Confessioni di un ex inutile staff Se proprio ritenete che mi stia sbagliando, farò in modo di fare ammenda.

Ciao, mi chiamo Irene Moretti, ho quasi 32 anni, da quasi un anno sono tornata a vivere a Bologna e sono – stata – quello che l’attuale sindaco di Orbetello chiama “lo staff personale del precedente sindaco”.
Mi presento perché c’è un qualcosa che sfugge ai più e che è sfuggito a tanti durante gli ultimi quattro e rotti anni: dietro alle etichette, ci sono persone. Persone che hanno un proprio vissuto, al di là dell’etichetta. Persone che hanno una vita, al di là dell’etichetta e al di là degli “oh, bimba, mica è una cosa personale”.
Perché quello che nessuno ha capito, non oggi e nemmeno allora, è che in realtà non è possibile che non sia una cosa personale.
Avete scritto e continuate a scrivere su quella figura cose assurde, vantandovi di averla eliminata, ma continua a sfuggirvi un punto: dietro alla vostra demagogia da campagna elettorale, invero becera se devo essere onesta, ci sto io. Che sarò pure a svariate centinaia di km di distanza da Orbetello, ma le palle me le fate girare lo stesso.
Il mio primo giorno di lavoro è stato, se non ricordo male, il 7 agosto del 2012.
Il mio ultimo giorno il 31 dicembre 2015.
Il che significa che è da quasi un anno che lo staff del sindaco non esiste più.
Le elezioni sono state il 5 giugno 2016
Non prendetevi meriti: gli staff non sono figure obbligatorie, sono figure discrezionali e pertanto il termine “abolito” è buono solo per fare facili proclami.
Se dovessi ripercorrere tutto ciò che ho sentito dire sul mio conto in questo lasso di tempo, non basterebbe un post, ma se volete farvi un’idea, potete scorrere le bacheche dell’attuale sindaco, di parte dell’attuale maggioranza e anche di parte di quella che era la maggioranza durante lo scorso mandato: non ci prendiamo per i culo, pure gli “amici” non è che si siano spesi troppo per difendere lo staff.
La presenza dello staff sarebbe stata un enorme spreco di denari pubblici.

Uso un eufemismo, perché spesso i toni sono stati ben più diffamatori rispetto a quello che ormai considero un soprannome affettuoso. Inutile.
La mia versione dei fatti è che l’amministrazione si è ritrovata con un’impiegata in più, ampliamente sottopagata – perché nonostante i numeri millantati sono stata con 700 euro al mese per quasi quattro anni, cifra ridicola per pensare, a 30 anni, di avere la propria indipendenza -, ma con un’etica del lavoro tale da non preoccuparsi di aver sforato le ore previste dal suo contratto.
Staff personale continuano a chiamarlo.

Ma mi chiedo che giovamento ne abbia tratto l’ex sindaco quando ho passato un mese in unità di crisi; o che giovamento ne abbia tratto quando per quattro anni tutt* mi avete vista correre da un lato all’altro del paese per assicurarmi che l’evento X o l’evento Y filasse tutto liscio; mi chiedo che giovamento ne abbia avuto il sindaco quando ho proposto, in piena emergenza, di creare un canale social per interloquire con i cittadini; mi chiedo che giovamento ne abbia tratto il sindaco quando ho cercato, in momenti di organico carente, di dare una mano agli altri uffici, finendo persino a fare la bibliotecaria.
Chi afferma che lo staff del precedente sindaco sia stato personale e a suo uso e consumo probabilmente ha problemi di vista, oppure è talmente rintronato dalla campagna elettorale e dai proclami da non aver visto che dal 7 agosto 2012 al 31 dicembre 2015 c’era una povera esaurita, che sarei io, che oltre a non avere più una vita privata, correva e destra e a manca.

Strano, alcuni di voi ci hanno anche scherzato con me.
Il fatto che io abbia sempre avuto un’etica del lavoro e della cosa pubblica piuttosto sviluppata non garantisce ovviamente che io abbia fatto sempre un ottimo lavoro, ma credo di averci messo molto impegno e tanto di me stessa, quel tanto che mi basta per dormire sonni tranquilli.
Però ecco, dopo un anno che me ne sono andata a cadenza regolare mi ritrovo a leggere di quanto siete fighi perché avete eliminato lo staff, che per proprietà transitiva poi sono sempre io – tralasciando tutta la storia dell’ufficio stampa esterno – e se permettete, anche se mi sono trasferita a svariate centinaia di km di distanza da Orbetello, un po’ mi girano.
Però mi viene anche da ridere. Perché se quei 700 euro al mese sono stati così gravosi sull’economia del territorio allora dovreste ringraziarmi che me ne sono andata a cercare di costruirmi una vita mia.
Perché signori, è bello essere nei vostri pensieri, soprattutto quando vi fa comodo, a destra e a sinistra.
Però pensate anche ad altre cose, che insomma, non credo che i problemi di Orbetello dipendessero solo dai miei 700 euro al mese.
Se proprio ritenete che mi stia sbagliando, farò in modo di fare ammenda.
Oh, traquilli, visto che sono sempre nei vostri pensieri poi i soldi del Monopoli che guadagnavo e che hanno fermato l’economia del territorio per anni ve li resistituisco. Promesso.
Magari l’anno prossimo Gustatus lo fate durare due settimane e le luminarie le montate ad agosto.

Pensate ganzo.

Quer pasticciaccio brutto der ministero della salute #fertilityday L'arte del fare le cose a cazzo di cane, dello scarica barile e del precariato

Ar ministero de la salute, in quel de Trastevere, hanno combinato propio un ber pasticciaccio per il Fertility Day.

Artro che via Merulana.

Non paga delle critiche piovute da ogni dove dopo la prima terribile campagna promozionale del Fertility Day, la ministra Lorenzin ha colpito ancora.

O meglio, il suo staff comunicazione, come si è affrettata a dichiarare Sora Bea dopo aver silurato il capo di gabinetto.

Perché ovviamente Sora Bea non ha mai approvato quella campagna orribile. Figuriamoci.

Mica Sora Bea pensa che i negri so’ tutti drogati. E nemmeno che una famiglia che urla “White Anglo-Saxon Protestant” rispecchi l’ideale di buone abitudini e buona compagnia.

Siamo cattolici, per Dio, che è ‘sto calvinismo?

Quindi la colpa ha da esse per forza dello staff, uno staff brutto e cattivo che ha ricicciato una campagna ammerigana per partorire – ih, partorire, per il Fertility Day, so’ proprio gajarda io – una campagna sessista e pure razzista.

Come gli autori di Boris, io me li immagino quelli dello staff della Sora Bea.

–  Ahò, come ‘a famo ‘a campagna a prova de bomba pel FertilityDay?

– Cazzo ne so, zio. Guardamo un po’ su Google, tanto non se ne accorge nessuno.

– Ahò, genio! Guarda che figata ‘sta roba qua. Daje, publicamola che tanto che quelli so’ ammerigani non se ne accorge nessuno e li negri, a parte Gervinho, stanno sur cazzo a tutti. Daje.

Ecco, deve essere andata un po’ così.

Con lo stesso sforzo creativo di chi ha fatto la campagna per Veltroni ricicciando il “Yes we can” di Obama traducendolo con un “Si può fare” o chi ha lanciato l’hashtag per Ignazio Marino. #Daje. Geni. E hanno portato pure un po’ sfiga mi sa.

Perché vedete, a parte poche eccezioni, di solito gli staff comunicazione sono ben pagati e dovrebbero essere dei fenomeni nel loro lavoro.

E invece no.

Partoriscono – daje!! – ‘ste cagate.

E poi ci siamo noi. Un esercito di copywriter, grafici, social media manager, creativi e coglioni che oscilliamo tra l’incubo della partita iva e il precariato.

E siamo precari e ci chiedono di fare figli.

Poi li mantiene il ministero della magia, che noi non c’avemo manco i sordi pe’ i preservativi.

Che magari avremmo fatto un lavoro anche migliore. Dico magari eh.

Perché invece di prendere la foto da ShutterStock dopo aver visto lo stesso manifesto, magari avrei chiamato un par di amici e gli avrei chiesto di fare una foto tutti insieme apassionatamente, che ci saremmo pure fatti due risate tutti insieme.

Un bel lavoro di merda, insomma.

Però Sora Bea non ne sapeva gnente, eh.

E io non ci credo manco per un cazzo.

Perché nel mio piccolo sono stata un staff. Di quelli non troppo pagati e comunque la parola “staff” comprendeva me e le mie varie personalità.

Ma una cosa, nella mia piccola esperienza ve la posso dire: non esiste che uno staff faccia uscire una campagna o anche solo un comunicato senza l’approvazione del capo di turno.

Quindi, nonostante abbiano fatto un lavoro di merda, mi tocca pure empatizzare con lo staff della Sora Bea per essere stato additato come unico capro espiatorio di questo pasticciaccio brutto.

Sora Bea, facci un favore, licenzia anche te stessa e invece di perdere tempo e denaro per convincerci che fare figli è bello, che le canne fanno male e che i negri sono tutti sporchi e cattivi spendi un po’ di tempo a chiederti come hai fatto a diventare ministro della sanità.

Che io proprio non me lo spiego.

Nel frattempo, dove lo mando il curriculum?

Olga e l’otto pieno. Il ritorno di Olga

– Perché quando siamo insieme la gente mi guarda male?

 

La domanda, secca, spezzò il piacevole silenzio di un pomeriggio primaverile, il primo in cui concedersi il lusso di una birra fresca buttate in un parco.

Olga alzò il sopracciglio destro guardando perplessa la sua amica Barbara, seduta accanto a lei e intenta a fissare una bottiglia di Peroni scrostandone l’etichetta.

 

– Perché quando siamo insieme la gente mi guarda male?

 

Olga scrollò le spalle e rispose:

 

– Be’, è facile immagino. Staranno pensando “ma cosa ci fanno quelle due insieme?”.

 

Barbara distolse finalmente gli occhi dalla bottiglia e guardò Olga con sguardo perplesso.

 

– In che senso?

 

– Nel senso, guardaci, – Olga posò la sua bottiglia in terra e con un gesto un po’ sgraziato indicò lo spazio tra lei e Barbara, – tu sei un otto pieno.

 

– Un otto pieno?

 

Olga sbuffò chiedendosi come fosse possibile che Barbara non avesse capito cosa intendesse. Recuperò la birra ormai calda, si girò una sigaretta e riprese a parlare sotto lo sguardo curioso di Barbara.

 

– Tu sei un otto pieno. Guardati. Poi guarda me. Io… Be’, io sono un “è brava, ma non si applica”. Esteticamente, Barbara, siamo veramente una coppia di amiche male assortite.

 

– Vaffanculo, Olga…

 

Olga avrebbe dovuto prevedere il pugno sulla spalla che Barbara, leggermente imbarazzata, le sferrò. Colta un po’ di sorpresa finse una faccia offesa e dolorante, poi, fece ciò che da sempre le riusciva meglio: regalò a Barbara il suo miglior sorriso da politica in carriera e le mostrò il dito medio.

Nonostante il cattivo assortimento fisico tra le due, Olga era contenta di avere un’amica come Barbara.

E vaffanculo alla più bella del reame.

 

Dedicato a chi so io. E a tutte le Olga e Barbara del mondo.

Nikefobia Una giustificazione psicologica ai miei fallimenti.

Il fatto è che io ho paura di un sacco di cose.

Da sempre. Più o meno. Credo di essere stata la bambina più paurosa mai esistita e credo anche che ciò abbia influito nel mio essere rimasta figlia unica.

Provateci voi a fare un altro figlio quando avete una rompipalle che dorme in camera con voi.

Beccati questa Lorenzin!

Ho un sacco di paure.

Ho paura del terremoto.

Ho paura del fuoco.

Ho paura degli scarafaggi, dei grilli, delle cavallette e delle falene.

Ho paura della morte.

Ho paura del buio e degli spazi vuoti, ma solo quando le due cose sono concomitanti.

Ho paura di perdere alcune persone, anche se poi le perdo comunque e un po’ mi abituo, ma nemmeno troppo.

Ho paura di perdere lucidità.

E ho paura di essere felice.

Sì, ho proprio paura di essere felice. Ne sono talmente terrorizzata che arrivo ad autosabotarmi.

La mia vita è costellata da una serie infinita di tentativi di sabotaggio e di profezie – negative – autoavveranti.

Ricapitolando ho: pirofobia, entomofobia, necrofobia, acluofobia, kenofobia, terremoto-fobia, solitudino-fobia e nikefobia.

Eh già, perché pure la paura di essere felici ha un nome: nikefobia, paura di vincere.

Il fatto che la psicologia la associ quasi solo esclusivamente agli atleti, non conta.

Non sono un’atleta. Il lancio del curriculum, l’arrampicata libera sugli specchi e il sollevamento di polemiche non contano come attività sportiva. Ho chiesto. Però io c’ho la nikefobia ecco.

La nikefobia è un fenomeno per cui un atleta (…) seppur dotato di grandi potenzialità, non raggiunge mai livelli elevati di prestazione sportiva a causa di propri comportamenti specifici che assumono le sembianze di un vero e proprio “auto-sabotaggio”. (Definizione presa da qua)

Insomma, che io le potenzialità le abbia lo sappiamo. Me lo dite sempre. A volte siete abbastanza convincenti che ci credo pure io. Non fatevi confondere dal mio egocentrismo.

Eppure resto sempre indietro.

Sono quella che in tutto quello che fa si sente nella testa le parole della maestra che dice “è brava ma non si applica”.

Ma io mi applico per Dio!

Ve lo giuro su quello che volete, io mi impegno. Mi impegno parecchio.

E resto indietro.

Perché c’ho la nikefobia.

E adesso che ho imparato che significa e che esiste posso beatamente cruogiularmi nella mia autocommiserazione e dare la colpa a una condizione medica se fallisco malamente in tutto quello che faccio.

Ah, che bello avere l’ennesima scusa per giustificare le mie stronzate e le mie sconfitte.

È rassicurante. È liberatorio. Solleva da ogni responsabilità.

Mica è colpa mia. Io c’ho la nikefobia.

Perché raggiungere una vittoria, o la felicità, sarebbe uno stress immane.

Meglio stare nella mediocrità, piangermi un po’ addosso.

Magari vincere un abbraccio con un po’ di pietismo.

E poi vi immaginate che ripercussioni potrebbe avere la mia felicità sul mio sarcasmo e sulla mia ironia?

Perderei il mio superpotere di farvi ridere con le mie sfighe. Come faccio poi?

Come faccio poi se non posso prendermela con me stessa?

Con chi me la piglio?

No, datemi retta. Meglio autosabotare qualsiasi cosa possa rendermi felice.

Meglio dirmi “tanto non ce la posso fare”, almeno tengo basse le aspettative, non rischio di rimanere delusa e nemmeno lo stress che comporterebbe riuscire. Poi mi tocca tornare in terapia e non ho soldi.

Meglio autosabotarmi le relazioni umane.

Ché io lo so che ogni tanto sono un po’ sopra le righe. Lo so che per compensare la mia timidezza – ridete, è vero, lo sono, non sapete nemmeno quanto – spesso divento pure troppo espansiva. Divento proprio una spina del culo. Non so come alcun* ancora mi sopportino.

Altre persone le allontano. Perché sarebbe troppo facile avere rapporti di tipo vario in maniera serena.

Quando mi piace una persona state sicur* che farò di tutto per rovinare qualsiasi cosa in partenza.

Ci ho provato a essere un leone, ma c’ho la nikefobia.

Capito Ma’?

Non è che “sono brava, ma non mi impegno”. Non è colpa mia.

È colpa della nikefobia.

E ora che ho scoperto della sua esistenza, vivrò i miei fallimenti con molta più serena rassegnazione.

Oppure mi darò un metaforico calcio in culo e cercherò di farmela passare, non si sa mai che essere felice per una volta non sia così stressante come immagino.

31 stagioni, quasi 32 Lo scorrere del tempo in funzione delle serie tv

Mi chiamo Irene e ho 31 stagioni. Quasi 32.

Sì, perché ieri sera, leggendo un post di un’amica, mi sono resa conto di una cosa. Mi sono resa conto di aver smesso di calcolare il tempo usando gli standard universalmente riconosciuti.

Lo scorrere del tempo per me non è più dettato dal susseguirsi di ore, giorni, settimane, mesi, anni e stagioni.

Forse stagioni sì. Non nel senso classico del termine, quanto piuttosto nel senso di “a che stagione è arrivata questa o quella serie tv?”.

Sono sicura che questa cosa succeda anche a voi, pensateci bene.

Nel 2016 abbiamo smesso di pensare che anno stiamo vivendo e abbiamo iniziato a pensare a quale stagione siamo arrivati.

Quelle che una volta erano le settimane sono solo il tempo che trascorre tra un episodio e l’altro.

Quando le serie vanno in hiatus, solitamente da novembre a marzo e poi nella stagione estiva, noi smettiamo di misurare il tempo. A parte per imprescindibili impegni lavorativi che ci costringono a ricominciare a utilizzare il calendario giuliano. O forse usiamo quello gregoriano. Non mi ricordo, non sta in nessuna delle serie che seguo.

Così noi non sappiamo più che è lunedì. No, il lunedì è il giorno di Once Upon A Time e, per poche intense settimane l’anno, di Game of Thrones.

Il venerdì è quello di Grey’s Anatomy.

Il giorno di Doctor Who è un mistero come il vero nome del dottore.

Anche le nostre vite assumono i contorni di una serie televisiva.

Abbiamo trame, guest star, recurring characters e personaggi vari che vorremmo sfanculare in tre,due, uno. Ma evidentemente gli autori non la pensano così.

Quindi, per dire, vi posso suddividere la mia vita in questo modo.

L’infanzia è quel periodo in cui c’era Beverly Hills e tutte eravamo impegnate a discutere se fosse meglio Brandon o Dylan.

Gli anni delle elementari, medie e superiori erano quelli di ER. Il che spiega un po’ la mia ipocondria.

E di Ally McBeal, che quasi mi aveva convinta a fare giurisprudenza. Insieme a Jag – Avvocati in divisa, ma prima che diventasse un telefilm di propaganda repubblicana.

E Jarod il camaleonte? Ce lo siamo scordato?

Ah, la spensieratezza di Friends

Ma erano anche gli anni di The X-Files e Twin Peaks guardati di nascosto.

All’università ci sono stati Dottor House – eccolo, eccolo il motivo dell’ipocondria -, Boris (e io continuo a rimanere F4-mente basita), Supernatural, mai Lost, e soprattutto Dexter, perché i cattivi sono i migliori. Soprattutto quelli che forse non lo sono.

E The L-Word. Che mannaggiaacristo e quando hanno tolto Marina e vivaddio quando hanno ammazzo Jenny. E che soprattutto ha rovinato un’intera generazione di lesbiche col taglio alla Shane.

 

Dieci stagioni di The X-Files.

Perché non ho mai veramente trovato un equilibrio tra la mia parte razionale e quella che canta insieme a Finardi di extraterrestri che devono portarmi via. Nonostante il segreto di Stato e l’Area 51 (chi sa, sa).

Quattro di Orange is The New Black.

Perché Laura Prepon è una figa della madonna.

Sei di Game of Thrones.

Perché sì.

Tre di Millennium.

Perché è un capolavoro incompreso.

Una di Flashforward.

Perché è la metafora del mai una gioia.

Due di Lie to me.

Perché l’hanno interrotto proprio quando Cal ammette di amare Gillian ed è un po’ il riassunto delle mie relazioni.

Cinque, quasi, sei di Once Upon a Time.

Perché in fondo in fondo all’amore io ci credo, come cantava Milly.

Mi chiamo Irene, ho 31 stagioni. Quasi 32. E la mia donna ideale non è quella che mi porta dei fiori, ma quella che in un orecchio mi sussurra: “Amore, facciamo l’abbonamento a Netflix?”.

E se non arriva presto il 25 settembre faccio una strage.

Il testamento Testamento: ultime volontà di una persona che intende morire il più tardi possibile, ma che ha idee precise su quello che dovrete fare dopo

Quando morirò, perché un giorno lo farò, non voglio assolutamente un funerale religioso.

Quando sarò sul punto di morire fatemi dare pure l’estrema unzione. Fate qualsiasi cosa preveda il rito ebraico in questi casi, quello cattolico, quello musulmano, induista, buddista, animista, taoista e pastafariano.

Sono sempre stata atea, ma non si sa mai e la prudenza non è mai troppa.

Se i miei organi dovessero essere utili, donateli. Se potranno servire ad allungare la vita a qualcuno, anche fosse un beone alcolizzato, io voglio che li abbia. Una seconda chance ce la meritiamo quasi tutti e comunque a me non serviranno più. Odio gli sprechi.

Donate il mio corpo alla scienza se potrà essere utile, ma dopo per favore crematemi. Non solo occuperò meno spazio, ma scongiurerò l’eventualità di tornare in caso di apocalisse zombi. Sempre perché non si sa mai. Che poi immaginate che razza di zombi potrei diventare essendo stata sapiosessuale in vita.

Fate delle mie spoglie mortali un po’ come cazzo vi pare, insomma, ma non toccate le mie tette. Quelle devono rimanere attaccate al corpo. “Tetta mia vientene con me”.

Lo so che le adorate, ma sarebbe morboso e pure parecchio inquietante se aveste programmi per le gemelle anche dopo che io sarà morta.

Però il funerale religioso no.

Vedete, io vi voglio bene e non ho alcuna intenzione di costringervi a stare un’ora, probabilmente nel giorno più caldo dell’anno perché si sa che io e la fortuna andiamo a braccetto, dentro la casa di un amico immaginario a cui non ho mai creduto ad ascoltare bla bla bla su come la mia morte faccia parte di un imperscrutabile piano di quello stesso amico immaginario di cui sopra.

Nessun angelo con la tromba mi verrà a prendere e io non voglio farvi passare un’ora della vostra vita ad ascoltare le vecchie che fanno a gara a chi dice il Padre Nostro con maggior convinzione. Tanto non le ascolta nessuno.

Nessun angelo con la tromba e nemmeno nessun diavolo col forcone, tanto probabilmente sarò morta facendo qualcosa di tremendamente e divertemente stupido, tipicamente da Irene.

Oppure a 101 anni, nel mio letto, circodata da chi mi ha voluto bene.

O di asfissia autoerotica, che tanto…

Ma anche se oggi, viva e con tanta voglia di vivere ancora a lungo, mi viene da dirmi che comunque preferirei vivere piuttosto che farmi una passeggiata in compagnia di gabbiani asessuati, quando quel giorno arriverà io sarò morta. E poco me ne importerà.

Perché nella morte io non ci ho mai visto nulla di trascendentale o mistico. Ammetto che certi pensieri, certe filosofie, possano aiutarci ad accettarla con serena rassegnazione, ma la morte è la fine. Non un inizio, non un momento di passaggio.

Io non penserò più. Non sognerò più. La chimica e le sinapsi del mio cervello fin troppo iperattivo smetteranno di funzionare. Si fermeranno e resterà soltanto il nulla, nulla se non un ammasso di tessuto connettivo e cerebrale.

Sarà il nulla. Un nulla talmente assoluto che nemmeno a Fantasia.

Sarà il vuoto. E io non ne sarò cosciente perché quando il cuore smetterà di pompare e le mie sinapsi e il mio cervello chiuderanno bottega, sarà la fine.

Nessun pensiero. Cesserò di esistere e il mio corpo non sarà altro che svariate libbre di carne. Un contenitore di carne e tessuti in decomposizione vuoto e privato di ciò che rende l’essere umano unico e vivo: il pensiero, la consapevolezza, la coscienza di sé.

Non saprò di essere morta, perché semplicemente non sarò. Irene non esisterà più.

Perché questo è la morte, un nulla in cui non potrò nemmeno rammaricarmi di essere morta. Non sarà dispiaciuta di esserlo. Non sarò nulla. I rimpianti e i rimorsi li avrò nell’istante prima che sinapsi e cuore tirino i remi in barca per sempre.

Lo so che è un pensiero terribile. Lo so che l’idea del nulla e di non essere è spaventoso, fa paura, ti fa rimanere sveglia la notte.

Ma voi non disperatevi per me, perché io sarò nulla, ma voi no.

Io non ci sarò, ma voi sì.

Piangete se vi va. Fa bene, è sano e non c’è niente di cui vergognarsi. Io lo faccio. Spesso.

Fatelo durare poco, tanto non vi sentirò. Fatelo durare quel tanto che vi basta per scaricare la tensione.

E poi ridete. Ballate. Cantate. Ubriacatevi. Ricordatevi di me e di tutte le volte che vi ho fatti ridere usando il mio superpotere di trasformare le mie sfighe in aneddoti divertenti.

Scopate.

Fate un bagno in mare.

Non perdonatemi se vi ho fatto del male, il perdono non è dovuto. Il perdono va meritato.

Continuate a ridere. Perché io non ci sarò, ma voi sì.

E allora onorate la mia memoria celebrando la vita di chi resta. Onorate la mia memoria celebrando la vita stessa.

Fanculo la Chiesa. Fanculo al prete e alle parole dei testi sacri.

Divertitevi.

Improvvisate una danza in piazza. Improvvisate un baccanale. Sentitevi vivi.

Questo è quello che dovrete fare quando un giorno, inevitabilmente, morirò.

Ma non oggi. Oggi sono ancora viva. Oggi io voglio vivere. I miei pensieri viaggiano a velocità sconosciute dalla fisica moderna.

Voglio ridere. Voglio viaggiare. Voglio scopare. Voglio innamorarmi di nuovo, prima o poi. Voglio imparare a suonare il violino. Voglio cantare nel coro degli uomini ne “L’infazia di Maria”. Voglio, voglio, voglio e voglio un sacco di cose.

Ma soprattutto, voglio vivere ancora un po’ per potervi dire “Io ve lo avevo detto”.

 

PS: sì, Maria, i miei libri li lascio a te, tranquilla.

 

 

Campagna elettorale e altre facezie: vota Antonio (Poche) Gioie e tanti dolori della campagna elettorale

Schermata 2016-05-06 alle 11.35.16

 

Oggi entriamo nell’ultimo mese di quella cosa bellissima che si chiama campagna elettorale.

Se siete miei concittadini del paese dai vicoli stretti e stavate aspettando con trepidazione l’endorsement dell'(ex) inutile staff del sindaco rilassatevi pure, mangiate tranquilli, perché tanto non “endorso ” proprio nessuno e anche se lo facessi non vi direi proprio un bel niente.

Pappappero.

Dicevo, oggi entriamo nell’ultimo mese di campagna elettorale per cui é legittimo aspettarsi colpi di scena concentrati che manco in vent’anni di Beautiful. Durante l’ultimo mese di campagna elettorale succede tutto e il contrario di tutto.

Magari si promette di risolvere l’emergenza abitativa, che in città come Bologna, tipo, si sente. Eccome se si sente. Si sente talmente tanto che c’è chi, pur di non dormire sotto un ponte, occupa.

Ecco, si promette di risolverla e nel mentre si sgombera uno dei millesettecento immobili sfitti, buttando in mezzo alla strada, alle prime luci dell’alba, donne e bambini. Poi già che ci sei tiri anche un paio di manganellate, non si sia mai che ci fate perdere l’abitudine.

Insomma, pensavi si fosse ricandidato Merola e invece ti svegli e c’è ancora Cofferati. 

Durante la campagna elettorale non perdere i voti dei moderati é fondamentale.

Durante la campagna elettorale tutti hanno un’opinione su tutto.

Se l’argomento del giorno è se nella carbonara va o meno la cipolla, allora state tranquilli che ognuno avrà da dare la sua ricetta.

Antonio Latrippa, che è un conservatore, dirà che assolutamente, no, la cipolla é un abominio, un attentato alla cucina tradizionale; Graziella Graziealcazzo, più progressista, dirà che la cipolla nella carbonara è un atto di democratizzazione, di inclusione e che comunque ce lo chiede l’Europa.

I Cinque Stelle, invece, diranno che la carbonara é un piatto massone, fa ruttare scie chimiche e quindi meditate, gombloddo e sveglia1!!!1!1!1!!1!1!

I (ri) candidati a sindaco e a consiglieri avranno finalmente un’opinione su questioni che prima avevano evitato come la peste. Improvvisamente tutti e tutte prenderanno posizione su tutti quegli argomenti che nei cinque anni precedenti erano stati accuratamente evitati.

Tranquill*, finite le elezioni torneranno nel dimenticatoio per altri cinque anni: la campagna elettorale fa diventare le questioni che prima erano etichettate come “quisquilie e pinzillacchere” questioni di importanza capitale e di contro fa diventare le cose serie grandissime stronzate.

I (ri) candidati sindaci e consiglieri, durante questo mese, spuntano come i funghi; anzi, proseguendo con le metafore culinarie, diventano come il prezzemolo. Sono ovunque.

Hanno il dono dell’ubiquità. Se c’è da inaugurare una panchina, una fioriera, 200 metri di pista ciclabile che non porta da nessuna parte, loro ci saranno. In maniera completamente e armoniosamente bipartisan essi ci saranno.

Dispenseranno sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle; saranno prodighi di consigli e promesse, avranno posti di lavoro post elettorali (che al 99% vedrete nel mese del poi dell’anno dei mai) e daranno affettuose carezze ai vostri bambini.

Potrebbero anche essere pronti a dichiararsi favorevoli al matrimonio egalitario se sono nella merda e hanno bisogno del voto di lesbiche, froci e trans. Io non gli crederei, voi fate voi.

Una delle cose che mi ha sempre fatto impazzire della campagna elettorale, però, è che diventiamo tutti amici per la pelle.

Negli ultimi anni il primo segnale che la campagna eletterale é agli sgoccioli é una crescita keynesiana delle richieste di amicizia su Facebook.

Nel giro di poche ore, quindi, ti ritrovi con sedici richieste di amicizia e venti inviti a mettere “mi piace” di cui diciannove vengono da pagine di centrodestra – che ormai i social li sanno usare pure loro anziché no – alle quali non metteresti il like nemmeno se fossi innamorat* del candiat* sindaco.

Il secondo segnale è sul cellulare. Arriveranno valanghe di sms e messaggini su Whatsapp, tutti con lo stesso testo, tutti con gli stessi errori sintattici, tutti con appelli, preghiere, vinciamo noi, noi con voi e spesso conditi con quegli orrendi santini elettorali di cui il Corriere della Sera va ghiotto e dove capita che il sole tramonti a est e sorga a ovest (storia vera).

E poi per strada… Per strada, soprattutto in buco di culo come il paese dai vicoli stretti, l’ultimo mese di campagna elettorale  é tutto un “ciao”.

Esci per fare la spesa e qualcuno che non hai mai visto  ti ferma e ti saluta calorosamente:

– Ciao Irene, come stai?

Tu lo guardi, abbozzi un sorriso e rispondi tuttobenegrazie (proprio tutto attaccato), aspetti che si sia voltato, guardi tua madre e fai:

– Machicazzoèquesto? (Anche qui tutto attaccato)

La risposta però, intimamente, la sai già: un candidato.

Ogni due metri, quattro ciao per una media di un ciao ogni cinquanta centimetri. Praticamente un pezzo hip hop.

Narra la leggenda che durante la campagna elettorale le amicizie interrotte riprendano vita come una fenice. O meglio, qualcuno ci prova. Ovviamente in maniera del tutto disinteressata.

Alle volte la campagna elettorale fa proprio miracoli, farebbe chiedere a Caino l’amicizia ad Abele su Facebook, farebbe correre un Lannister a chiedere scusa a uno Stark per aver decapitato il povero Ned.

C’é una cosa, però, che amo profondamente della campagna elettorale ed è il silenzio.

Il silenzio elettorale sono quelle ventiquattro ore in cui, per legge, dando per assodato che dopo mesi di bombardamento mediatico l’elettore si sia ormai formato un’opinione, il Legislatore impone uno stop alla campagna elettorale.

Niente comizi in piazza, niente comparsate in tv, niente inaugurazioni di monumenti per i criceti del Medio Oriente, niente santini. Niente.

La pace elettorale.

È uno dei pochi tipi di silenzio che amo visceralmente e per me, laureata in Mass Media e Politica, capite che è un’affermazione pesante.

Vi immaginate che bello le elezioni senza campagna elettorale? Certo, con la mia laurea lavorerei ancora meno di adesso, ma vuoi mettere niente di tutto quello che ho descritto sopra?

Forse sarebbe un mondo meno ipocrita, ma ci perderemmo tanti spunti per farci una risata, anche se spesso amara.

Ps: taggate anche voi questo post al vostro candidato del cuore e invitatelo a iniziare il silenzio con un mese di anticipo.