Nikefobia Una giustificazione psicologica ai miei fallimenti.

Il fatto è che io ho paura di un sacco di cose.

Da sempre. Più o meno. Credo di essere stata la bambina più paurosa mai esistita e credo anche che ciò abbia influito nel mio essere rimasta figlia unica.

Provateci voi a fare un altro figlio quando avete una rompipalle che dorme in camera con voi.

Beccati questa Lorenzin!

Ho un sacco di paure.

Ho paura del terremoto.

Ho paura del fuoco.

Ho paura degli scarafaggi, dei grilli, delle cavallette e delle falene.

Ho paura della morte.

Ho paura del buio e degli spazi vuoti, ma solo quando le due cose sono concomitanti.

Ho paura di perdere alcune persone, anche se poi le perdo comunque e un po’ mi abituo, ma nemmeno troppo.

Ho paura di perdere lucidità.

E ho paura di essere felice.

Sì, ho proprio paura di essere felice. Ne sono talmente terrorizzata che arrivo ad autosabotarmi.

La mia vita è costellata da una serie infinita di tentativi di sabotaggio e di profezie – negative – autoavveranti.

Ricapitolando ho: pirofobia, entomofobia, necrofobia, acluofobia, kenofobia, terremoto-fobia, solitudino-fobia e nikefobia.

Eh già, perché pure la paura di essere felici ha un nome: nikefobia, paura di vincere.

Il fatto che la psicologia la associ quasi solo esclusivamente agli atleti, non conta.

Non sono un’atleta. Il lancio del curriculum, l’arrampicata libera sugli specchi e il sollevamento di polemiche non contano come attività sportiva. Ho chiesto. Però io c’ho la nikefobia ecco.

La nikefobia è un fenomeno per cui un atleta (…) seppur dotato di grandi potenzialità, non raggiunge mai livelli elevati di prestazione sportiva a causa di propri comportamenti specifici che assumono le sembianze di un vero e proprio “auto-sabotaggio”. (Definizione presa da qua)

Insomma, che io le potenzialità le abbia lo sappiamo. Me lo dite sempre. A volte siete abbastanza convincenti che ci credo pure io. Non fatevi confondere dal mio egocentrismo.

Eppure resto sempre indietro.

Sono quella che in tutto quello che fa si sente nella testa le parole della maestra che dice “è brava ma non si applica”.

Ma io mi applico per Dio!

Ve lo giuro su quello che volete, io mi impegno. Mi impegno parecchio.

E resto indietro.

Perché c’ho la nikefobia.

E adesso che ho imparato che significa e che esiste posso beatamente cruogiularmi nella mia autocommiserazione e dare la colpa a una condizione medica se fallisco malamente in tutto quello che faccio.

Ah, che bello avere l’ennesima scusa per giustificare le mie stronzate e le mie sconfitte.

È rassicurante. È liberatorio. Solleva da ogni responsabilità.

Mica è colpa mia. Io c’ho la nikefobia.

Perché raggiungere una vittoria, o la felicità, sarebbe uno stress immane.

Meglio stare nella mediocrità, piangermi un po’ addosso.

Magari vincere un abbraccio con un po’ di pietismo.

E poi vi immaginate che ripercussioni potrebbe avere la mia felicità sul mio sarcasmo e sulla mia ironia?

Perderei il mio superpotere di farvi ridere con le mie sfighe. Come faccio poi?

Come faccio poi se non posso prendermela con me stessa?

Con chi me la piglio?

No, datemi retta. Meglio autosabotare qualsiasi cosa possa rendermi felice.

Meglio dirmi “tanto non ce la posso fare”, almeno tengo basse le aspettative, non rischio di rimanere delusa e nemmeno lo stress che comporterebbe riuscire. Poi mi tocca tornare in terapia e non ho soldi.

Meglio autosabotarmi le relazioni umane.

Ché io lo so che ogni tanto sono un po’ sopra le righe. Lo so che per compensare la mia timidezza – ridete, è vero, lo sono, non sapete nemmeno quanto – spesso divento pure troppo espansiva. Divento proprio una spina del culo. Non so come alcun* ancora mi sopportino.

Altre persone le allontano. Perché sarebbe troppo facile avere rapporti di tipo vario in maniera serena.

Quando mi piace una persona state sicur* che farò di tutto per rovinare qualsiasi cosa in partenza.

Ci ho provato a essere un leone, ma c’ho la nikefobia.

Capito Ma’?

Non è che “sono brava, ma non mi impegno”. Non è colpa mia.

È colpa della nikefobia.

E ora che ho scoperto della sua esistenza, vivrò i miei fallimenti con molta più serena rassegnazione.

Oppure mi darò un metaforico calcio in culo e cercherò di farmela passare, non si sa mai che essere felice per una volta non sia così stressante come immagino.

Ho amore per tutti… tranne che per te! Amore ed esperimenti in agenzia

Io e i Majonese – proprio quelli dei panini – ci siamo messi in testa di raccontare storie.

Ne condivido una con voi, avendo per protagonista la cara Olga.

Non c’è niente di autobiografico e ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale e frutto di un brainstorming in agenzia.

Se vi ci riconoscere, avete la coda di paglia.

Per leggere le altre storie, date un’occhiata al sito di Majonese o alla pagina Facebook, divertimento assicurato.

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Questa è una storia. Una storia  che, da qualche parte nel mondo, potrebbe essere accaduta davvero.
C’era una volta una ragazza, una ragazza che per comodità chiameremo Olga.
Olga era una ragazza simpatica, non stupenda, ma aveva un perché.
Olga era anche un po’ sfigata, soprattutto con le relazioni personali.
Olga aveva tanto amore da dare, ma non sapeva a chi e comunque sembrava che le persone non lo volessero; non da Olga quantomeno.
Un giorno Olga incontrò Fatima.
Fatima sembrava una tipa ok. Fatima invitava Olga a fare due passi, a prendere un caffè o una birra.
Fatima sembrava un’anima gentile.
Un giorno Olga trovò un mazzo di fiori davanti alla sua porta. Non c’era alcun biglietto, ma Olga pensò che comunque fosse un gesto carino e scrollò le spalle.
Due giorni dopo trovò un anello nella cassetta delle lettere. Olga pensò che qualcuno avesse sbagliato destinatario e lo conservò aspettando che qualcuno venisse a reclamarlo.
Era un giovedì quando Olga incontrò Maria Chiara, un’amica di Fatima che aveva visto soltanto un paio di volte.
“Sono contenta della bella notizia!”, esclamò Maria Chiara.
Olga fece mente locale, non riuscendo a capire a quale bella notizia facesse riferimento, visto che ultimamente la sua vita era stata piuttosto monotona.
Maria Chiara notò il suo sbigottimento e la rassicurò: “Non preoccuparti, Fatima mi ha detto tutto, puoi fidarti, non lo dirò a nessuno che vi siete fidanzate.”
Vi.
Siete.
Fidanzate.
Olga non poteva credere alle sue orecchie. Fidanzata a sua insaputa dopo anni di solitudine.
All’improvviso i fiori, l’anello e altri piccoli regali anonimi che si erano palesati alla sua porta acquisirono un senso.
Inquietante, molto inquietante, ma comunque avevano senso.
Olga realizzò di avere una stalker.
Mentre andava dai Carabinieri a denunciare Fatima, Olga le mandò un sms, l’ultimo: “Ho amore per tutti…tranne che per te!”

 

Foto scattata presso l’ex Zincaturifico Bolognese, via Stalingrado 65. R.U.S.CO., Recupero Urbano Spazi Comuni

 

 

E ringrazia che tu un lavoro ce l’hai

E ringrazia che tu ce l’hai un lavoro.

Alzi la mano chi tra voi, in un’età indefinita tra i trenta e i quarant’anni, non si è mai sentito rivolgere questa frase.

Alzi la mano chi tra voi un lavoro ce l’ha.

Non importa se precario, non importa se sottopagato, non importa nemmeno se è in nero. E men che meno importa se hai un capo che ti tratta ai limiti del mobbing, anzi, forse quei limiti li ha anche superati.

Figuriamoci che importanza possa avere il fatto che magari, dopo aver investito tempo e soldi in un’istruzione universitaria o specializzata, l’unico impiego che riesci ad avere è assolutamente diverso da quello per il quale saresti qualificato.

Ci sono commesse che hanno passato anni a studiare lingue morte per diventare archeologhe (e nel comparto “archeologia”, sono anche fortunate).

Ci sono laureati che si sono adattati a qualsiasi cosa, pur di lavorare: probabilmente ci sono più titoli accademici dietro al bancone di un McDonald’s di quanti voi umani possiate immaginare.

Il lavoro è lavoro, sia chiaro che ad avviso di chi scrive non ci sono lavori più dignitosi di altri. Finché non mi venga richiesto esplicitamente di espletare un impiego che vada contro i miei principi etici e morali o che sia palesemente in contrasto con la legge, ogni lavoro è rispettabile.

Certo, nel mondo perfetto i nostri investimenti – e quelli dei nostri genitori – in istruzione e formazione sarebbero ricompensati, ma questo è secondario. Forse utopico nel Belpaese.

Il fatto è un altro, ovvero che noi privilegiati che un lavoro ce l’abbiamo dobbiamo ringraziare. Chi?

A volte il capo che ci ha assunto, a volte qualche astrusa entità benevola che “grazie a Dio che lo stipendio a fine mese ce l’ho”.

E non dobbiamo lamentarci. Mai. Lamentarsi è inutile, Charlie Brown, ma soprattutto è irrispettoso.

Irrispettoso nei confronti di chi? Del capo? Dell’azienda? Anche, ma soprattutto nei confronti dei nostri coetanei, amici e conoscenti che un lavoro non ce l’hanno.

Le liti peggiori che mi è capitato di avere nel mio giro di amicizie, negli ultimi anni, ruotano intorno a questo. Anzi, a volte nemmeno sono liti, ma si percepisce del risentimento, nemmeno troppo malcelato.

Io ho un lavoro, pertanto, non importa quanto questo mio lavoro possa arrecarmi disagi psico-fisici per via di contratti assurdi, stipendi minimi o di comportamenti ai confini dell’umanità dei colleghi o dei capi, io non posso parlarne, non posso lamentarmi, perché così facendo ledo la dignità di tizio che un lavoro non ce l’ha.

L’io, ovviamente, è un io generale, un io collettivo.

[I dati sulla disoccupazione giovanile sono stati pubblicati qualche giorno fa e li trovate qui.]

È un io collettivo al quale apparteniamo tutti noi. Occupati e disoccupati. Un io collettivo che va a discapito del noi collettivo. Invece di unire le nostre forze per cambiare lo status quo, ci facciamo la guerra.

Siamo tutti ricattabili e ci facciamo la guerra, abbandoniamo la solidarietà e ci creiamo motivi di conflitto.

Non mi voglio sentire una privilegiata – anche se dati statistici alla mano è innegabile che lo sia -, ma voglio anche essere libera di poter dire “ciò che faccio non mi piace” senza avere paura di offendere chi un lavoro non ce l’ha.

Questo è il paradosso, questo è quello che si è creato. Una gara a chi ce l’ha più grosso, dove per più grosso si intende il problema.

I problemi sono tanti, diversi e – ad eccezione della salute che ha il primato – tutti egualmente importanti.

Beate le partite iva, che un capo non ce l’hanno e non hanno orari. Sì, ma le partite iva di due intascano uno e spesso dopo aver lavorato cinque. Non c’è malattia. Non ci sono ferie. Non esiste maternità.

Beato chi lavora nel pubblico che ha le ferie pagate, il diritto di sciopero ed ha pure la malattia. Sì, ma ultimamente chi lavora nel pubblico è un precario e le possibilità di stabilizzazione sono pari alle probabilità di stabilire che fine ha fatto Carmen Sandiego e a volte nemmeno si ha la gentilezza di farti sapere se il tuo contratto sarà rinnovato o meno. [Digressione, è vero, diritto di sciopero, ma molti dimenticano che aderire significa rinunciare a un giorno di stipendio, come è giusto che sia; giusto non è aver paura di fare sciopero per ritorsioni contrattuali]

Beato chi ha l’attività di famiglia, che non deve sbattersi. Sì, ma magari anche se ho il padre commerciante io volevo fare l’artista.

Beato te che un lavoro ce l’hai. Sì, ma magari sono sottopagata, con un contratto ridicolo e che mi scade dopo domani senza sapere se me lo rinnoveranno. Magari il mio capo è un sociopatico, il mio collega di scrivania un serial killer e la segretaria mi fa pesanti avances sessuali mentre biascica la gomma da masticare a bocca aperta.

A furia di dire “beato chi” abbiamo finito per crearci con le nostre mani una guerra tra poveri. Sono questi i veri “Hunger Games”, (alla lettera i giochi della fame), altro che effetti speciali e ragazze di fuoco.

Siamo diventati cattivi, cinici e invidiosi. Non siamo solidali e ci facciamo la guerra, anche per motivi futili come organizzare una cena nel fine settimana.

Sicuramente a qualcuno va bene così, forse alla D’Urso, ai rettiliani o alla lobby dei curriculum europei. Io – e per io intendo io – mi sono stufata.

Ci hanno insegnato che siamo una generazione inadeguata, di sfigati e schizzinosi. E noi ci abbiamo creduto.

Ci hanno fatto credere che a trent’anni – ma anche a quaranta – sei ancora giovane, devi imparare, devi fare esperienza e acquisire competenze e che quindi, dobbiamo accettare qualsiasi cosa senza riflettere. Se non accetti sei un ingrato, sei un bamboccione, sei “choosy”.

Ci hanno anche insegnato che a trent’anni – e anche a quaranta – non importa quanto tu sia bravo e competente, hai superato la data di scadenza, non hai dinamismo, sarai improduttivo.

Ci hanno insegnato anche che, se fa comodo a qualcuno, siamo entrambe le cose, a seconda se il giorno sia pari o dispari.

Ma tutto questo non ha importanza. Perché fortunatamente un lavoro io ce l’ho. Almeno per i prossimi quindici giorni.