sigaretta e riprese a parlare sotto lo sguardo curioso di Barbara.

 

– Tu sei un otto pieno. Guardati. Poi guarda me. Io… Be’, io sono un “è brava, ma non si applica”. Esteticamente, Barbara, siamo veramente una coppia di amiche male assortite.

 

– Vaffanculo, Olga…

 

Olga avrebbe dovuto prevedere il pugno sulla spalla che Barbara, leggermente imbarazzata, le sferrò. Colta un po’ di sorpresa finse una faccia offesa e dolorante, poi, fece ciò che da sempre le riusciva meglio: regalò a Barbara il suo miglior sorriso da politica in carriera e le mostrò il dito medio.

Nonostante il cattivo assortimento fisico tra le due, Olga era contenta di avere un’amica come Barbara.

E vaffanculo alla più bella del reame.

 

Dedicato a chi so io. E a tutte le Olga e Barbara del mondo.

Il testamento Testamento: ultime volontà di una persona che intende morire il più tardi possibile, ma che ha idee precise su quello che dovrete fare dopo

Quando morirò, perché un giorno lo farò, non voglio assolutamente un funerale religioso.

Quando sarò sul punto di morire fatemi dare pure l’estrema unzione. Fate qualsiasi cosa preveda il rito ebraico in questi casi, quello cattolico, quello musulmano, induista, buddista, animista, taoista e pastafariano.

Sono sempre stata atea, ma non si sa mai e la prudenza non è mai troppa.

Se i miei organi dovessero essere utili, donateli. Se potranno servire ad allungare la vita a qualcuno, anche fosse un beone alcolizzato, io voglio che li abbia. Una seconda chance ce la meritiamo quasi tutti e comunque a me non serviranno più. Odio gli sprechi.

Donate il mio corpo alla scienza se potrà essere utile, ma dopo per favore crematemi. Non solo occuperò meno spazio, ma scongiurerò l’eventualità di tornare in caso di apocalisse zombi. Sempre perché non si sa mai. Che poi immaginate che razza di zombi potrei diventare essendo stata sapiosessuale in vita.

Fate delle mie spoglie mortali un po’ come cazzo vi pare, insomma, ma non toccate le mie tette. Quelle devono rimanere attaccate al corpo. “Tetta mia vientene con me”.

Lo so che le adorate, ma sarebbe morboso e pure parecchio inquietante se aveste programmi per le gemelle anche dopo che io sarà morta.

Però il funerale religioso no.

Vedete, io vi voglio bene e non ho alcuna intenzione di costringervi a stare un’ora, probabilmente nel giorno più caldo dell’anno perché si sa che io e la fortuna andiamo a braccetto, dentro la casa di un amico immaginario a cui non ho mai creduto ad ascoltare bla bla bla su come la mia morte faccia parte di un imperscrutabile piano di quello stesso amico immaginario di cui sopra.

Nessun angelo con la tromba mi verrà a prendere e io non voglio farvi passare un’ora della vostra vita ad ascoltare le vecchie che fanno a gara a chi dice il Padre Nostro con maggior convinzione. Tanto non le ascolta nessuno.

Nessun angelo con la tromba e nemmeno nessun diavolo col forcone, tanto probabilmente sarò morta facendo qualcosa di tremendamente e divertemente stupido, tipicamente da Irene.

Oppure a 101 anni, nel mio letto, circodata da chi mi ha voluto bene.

O di asfissia autoerotica, che tanto…

Ma anche se oggi, viva e con tanta voglia di vivere ancora a lungo, mi viene da dirmi che comunque preferirei vivere piuttosto che farmi una passeggiata in compagnia di gabbiani asessuati, quando quel giorno arriverà io sarò morta. E poco me ne importerà.

Perché nella morte io non ci ho mai visto nulla di trascendentale o mistico. Ammetto che certi pensieri, certe filosofie, possano aiutarci ad accettarla con serena rassegnazione, ma la morte è la fine. Non un inizio, non un momento di passaggio.

Io non penserò più. Non sognerò più. La chimica e le sinapsi del mio cervello fin troppo iperattivo smetteranno di funzionare. Si fermeranno e resterà soltanto il nulla, nulla se non un ammasso di tessuto connettivo e cerebrale.

Sarà il nulla. Un nulla talmente assoluto che nemmeno a Fantasia.

Sarà il vuoto. E io non ne sarò cosciente perché quando il cuore smetterà di pompare e le mie sinapsi e il mio cervello chiuderanno bottega, sarà la fine.

Nessun pensiero. Cesserò di esistere e il mio corpo non sarà altro che svariate libbre di carne. Un contenitore di carne e tessuti in decomposizione vuoto e privato di ciò che rende l’essere umano unico e vivo: il pensiero, la consapevolezza, la coscienza di sé.

Non saprò di essere morta, perché semplicemente non sarò. Irene non esisterà più.

Perché questo è la morte, un nulla in cui non potrò nemmeno rammaricarmi di essere morta. Non sarà dispiaciuta di esserlo. Non sarò nulla. I rimpianti e i rimorsi li avrò nell’istante prima che sinapsi e cuore tirino i remi in barca per sempre.

Lo so che è un pensiero terribile. Lo so che l’idea del nulla e di non essere è spaventoso, fa paura, ti fa rimanere sveglia la notte.

Ma voi non disperatevi per me, perché io sarò nulla, ma voi no.

Io non ci sarò, ma voi sì.

Piangete se vi va. Fa bene, è sano e non c’è niente di cui vergognarsi. Io lo faccio. Spesso.

Fatelo durare poco, tanto non vi sentirò. Fatelo durare quel tanto che vi basta per scaricare la tensione.

E poi ridete. Ballate. Cantate. Ubriacatevi. Ricordatevi di me e di tutte le volte che vi ho fatti ridere usando il mio superpotere di trasformare le mie sfighe in aneddoti divertenti.

Scopate.

Fate un bagno in mare.

Non perdonatemi se vi ho fatto del male, il perdono non è dovuto. Il perdono va meritato.

Continuate a ridere. Perché io non ci sarò, ma voi sì.

E allora onorate la mia memoria celebrando la vita di chi resta. Onorate la mia memoria celebrando la vita stessa.

Fanculo la Chiesa. Fanculo al prete e alle parole dei testi sacri.

Divertitevi.

Improvvisate una danza in piazza. Improvvisate un baccanale. Sentitevi vivi.

Questo è quello che dovrete fare quando un giorno, inevitabilmente, morirò.

Ma non oggi. Oggi sono ancora viva. Oggi io voglio vivere. I miei pensieri viaggiano a velocità sconosciute dalla fisica moderna.

Voglio ridere. Voglio viaggiare. Voglio scopare. Voglio innamorarmi di nuovo, prima o poi. Voglio imparare a suonare il violino. Voglio cantare nel coro degli uomini ne “L’infazia di Maria”. Voglio, voglio, voglio e voglio un sacco di cose.

Ma soprattutto, voglio vivere ancora un po’ per potervi dire “Io ve lo avevo detto”.

 

PS: sì, Maria, i miei libri li lascio a te, tranquilla.

 

 

Ho amore per tutti… tranne che per te! Amore ed esperimenti in agenzia

Io e i Majonese – proprio quelli dei panini – ci siamo messi in testa di raccontare storie.

Ne condivido una con voi, avendo per protagonista la cara Olga.

Non c’è niente di autobiografico e ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale e frutto di un brainstorming in agenzia.

Se vi ci riconoscere, avete la coda di paglia.

Per leggere le altre storie, date un’occhiata al sito di Majonese o alla pagina Facebook, divertimento assicurato.

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Questa è una storia. Una storia  che, da qualche parte nel mondo, potrebbe essere accaduta davvero.
C’era una volta una ragazza, una ragazza che per comodità chiameremo Olga.
Olga era una ragazza simpatica, non stupenda, ma aveva un perché.
Olga era anche un po’ sfigata, soprattutto con le relazioni personali.
Olga aveva tanto amore da dare, ma non sapeva a chi e comunque sembrava che le persone non lo volessero; non da Olga quantomeno.
Un giorno Olga incontrò Fatima.
Fatima sembrava una tipa ok. Fatima invitava Olga a fare due passi, a prendere un caffè o una birra.
Fatima sembrava un’anima gentile.
Un giorno Olga trovò un mazzo di fiori davanti alla sua porta. Non c’era alcun biglietto, ma Olga pensò che comunque fosse un gesto carino e scrollò le spalle.
Due giorni dopo trovò un anello nella cassetta delle lettere. Olga pensò che qualcuno avesse sbagliato destinatario e lo conservò aspettando che qualcuno venisse a reclamarlo.
Era un giovedì quando Olga incontrò Maria Chiara, un’amica di Fatima che aveva visto soltanto un paio di volte.
“Sono contenta della bella notizia!”, esclamò Maria Chiara.
Olga fece mente locale, non riuscendo a capire a quale bella notizia facesse riferimento, visto che ultimamente la sua vita era stata piuttosto monotona.
Maria Chiara notò il suo sbigottimento e la rassicurò: “Non preoccuparti, Fatima mi ha detto tutto, puoi fidarti, non lo dirò a nessuno che vi siete fidanzate.”
Vi.
Siete.
Fidanzate.
Olga non poteva credere alle sue orecchie. Fidanzata a sua insaputa dopo anni di solitudine.
All’improvviso i fiori, l’anello e altri piccoli regali anonimi che si erano palesati alla sua porta acquisirono un senso.
Inquietante, molto inquietante, ma comunque avevano senso.
Olga realizzò di avere una stalker.
Mentre andava dai Carabinieri a denunciare Fatima, Olga le mandò un sms, l’ultimo: “Ho amore per tutti…tranne che per te!”

 

Foto scattata presso l’ex Zincaturifico Bolognese, via Stalingrado 65. R.U.S.CO., Recupero Urbano Spazi Comuni

 

 

L’amica di tutte e l’amante di nessuna

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Olga sapeva che sarebbe andata a finire così. Ne era certa.

Certi schemi, e lei lo sapeva fin troppo bene, tendevano a ripetersi infinite volte nella sua vita. Un circolo vizioso dal quale difficilmente era riuscita a uscire.

Amica di tutte e amante di nessuna, così l’avevano definita. E lei ovviamente ci aveva riso su, come suo uso, come se veramente una scrollata di spalle e una battuta di spirito potessero permettere a ogni cosa di scivolarle addosso.

Ma sì, Olga lo sapeva bene dopotutto. Lo schema si era ripetuto tante e tante di quelle volte che ormai sarebbe stata in grado di anticipare con esattezza ogni gesto, ogni parola e ogni sguardo che avrebbe portato comunque a quell’unica conclusione.

Ti vedo come un’amica, Olga.

Sì, anche lei si vedeva bene come un’amica, ma insomma, qualcosa di diverso non le sarebbe dispiaciuto, almeno per cambiare.

Invece no, fatte salve alcune parentesi – fortunate o meno era sempre questione di punti di vista -, Olga rimaneva l’amica di tutte e l’amante di nessuna.

Ogni tanto, certe sere, si fermava a rifettere sul motivo di questo status. Doveva ammettere di aver respinto le avanches di alcune signore, ma del resto, è poi così disdicevole non voler prendere in giro nessuna e fare un po’ di selezione?

Forse le sue mire erano troppo ambiziose. Forse dall’esterno, dietro alla corazza di cinica ironia che si era costruita, emergevano comunque le sue debolezze. Forse dava l’idea di essere troppo bisognosa di affetto. O di non esserlo affatto.

O forse… forse Olga dopotutto sapeva dove stava sbagliando. Forse alla fine dei conti ad Olga non dispiaceva essere l’amica di tutte e l’amante di nessuna.

Olga sapeva che sarebbe andata a finire così anche questa volta e onestamente le piaceva pensare che non gliene importasse un granché.

Olga era bravissima a mentire.

Soprattutto a se stessa.