31 stagioni, quasi 32 Lo scorrere del tempo in funzione delle serie tv

Mi chiamo Irene e ho 31 stagioni. Quasi 32.

Sì, perché ieri sera, leggendo un post di un’amica, mi sono resa conto di una cosa. Mi sono resa conto di aver smesso di calcolare il tempo usando gli standard universalmente riconosciuti.

Lo scorrere del tempo per me non è più dettato dal susseguirsi di ore, giorni, settimane, mesi, anni e stagioni.

Forse stagioni sì. Non nel senso classico del termine, quanto piuttosto nel senso di “a che stagione è arrivata questa o quella serie tv?”.

Sono sicura che questa cosa succeda anche a voi, pensateci bene.

Nel 2016 abbiamo smesso di pensare che anno stiamo vivendo e abbiamo iniziato a pensare a quale stagione siamo arrivati.

Quelle che una volta erano le settimane sono solo il tempo che trascorre tra un episodio e l’altro.

Quando le serie vanno in hiatus, solitamente da novembre a marzo e poi nella stagione estiva, noi smettiamo di misurare il tempo. A parte per imprescindibili impegni lavorativi che ci costringono a ricominciare a utilizzare il calendario giuliano. O forse usiamo quello gregoriano. Non mi ricordo, non sta in nessuna delle serie che seguo.

Così noi non sappiamo più che è lunedì. No, il lunedì è il giorno di Once Upon A Time e, per poche intense settimane l’anno, di Game of Thrones.

Il venerdì è quello di Grey’s Anatomy.

Il giorno di Doctor Who è un mistero come il vero nome del dottore.

Anche le nostre vite assumono i contorni di una serie televisiva.

Abbiamo trame, guest star, recurring characters e personaggi vari che vorremmo sfanculare in tre,due, uno. Ma evidentemente gli autori non la pensano così.

Quindi, per dire, vi posso suddividere la mia vita in questo modo.

L’infanzia è quel periodo in cui c’era Beverly Hills e tutte eravamo impegnate a discutere se fosse meglio Brandon o Dylan.

Gli anni delle elementari, medie e superiori erano quelli di ER. Il che spiega un po’ la mia ipocondria.

E di Ally McBeal, che quasi mi aveva convinta a fare giurisprudenza. Insieme a Jag – Avvocati in divisa, ma prima che diventasse un telefilm di propaganda repubblicana.

E Jarod il camaleonte? Ce lo siamo scordato?

Ah, la spensieratezza di Friends

Ma erano anche gli anni di The X-Files e Twin Peaks guardati di nascosto.

All’università ci sono stati Dottor House – eccolo, eccolo il motivo dell’ipocondria -, Boris (e io continuo a rimanere F4-mente basita), Supernatural, mai Lost, e soprattutto Dexter, perché i cattivi sono i migliori. Soprattutto quelli che forse non lo sono.

E The L-Word. Che mannaggiaacristo e quando hanno tolto Marina e vivaddio quando hanno ammazzo Jenny. E che soprattutto ha rovinato un’intera generazione di lesbiche col taglio alla Shane.

 

Dieci stagioni di The X-Files.

Perché non ho mai veramente trovato un equilibrio tra la mia parte razionale e quella che canta insieme a Finardi di extraterrestri che devono portarmi via. Nonostante il segreto di Stato e l’Area 51 (chi sa, sa).

Quattro di Orange is The New Black.

Perché Laura Prepon è una figa della madonna.

Sei di Game of Thrones.

Perché sì.

Tre di Millennium.

Perché è un capolavoro incompreso.

Una di Flashforward.

Perché è la metafora del mai una gioia.

Due di Lie to me.

Perché l’hanno interrotto proprio quando Cal ammette di amare Gillian ed è un po’ il riassunto delle mie relazioni.

Cinque, quasi, sei di Once Upon a Time.

Perché in fondo in fondo all’amore io ci credo, come cantava Milly.

Mi chiamo Irene, ho 31 stagioni. Quasi 32. E la mia donna ideale non è quella che mi porta dei fiori, ma quella che in un orecchio mi sussurra: “Amore, facciamo l’abbonamento a Netflix?”.

E se non arriva presto il 25 settembre faccio una strage.

Il testamento Testamento: ultime volontà di una persona che intende morire il più tardi possibile, ma che ha idee precise su quello che dovrete fare dopo

Quando morirò, perché un giorno lo farò, non voglio assolutamente un funerale religioso.

Quando sarò sul punto di morire fatemi dare pure l’estrema unzione. Fate qualsiasi cosa preveda il rito ebraico in questi casi, quello cattolico, quello musulmano, induista, buddista, animista, taoista e pastafariano.

Sono sempre stata atea, ma non si sa mai e la prudenza non è mai troppa.

Se i miei organi dovessero essere utili, donateli. Se potranno servire ad allungare la vita a qualcuno, anche fosse un beone alcolizzato, io voglio che li abbia. Una seconda chance ce la meritiamo quasi tutti e comunque a me non serviranno più. Odio gli sprechi.

Donate il mio corpo alla scienza se potrà essere utile, ma dopo per favore crematemi. Non solo occuperò meno spazio, ma scongiurerò l’eventualità di tornare in caso di apocalisse zombi. Sempre perché non si sa mai. Che poi immaginate che razza di zombi potrei diventare essendo stata sapiosessuale in vita.

Fate delle mie spoglie mortali un po’ come cazzo vi pare, insomma, ma non toccate le mie tette. Quelle devono rimanere attaccate al corpo. “Tetta mia vientene con me”.

Lo so che le adorate, ma sarebbe morboso e pure parecchio inquietante se aveste programmi per le gemelle anche dopo che io sarà morta.

Però il funerale religioso no.

Vedete, io vi voglio bene e non ho alcuna intenzione di costringervi a stare un’ora, probabilmente nel giorno più caldo dell’anno perché si sa che io e la fortuna andiamo a braccetto, dentro la casa di un amico immaginario a cui non ho mai creduto ad ascoltare bla bla bla su come la mia morte faccia parte di un imperscrutabile piano di quello stesso amico immaginario di cui sopra.

Nessun angelo con la tromba mi verrà a prendere e io non voglio farvi passare un’ora della vostra vita ad ascoltare le vecchie che fanno a gara a chi dice il Padre Nostro con maggior convinzione. Tanto non le ascolta nessuno.

Nessun angelo con la tromba e nemmeno nessun diavolo col forcone, tanto probabilmente sarò morta facendo qualcosa di tremendamente e divertemente stupido, tipicamente da Irene.

Oppure a 101 anni, nel mio letto, circodata da chi mi ha voluto bene.

O di asfissia autoerotica, che tanto…

Ma anche se oggi, viva e con tanta voglia di vivere ancora a lungo, mi viene da dirmi che comunque preferirei vivere piuttosto che farmi una passeggiata in compagnia di gabbiani asessuati, quando quel giorno arriverà io sarò morta. E poco me ne importerà.

Perché nella morte io non ci ho mai visto nulla di trascendentale o mistico. Ammetto che certi pensieri, certe filosofie, possano aiutarci ad accettarla con serena rassegnazione, ma la morte è la fine. Non un inizio, non un momento di passaggio.

Io non penserò più. Non sognerò più. La chimica e le sinapsi del mio cervello fin troppo iperattivo smetteranno di funzionare. Si fermeranno e resterà soltanto il nulla, nulla se non un ammasso di tessuto connettivo e cerebrale.

Sarà il nulla. Un nulla talmente assoluto che nemmeno a Fantasia.

Sarà il vuoto. E io non ne sarò cosciente perché quando il cuore smetterà di pompare e le mie sinapsi e il mio cervello chiuderanno bottega, sarà la fine.

Nessun pensiero. Cesserò di esistere e il mio corpo non sarà altro che svariate libbre di carne. Un contenitore di carne e tessuti in decomposizione vuoto e privato di ciò che rende l’essere umano unico e vivo: il pensiero, la consapevolezza, la coscienza di sé.

Non saprò di essere morta, perché semplicemente non sarò. Irene non esisterà più.

Perché questo è la morte, un nulla in cui non potrò nemmeno rammaricarmi di essere morta. Non sarà dispiaciuta di esserlo. Non sarò nulla. I rimpianti e i rimorsi li avrò nell’istante prima che sinapsi e cuore tirino i remi in barca per sempre.

Lo so che è un pensiero terribile. Lo so che l’idea del nulla e di non essere è spaventoso, fa paura, ti fa rimanere sveglia la notte.

Ma voi non disperatevi per me, perché io sarò nulla, ma voi no.

Io non ci sarò, ma voi sì.

Piangete se vi va. Fa bene, è sano e non c’è niente di cui vergognarsi. Io lo faccio. Spesso.

Fatelo durare poco, tanto non vi sentirò. Fatelo durare quel tanto che vi basta per scaricare la tensione.

E poi ridete. Ballate. Cantate. Ubriacatevi. Ricordatevi di me e di tutte le volte che vi ho fatti ridere usando il mio superpotere di trasformare le mie sfighe in aneddoti divertenti.

Scopate.

Fate un bagno in mare.

Non perdonatemi se vi ho fatto del male, il perdono non è dovuto. Il perdono va meritato.

Continuate a ridere. Perché io non ci sarò, ma voi sì.

E allora onorate la mia memoria celebrando la vita di chi resta. Onorate la mia memoria celebrando la vita stessa.

Fanculo la Chiesa. Fanculo al prete e alle parole dei testi sacri.

Divertitevi.

Improvvisate una danza in piazza. Improvvisate un baccanale. Sentitevi vivi.

Questo è quello che dovrete fare quando un giorno, inevitabilmente, morirò.

Ma non oggi. Oggi sono ancora viva. Oggi io voglio vivere. I miei pensieri viaggiano a velocità sconosciute dalla fisica moderna.

Voglio ridere. Voglio viaggiare. Voglio scopare. Voglio innamorarmi di nuovo, prima o poi. Voglio imparare a suonare il violino. Voglio cantare nel coro degli uomini ne “L’infazia di Maria”. Voglio, voglio, voglio e voglio un sacco di cose.

Ma soprattutto, voglio vivere ancora un po’ per potervi dire “Io ve lo avevo detto”.

 

PS: sì, Maria, i miei libri li lascio a te, tranquilla.

 

 

Outing vs coming out – Non sapevo di essere lesbica Outing vs coming out. Imposizione vs libertà

Prima di ogni altra considerazione occorre fare una precisazione squisitamente semantica: coming out e outing non sono la stessa cosa.

Non sono sinonimi. Non sono intercambiabili. Sono proprio due cose diverse ed è bene che questo punto sia chiaro, anche e soprattutto a quei giornalisti che ancora oggi confondono le due cose e contribuiscono non poco a creare incomprensioni.

La differenza tra coming out e outing è sostanziale ed è un po’ la stessa che intercorre tra libertà e imposizione.

Proviamo a rendere le cose ancora più chiare e lineari: uno avviene quando noi, in piena autonomia, decidiamo di renderci visibili, di dichiarare noi stessi al mondo e a chi ci circonda, l’altro, invece, si subisce.

Esatto, se ancora non lo aveste capito, l’outing si subisce. Contro la nostra volontà, spesso in maniera fisicamente, verbalmente e psicologicamente violenta. Avviene ogni volta in cui qualcuno, più o meno sottovoce, più o meno maliziosamente, con più o meno cattiveria, dice: “Quell* è finocchi*”.

E se vivete o avete vissuto in una piccola comunità sapete perfettamente che quel bisbiglio si propagherà come i cerchi concentrici sull’acqua dopo averci tirato un sasso: il pettegolezzo si diffonderà, si ingigantirà, magari si arricchirà di sordidi e immaginari dettagli.

Inizierai a camminare per strada e vedrai occhi e dita puntati su di te; sentirai risatine o battutine di sdegno. Potrebbero anche iniziare ad avere problemi sul posto di lavoro, negli spogliatoi o, peggio, a scuola.

Quando sei un adolescente l’outing tra i corridoi della scuola può trasformarsi facilmente in forme di bullismo – omofobico e non – che solo chi l’ha provato, anche solo in parte, può comprendere. Essere chiacchierati nei corridoi di una scuola può molto presto portare a episodi di violenza psicologia e fisica; subire l’outing a scuola può voler significare essere spint* in un angolo ed essere chiamat* “lesbiche di merda” mentre in sei o sette ti riempiono di calci e di sputi.

Subire l’outing, soprattutto in età adolescenziale quando non si hanno ancora ne le sicurezze ne le strutture e le risorse per poter affrontare serenamente un coming out, può portare a gesti estremi, quei gesti di cui abbiamo avuto l’ultimo, tragico esempio a cavallo tra Aprile e Maggio.

Perché il problema non è l’outing in sé per sé, ma il background culturale che ci sta dietro, come la becera ignoranza e omo-lesbo-transfobia nemmeno troppo velata di chi, in nome di valori in odor di Medioevo, sostiene che un omosessuale, una lesbica o un* transessuale siano degenerati, scherzi della natura contro la natura stessa.

Esiste una cura però a questa malattia dilagante, una cura che consentirà all’outing di trasformarsi in un coming out consapevole, libero e liberatorio: la cultura. Non la cultura gender, invenzione che tanto spaventa l’Adinolfi di turno, ma la cultura a 360°. E l’istruzione, un’istruzione che sia laica non solo sulla carta, quell’istruzione che in periodo illuminista trovava la sua massima espressione nel motto sapere audere.

È arrivato il momento di portare a compimento una nuova rivoluzione culturale che permetta a ognun* di noi di poter affermare la propria individualità e il proprio orientamento sessuale ad alta voce e senza avere nulla da temere, il momento in cui nessun adolescente dovrà aver paura di essere picchiato o respinto dai proprio genitori.

È arrivato il momento in cui tutt* noi potreme essere semplicemente liberi di essere.

La libertà, non per niente, è a parola d’ordine del Bologna Pride 2016: siate liber*.

 

Questo articolo, insieme a molti altri contributi, lo potrete trovare su “La Falla”, l’almanacco de Il Cassero LGBT Center di Bologna.

http://www.cassero.it/attivita/la-falla/

Campagna elettorale e altre facezie: vota Antonio (Poche) Gioie e tanti dolori della campagna elettorale

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Oggi entriamo nell’ultimo mese di quella cosa bellissima che si chiama campagna elettorale.

Se siete miei concittadini del paese dai vicoli stretti e stavate aspettando con trepidazione l’endorsement dell'(ex) inutile staff del sindaco rilassatevi pure, mangiate tranquilli, perché tanto non “endorso ” proprio nessuno e anche se lo facessi non vi direi proprio un bel niente.

Pappappero.

Dicevo, oggi entriamo nell’ultimo mese di campagna elettorale per cui é legittimo aspettarsi colpi di scena concentrati che manco in vent’anni di Beautiful. Durante l’ultimo mese di campagna elettorale succede tutto e il contrario di tutto.

Magari si promette di risolvere l’emergenza abitativa, che in città come Bologna, tipo, si sente. Eccome se si sente. Si sente talmente tanto che c’è chi, pur di non dormire sotto un ponte, occupa.

Ecco, si promette di risolverla e nel mentre si sgombera uno dei millesettecento immobili sfitti, buttando in mezzo alla strada, alle prime luci dell’alba, donne e bambini. Poi già che ci sei tiri anche un paio di manganellate, non si sia mai che ci fate perdere l’abitudine.

Insomma, pensavi si fosse ricandidato Merola e invece ti svegli e c’è ancora Cofferati. 

Durante la campagna elettorale non perdere i voti dei moderati é fondamentale.

Durante la campagna elettorale tutti hanno un’opinione su tutto.

Se l’argomento del giorno è se nella carbonara va o meno la cipolla, allora state tranquilli che ognuno avrà da dare la sua ricetta.

Antonio Latrippa, che è un conservatore, dirà che assolutamente, no, la cipolla é un abominio, un attentato alla cucina tradizionale; Graziella Graziealcazzo, più progressista, dirà che la cipolla nella carbonara è un atto di democratizzazione, di inclusione e che comunque ce lo chiede l’Europa.

I Cinque Stelle, invece, diranno che la carbonara é un piatto massone, fa ruttare scie chimiche e quindi meditate, gombloddo e sveglia1!!!1!1!1!!1!1!

I (ri) candidati a sindaco e a consiglieri avranno finalmente un’opinione su questioni che prima avevano evitato come la peste. Improvvisamente tutti e tutte prenderanno posizione su tutti quegli argomenti che nei cinque anni precedenti erano stati accuratamente evitati.

Tranquill*, finite le elezioni torneranno nel dimenticatoio per altri cinque anni: la campagna elettorale fa diventare le questioni che prima erano etichettate come “quisquilie e pinzillacchere” questioni di importanza capitale e di contro fa diventare le cose serie grandissime stronzate.

I (ri) candidati sindaci e consiglieri, durante questo mese, spuntano come i funghi; anzi, proseguendo con le metafore culinarie, diventano come il prezzemolo. Sono ovunque.

Hanno il dono dell’ubiquità. Se c’è da inaugurare una panchina, una fioriera, 200 metri di pista ciclabile che non porta da nessuna parte, loro ci saranno. In maniera completamente e armoniosamente bipartisan essi ci saranno.

Dispenseranno sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle; saranno prodighi di consigli e promesse, avranno posti di lavoro post elettorali (che al 99% vedrete nel mese del poi dell’anno dei mai) e daranno affettuose carezze ai vostri bambini.

Potrebbero anche essere pronti a dichiararsi favorevoli al matrimonio egalitario se sono nella merda e hanno bisogno del voto di lesbiche, froci e trans. Io non gli crederei, voi fate voi.

Una delle cose che mi ha sempre fatto impazzire della campagna elettorale, però, è che diventiamo tutti amici per la pelle.

Negli ultimi anni il primo segnale che la campagna eletterale é agli sgoccioli é una crescita keynesiana delle richieste di amicizia su Facebook.

Nel giro di poche ore, quindi, ti ritrovi con sedici richieste di amicizia e venti inviti a mettere “mi piace” di cui diciannove vengono da pagine di centrodestra – che ormai i social li sanno usare pure loro anziché no – alle quali non metteresti il like nemmeno se fossi innamorat* del candiat* sindaco.

Il secondo segnale è sul cellulare. Arriveranno valanghe di sms e messaggini su Whatsapp, tutti con lo stesso testo, tutti con gli stessi errori sintattici, tutti con appelli, preghiere, vinciamo noi, noi con voi e spesso conditi con quegli orrendi santini elettorali di cui il Corriere della Sera va ghiotto e dove capita che il sole tramonti a est e sorga a ovest (storia vera).

E poi per strada… Per strada, soprattutto in buco di culo come il paese dai vicoli stretti, l’ultimo mese di campagna elettorale  é tutto un “ciao”.

Esci per fare la spesa e qualcuno che non hai mai visto  ti ferma e ti saluta calorosamente:

– Ciao Irene, come stai?

Tu lo guardi, abbozzi un sorriso e rispondi tuttobenegrazie (proprio tutto attaccato), aspetti che si sia voltato, guardi tua madre e fai:

– Machicazzoèquesto? (Anche qui tutto attaccato)

La risposta però, intimamente, la sai già: un candidato.

Ogni due metri, quattro ciao per una media di un ciao ogni cinquanta centimetri. Praticamente un pezzo hip hop.

Narra la leggenda che durante la campagna elettorale le amicizie interrotte riprendano vita come una fenice. O meglio, qualcuno ci prova. Ovviamente in maniera del tutto disinteressata.

Alle volte la campagna elettorale fa proprio miracoli, farebbe chiedere a Caino l’amicizia ad Abele su Facebook, farebbe correre un Lannister a chiedere scusa a uno Stark per aver decapitato il povero Ned.

C’é una cosa, però, che amo profondamente della campagna elettorale ed è il silenzio.

Il silenzio elettorale sono quelle ventiquattro ore in cui, per legge, dando per assodato che dopo mesi di bombardamento mediatico l’elettore si sia ormai formato un’opinione, il Legislatore impone uno stop alla campagna elettorale.

Niente comizi in piazza, niente comparsate in tv, niente inaugurazioni di monumenti per i criceti del Medio Oriente, niente santini. Niente.

La pace elettorale.

È uno dei pochi tipi di silenzio che amo visceralmente e per me, laureata in Mass Media e Politica, capite che è un’affermazione pesante.

Vi immaginate che bello le elezioni senza campagna elettorale? Certo, con la mia laurea lavorerei ancora meno di adesso, ma vuoi mettere niente di tutto quello che ho descritto sopra?

Forse sarebbe un mondo meno ipocrita, ma ci perderemmo tanti spunti per farci una risata, anche se spesso amara.

Ps: taggate anche voi questo post al vostro candidato del cuore e invitatelo a iniziare il silenzio con un mese di anticipo.

Sii un leone.

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Una mia amica, durante una delle mie sessioni di lamentela, mi ha detto:

“Domattina, appena ti alzi, vai davanti allo specchio e ripeti a te stessa ‘sono un leone, sono un leone, sono un leone’.”

“Devo anche ruggire?”

“Se ti aiuta, sì.”

Io ci ho provato, ve lo giuro. Mi sono guardata allo specchio, dritta nelle occhiaie e mi sono detta: “Sono un leone”.

Poi è arrivata quella grandissima stronza della vocina nella mia testa che mi ha detto: “Cazzo stai a di’, sei di febbraio, sei un acquario.”

Ho provato a controbattere, ma la mia vocina non ha sentito ragioni.

Allora io alla mia vocina voglio dire un paio di cose, che magari se le metto nero su bianco le legge, perché scripta manent pure per la coscienza.

Voglio dire alla mia vocina che se io fossi veramente un leone mi eviterei un sacco di seghe mentali.

Pensaci vocina, se invece di essere l’acquar-leone codardo avessimo – io e te vocina, che siamo la stessa cosa, ma diversa – seguito la strada di mattoni gialli ci saremmo prese ciò che volevamo.

Forse no, ma quanto meno ci avremmo provato e non saremmo qui a pensare ai se, ai ma, ai forse e ai “mi stavo cagando sotto”. Compris?

Vedi vocina nella mia testa che mi fai essere ignava, se fossi un po’ più coraggiosa forse la mia vita sarebbe meno complicata. Meno noiosa.

Se fossi più coraggiosa forse riuscirei a dire, a fare, a chiarire, a dichiarare. Invece di farmi discorsi bellissimi o cazzutissimi – a seconda dello scenario della mia fantasia pre fase REM o sotto la doccia – tutti nella mia testa, li farei alle persone interessate.

Pensa vocina, come sarebbe bello poter dire ad alta voce, in ordine rigorosamente sparso:

  • “Mi piaci”
  • “Facciamoci una scopata e poi amiche come prima”
  • “Mi stai veramente sul cazzo”
  • “Ridammi quei cinque euro che ti ho prestato figlio di grandissima lavoratrice”
  • “Ti voglio bene”
  • “Scusa, ma i cinquanta euro per quel lavoro là?

Vedi vocina, ti ho fatto solo una manciata di esempi, ma considera le infinite possibilità di avere le ovaie di dire certe cose? Comprendi quanto tempo prezioso risparmieremmo io e te? Tempo che potremmo passare in modo più piacevole, che ne so, a fare l’amore magari, che visto che l’abbiamo detto magari poi viene fuori di essere pure ricambiate.

Non è fantascienza, vocina, non ci manca niente a noi. Forse un paio di centimetri, ma siamo apposto. E poi, una volta che ci si dichiara, oh, se l’interesse non è ricambiato si va avanti. Morta una papessa se ne fa un’altra e via verso l’infinito e oltre.

Pensa a cosa avresti potuto fare con quei cinquanta euro? Oppure a quanto meno stressante sarebbe non dover fingere che questa o quella persona ci piaccia quando invece proprio ci sta sul cazzo?

Vocina, io e te il coraggio da qualche parte ce l’abbiamo e qualche volta l’abbiamo dimostrato.

Smettiamola di essere acquario.

Roar.

 

 

 

Ho amore per tutti… tranne che per te! Amore ed esperimenti in agenzia

Io e i Majonese – proprio quelli dei panini – ci siamo messi in testa di raccontare storie.

Ne condivido una con voi, avendo per protagonista la cara Olga.

Non c’è niente di autobiografico e ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale e frutto di un brainstorming in agenzia.

Se vi ci riconoscere, avete la coda di paglia.

Per leggere le altre storie, date un’occhiata al sito di Majonese o alla pagina Facebook, divertimento assicurato.

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Questa è una storia. Una storia  che, da qualche parte nel mondo, potrebbe essere accaduta davvero.
C’era una volta una ragazza, una ragazza che per comodità chiameremo Olga.
Olga era una ragazza simpatica, non stupenda, ma aveva un perché.
Olga era anche un po’ sfigata, soprattutto con le relazioni personali.
Olga aveva tanto amore da dare, ma non sapeva a chi e comunque sembrava che le persone non lo volessero; non da Olga quantomeno.
Un giorno Olga incontrò Fatima.
Fatima sembrava una tipa ok. Fatima invitava Olga a fare due passi, a prendere un caffè o una birra.
Fatima sembrava un’anima gentile.
Un giorno Olga trovò un mazzo di fiori davanti alla sua porta. Non c’era alcun biglietto, ma Olga pensò che comunque fosse un gesto carino e scrollò le spalle.
Due giorni dopo trovò un anello nella cassetta delle lettere. Olga pensò che qualcuno avesse sbagliato destinatario e lo conservò aspettando che qualcuno venisse a reclamarlo.
Era un giovedì quando Olga incontrò Maria Chiara, un’amica di Fatima che aveva visto soltanto un paio di volte.
“Sono contenta della bella notizia!”, esclamò Maria Chiara.
Olga fece mente locale, non riuscendo a capire a quale bella notizia facesse riferimento, visto che ultimamente la sua vita era stata piuttosto monotona.
Maria Chiara notò il suo sbigottimento e la rassicurò: “Non preoccuparti, Fatima mi ha detto tutto, puoi fidarti, non lo dirò a nessuno che vi siete fidanzate.”
Vi.
Siete.
Fidanzate.
Olga non poteva credere alle sue orecchie. Fidanzata a sua insaputa dopo anni di solitudine.
All’improvviso i fiori, l’anello e altri piccoli regali anonimi che si erano palesati alla sua porta acquisirono un senso.
Inquietante, molto inquietante, ma comunque avevano senso.
Olga realizzò di avere una stalker.
Mentre andava dai Carabinieri a denunciare Fatima, Olga le mandò un sms, l’ultimo: “Ho amore per tutti…tranne che per te!”

 

Foto scattata presso l’ex Zincaturifico Bolognese, via Stalingrado 65. R.U.S.CO., Recupero Urbano Spazi Comuni

 

 

Un anno senza sesso. Venti giorni senza tabacco. Una settimana di dieta.

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta. 12042717_988921961176518_6080880765109964645_n
Trentuno anni, un mese e ventitré giorni dal mio primo vagito.
Le ore non le conto, mi sembra eccessivo.
Questo è il riassunto della mia vita a oggi, 5 aprile 2016.

Un anno senza sesso. E non è nemmeno il mio record.
Facile ricordarmi la data esatta, è stato l’ultimo giorno che ci siamo viste prima di lasciarci e io ho la memoria praticamente fotografica.
Mi sono mancate le occasioni?
Forse.
Non sono mai stata una persona da sesso fine a se stesso, ma dopo trentuno anni, un mese e ventitré giorni di occasioni mancate e relazioni più o meno stabili e monogame, dopo trecentosessacinque (o trecentosessantasei?) di astinenza totale, sto rivedendo la mia posizione.
Oddio, in realtà di posizioni nella mia testa ne sto vedendo diverse e molto, molto dettagliate, ma questa è un’altra storia.
La primavera è una brutta bestia.
Ti prende l’ormonella, le Erasmus si svestono, le lesbiche escono dalle gabbie e si rasano addirittura le ascelle.
Tu c’hai l’astinenza e vai in tilt.
Finisci per strusciarti anche contro le colonne del portico di San Luca. Blasfemia.
Dato che ho rivalutato la mia posizione – e che come ho detto prima parafrasando il mio alter ego letterario “nella mia testa le posizioni sono chiarissime” -, si accettano volontarie.
Mi riservo comunque di allontanare le clienti non adeguate, che come ha pensato Olga un minimo di selezione all’ingresso male non fa. Pure se sei in astinenza.

Venti giorni senza tabacco. Circa.
Sembra un’eternità.
Nessuno mi avrebbe dato due giorni e invece tengo botta.don-t-smoke-7-1314914-1919x1274
Sarà stata la botta emotiva che mi ha spinta a fumare l’ultima sigaretta a Villa Ghigi e a buttare il tabacco nel cestino dei rifiuti a darmi la giusta motivazione e la resistenza?
Sicuramente, ma perdonatemi, non ne voglio parlare.
Il tabacco mi manca? Sì, un po’. Dopo il caffè, mentre bevo una birra, dopo il pranzo di Pasqua, dopo una riunione fiume, mentre aggiorno il blog… dopo che avrò fatto sesso vi saprò dire se mi mancherà anche in quel frangente.
Sento i benefici dell’aver smesso?
Decisamente sì. Ieri ho fatto uno scatto, mentre parlavo al telefono, per evitare di essere investita sulle strisce e, udite udite, niente fiatone. Nemmeno facendo le scale di casa mia, nel paese dai vicoli stretti che a Bologna sto al piano terra.
I sapori e gli odori sono amplificati e la mattina mi sveglio senza il cinghiale seduto sul petto e il catrame nei polmoni.
Resisterò, alla faccia del Golden Virginia.

[NB: se dovessi diventare una ex fumatrice cagacazzo, siete autorizzat* a menarmi. Forte.]

Una settimana di dieta.
Be’, non è la prima volta che mi metto a dieta e in passato ho avuto anche risultati importanti.
Ok, stare a dieta a Bologna è difficile. Ok, è difficile stare a dieta pure quando sono nel paese dai vicoli stretti visto che mio padre quando si annoia cucina e lui si annoia sempre.
Però una cosa è certa: Ugo deve sparire.
Ugo sarebbe la mia pancia, perché ingrasso solo lì.
No, il doppio mento è un gentile regalo genetico del DNA Moretti.
No, le tette non sono di adipe e restano abbondanti anche se perdo qualche kg. Le fan (e i fan) delle gemelle si rassicurino.
Addio apertitivi. Oddio, addio…diciamo che ci do un taglio, li riduco.
Addio birra. Oddio, addio… diciamo che riduco pure quella.
Oh, niente sesso, niente tabacco, dieta… almeno un po’ di birra lasciatemela, cazzo!

Un anno senza sesso.
Venti giorni senza tabacco.
Una settimana di dieta.

Il risultato è che sono iper attiva.
Mi eccito per un attaccapanni. No, non in senso sessuale. Volevo dire che mi emoziono al pensiero di avere la stanza più ordinata.
Mi sono iscritta in palestra. Nel video potrete vedere una clip di me al primo allenamento.


Cammino. Vado in bici.
Faccio le pulizie straordinarie tre volte al giorno.
Correggo bozze.
Scrivo articoli.
Twitto stronzate.
Sono talmente multitasking che riuscirei a fare l’amore, la carbonara, le parole crociate di Bartezzaghi a penna e scoprire che fine ha fatto Carmen Sandiego, tutto contemporaneamente.

Sono anche particolarmente più ironica del solito.

E modesta, soprattutto modesta.

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Non avevo mai visto Game of Thrones

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In principio era “non capisci niente perché non hai visto i Mondiali del ’82”.

Nel 2006 li abbiamo vinti di nuovo e ve la siete presa nel culo.

Poi diventò “tu non hai mai visto Game of Thrones?”.

È vero, lo confesso, fino a qualche settimana fa e fino alle minacce di qualcuno di togliermi il saluto se non lo avessi visto, io, IM, non avevo mai visto Game of Thrones.

Perché?

I motivi sono molti.

  1. 220px-LeBossu1997Non sono un’amante del genere fantasy. Ok, amo la fantascienza e sono innamorata di Daniel Auteuil ne “Il Cavaliere di Lagardère” – quindi un po’ mi piace anche il genere cappa e spada -, però no, ecco, il fantasy proprio no. A piccole dosi, come i parenti.
  2. Mi avete talmente rotto il cazzo  con Game of Thrones che per me si è creato quello che chiamo l’ “effetto salvate il soldato ryan”. Se non sapete che cos’è ve lo spiego subito: quando è uscito l’omonimo film i telegiornali hanno rotto talmente tanto che alla fine non sono andata a vederlo. Avevo visto talmente tanti trailer che mi sembrava di averlo già visto. Tutti ne parlavano e sapevo già come sarebbe andato a finire. Ecco, avete fatto tutti la stessa cosa, come se la prima regola di guarda GOT sia “fai sapere a tutti che guardi Game of Thrones”.
  3. Mi piace fare l’alternativa, gne gne gne.

 

Arriva il momento, però, che fare la gne gne anticonformista rischia di tagliarti fuori dalla vita sociale.

Quanti meme ho visto condivisi su Facebook senza capire perché la gente si sbellicava nei commenti?

Quanti riferimenti a Game of Thrones mi sono stati fatti nella convinzione che io li comprendessi ottenendo come risposta solamente la mia faccia perplessa?

Orbene, finalmente ho visto Game of Thrones. Tutte e cinque le stagioni. Tutte di un fiato.

Che ne penso?

Sarò onesta, anche se quello che sto per dire probabilmente mi escluderà dalla vita sociale molto più di non averlo visto.

Non mi ha entusiasmata.

Sì, scorre bene.

Sì, è pieno di colpi di scena anche se volente o nolente li sapevo già tutti perché tutti ne parlavate da anni in rete, al bar e in fila dal dottore.

Sì, George R.R.Maritin c’ha una gran fantasia. Pure un po’ perversa.

Sì, c’è una quantità di belle donne non indifferente.

Sì, sì, sì, sì, però…

Però non mi ha entusiasmata, ecco. Soprattutto quando sono arrivati gli zombie. Che poi voi chiamateli Estranei, ma sempre zombie sono, inutile filosofeggiare. Roba da farmi tornare al mio snobbismo.

Due vantaggi ulteriori oltre a non sentirmi più esclusa dalle vostre conversazioni, però, ci sono.

Adesso posso capire questa, ricordandomi di essere comunque una scienziata politica (oltre che una nerd): WhiteHouse

 

E poi… perché nessuno mi aveva detto che Cersei Lannister è interpretata da Lena Headey, Behind-the-Scenes-imagine-me-and-you-17842393-388-582la fioraia figa di “Imagine You and Me”?

Avrei iniziato molto, molto prima.

 

L’amica di tutte e l’amante di nessuna

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Olga sapeva che sarebbe andata a finire così. Ne era certa.

Certi schemi, e lei lo sapeva fin troppo bene, tendevano a ripetersi infinite volte nella sua vita. Un circolo vizioso dal quale difficilmente era riuscita a uscire.

Amica di tutte e amante di nessuna, così l’avevano definita. E lei ovviamente ci aveva riso su, come suo uso, come se veramente una scrollata di spalle e una battuta di spirito potessero permettere a ogni cosa di scivolarle addosso.

Ma sì, Olga lo sapeva bene dopotutto. Lo schema si era ripetuto tante e tante di quelle volte che ormai sarebbe stata in grado di anticipare con esattezza ogni gesto, ogni parola e ogni sguardo che avrebbe portato comunque a quell’unica conclusione.

Ti vedo come un’amica, Olga.

Sì, anche lei si vedeva bene come un’amica, ma insomma, qualcosa di diverso non le sarebbe dispiaciuto, almeno per cambiare.

Invece no, fatte salve alcune parentesi – fortunate o meno era sempre questione di punti di vista -, Olga rimaneva l’amica di tutte e l’amante di nessuna.

Ogni tanto, certe sere, si fermava a rifettere sul motivo di questo status. Doveva ammettere di aver respinto le avanches di alcune signore, ma del resto, è poi così disdicevole non voler prendere in giro nessuna e fare un po’ di selezione?

Forse le sue mire erano troppo ambiziose. Forse dall’esterno, dietro alla corazza di cinica ironia che si era costruita, emergevano comunque le sue debolezze. Forse dava l’idea di essere troppo bisognosa di affetto. O di non esserlo affatto.

O forse… forse Olga dopotutto sapeva dove stava sbagliando. Forse alla fine dei conti ad Olga non dispiaceva essere l’amica di tutte e l’amante di nessuna.

Olga sapeva che sarebbe andata a finire così anche questa volta e onestamente le piaceva pensare che non gliene importasse un granché.

Olga era bravissima a mentire.

Soprattutto a se stessa.

 

 

In panino we trust. Una storia di amore e condimenti.

 

Vi voglio raccontare una storia.

Una storia surreale, fatta di panini, amore e condimenti. Forse anche un po’ fatt

a della stessa sostanza di cui son fatti i nostri…no, stronzate, è una storia fatta da una faccia di bronzo. La mia.

Insomma, dicevo che vi voglio raccontare una storia.

C’era una volta…me, che sarei Irene.

C’era una volta quel limbo in cui si sta tra progetti che porti avanti pro bono per attivismo e buona volontà e le promesse che ti hanno fatto abbandonare il paese dai vicoli stretti.

C’erano tanti pomeriggi in cui, tra una cazzutissima lettera di presentazione e un curriculum, una puntata di Game of Thrones (che sì, ho iniziato a vedere adesso, ma ve lo racconto poi, giuro), un articolo di biasimo… ho perso il filo.

Il punto è che, tra una cosa da fare e l’altra, mi sono messa a cazzeggiare un po’ su Facebook.

Anvedi la novità, direbbe mia mamma, ma mia mamma ancora non ha capito che Facebook è anche lavoro. Credo.

Ma andiamo avanti che sennò finisce che scrivo i nuovi Promessi Sposi e non ne usciamo più.

Cazzeggio su Facebook e l’occhio mi cade su un’inserzione sponsorizzata: “Majonese – Comunicazione spalmabile”. E mi scappa una risata. Mi borbotta anche un po’ lo stomaco perché tanto si sa che ho sempre fame.

Click.

Rido di nuovo mentre scorro i post. Gattini e carlini, adoro.

A quel punto il like sulla pagina è scontato, ça va sans dire.

E l’occhio mi cade su un post. Rido ancora e commento. Il social media coso – che apprenderò essere una fanciulla – mi risponde. Rispondo a mia volta.

Io: abbasso il ketchup!

Loro: sempre!

Io: allora vi porto dei panini!

Qualsiasi personale normale avrebbe pensato “vabbe’, ci sta prendendo per il culo”. E infatti i Majonese hanno pensato proprio così.

Poveri illusi, ignoravano che Irene se dice una cosa, al 90% la fa. La percentuale è molto variabile, ma questo è un altro discorso.

Ora, cari lettori – che mi piace immaginare essere millemila – immaginatevi la scena: io, quattro panini mortadella e maionese – taaaanta maionese -, una porta senza citofono e una telefonata: “Hopportatoipanini!

Sì, l’ho fatto davvero. Mi sono presentata alla base segreta di Majonese armata fino ai denti.

Sì, mi hanno preso per pazza. Sì, sono rimasti sbigottiti. Sì, mi sono sentita un’emerita faccia di bronzo (eufemismo per non dire di culo).

Però niente, mi hanno fatta accomodare e non mi hanno più lasciata andare.

Perché abbiamo scoperto che, oltre a occuparci tutti di comunicazione, siamo anche bei tipi, un po’ scanzonati e soprattutto ci piacciono i panini.

Soprattutto quelli con tanta maionese e spalmata con tanto amore.

Abbiamo scoperto che c’abbiamo sempre fame e che la convivenza con estranei è una piaga sociale diffusa.

Questa è la storia di amore e condimenti che volevo raccontarvi e ve la racconto mentre sono ancora ostaggio di Majonese.

Non venite a liberarmi, a furia di chiacchiere e panini m’è venuta la sindrome di Stoccolma.

Ah, ma se cliccate qui fate cosa buona e giusta.

PS: qui invece la loro versione dei fatti!

PPS: comunque i panini erano avvolti col mio curriculum che tanto serve giusto a quello.

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