31 stagioni, quasi 32 Lo scorrere del tempo in funzione delle serie tv

Mi chiamo Irene e ho 31 stagioni. Quasi 32.

Sì, perché ieri sera, leggendo un post di un’amica, mi sono resa conto di una cosa. Mi sono resa conto di aver smesso di calcolare il tempo usando gli standard universalmente riconosciuti.

Lo scorrere del tempo per me non è più dettato dal susseguirsi di ore, giorni, settimane, mesi, anni e stagioni.

Forse stagioni sì. Non nel senso classico del termine, quanto piuttosto nel senso di “a che stagione è arrivata questa o quella serie tv?”.

Sono sicura che questa cosa succeda anche a voi, pensateci bene.

Nel 2016 abbiamo smesso di pensare che anno stiamo vivendo e abbiamo iniziato a pensare a quale stagione siamo arrivati.

Quelle che una volta erano le settimane sono solo il tempo che trascorre tra un episodio e l’altro.

Quando le serie vanno in hiatus, solitamente da novembre a marzo e poi nella stagione estiva, noi smettiamo di misurare il tempo. A parte per imprescindibili impegni lavorativi che ci costringono a ricominciare a utilizzare il calendario giuliano. O forse usiamo quello gregoriano. Non mi ricordo, non sta in nessuna delle serie che seguo.

Così noi non sappiamo più che è lunedì. No, il lunedì è il giorno di Once Upon A Time e, per poche intense settimane l’anno, di Game of Thrones.

Il venerdì è quello di Grey’s Anatomy.

Il giorno di Doctor Who è un mistero come il vero nome del dottore.

Anche le nostre vite assumono i contorni di una serie televisiva.

Abbiamo trame, guest star, recurring characters e personaggi vari che vorremmo sfanculare in tre,due, uno. Ma evidentemente gli autori non la pensano così.

Quindi, per dire, vi posso suddividere la mia vita in questo modo.

L’infanzia è quel periodo in cui c’era Beverly Hills e tutte eravamo impegnate a discutere se fosse meglio Brandon o Dylan.

Gli anni delle elementari, medie e superiori erano quelli di ER. Il che spiega un po’ la mia ipocondria.

E di Ally McBeal, che quasi mi aveva convinta a fare giurisprudenza. Insieme a Jag – Avvocati in divisa, ma prima che diventasse un telefilm di propaganda repubblicana.

E Jarod il camaleonte? Ce lo siamo scordato?

Ah, la spensieratezza di Friends

Ma erano anche gli anni di The X-Files e Twin Peaks guardati di nascosto.

All’università ci sono stati Dottor House – eccolo, eccolo il motivo dell’ipocondria -, Boris (e io continuo a rimanere F4-mente basita), Supernatural, mai Lost, e soprattutto Dexter, perché i cattivi sono i migliori. Soprattutto quelli che forse non lo sono.

E The L-Word. Che mannaggiaacristo e quando hanno tolto Marina e vivaddio quando hanno ammazzo Jenny. E che soprattutto ha rovinato un’intera generazione di lesbiche col taglio alla Shane.

 

Dieci stagioni di The X-Files.

Perché non ho mai veramente trovato un equilibrio tra la mia parte razionale e quella che canta insieme a Finardi di extraterrestri che devono portarmi via. Nonostante il segreto di Stato e l’Area 51 (chi sa, sa).

Quattro di Orange is The New Black.

Perché Laura Prepon è una figa della madonna.

Sei di Game of Thrones.

Perché sì.

Tre di Millennium.

Perché è un capolavoro incompreso.

Una di Flashforward.

Perché è la metafora del mai una gioia.

Due di Lie to me.

Perché l’hanno interrotto proprio quando Cal ammette di amare Gillian ed è un po’ il riassunto delle mie relazioni.

Cinque, quasi, sei di Once Upon a Time.

Perché in fondo in fondo all’amore io ci credo, come cantava Milly.

Mi chiamo Irene, ho 31 stagioni. Quasi 32. E la mia donna ideale non è quella che mi porta dei fiori, ma quella che in un orecchio mi sussurra: “Amore, facciamo l’abbonamento a Netflix?”.

E se non arriva presto il 25 settembre faccio una strage.

Il testamento Testamento: ultime volontà di una persona che intende morire il più tardi possibile, ma che ha idee precise su quello che dovrete fare dopo

Quando morirò, perché un giorno lo farò, non voglio assolutamente un funerale religioso.

Quando sarò sul punto di morire fatemi dare pure l’estrema unzione. Fate qualsiasi cosa preveda il rito ebraico in questi casi, quello cattolico, quello musulmano, induista, buddista, animista, taoista e pastafariano.

Sono sempre stata atea, ma non si sa mai e la prudenza non è mai troppa.

Se i miei organi dovessero essere utili, donateli. Se potranno servire ad allungare la vita a qualcuno, anche fosse un beone alcolizzato, io voglio che li abbia. Una seconda chance ce la meritiamo quasi tutti e comunque a me non serviranno più. Odio gli sprechi.

Donate il mio corpo alla scienza se potrà essere utile, ma dopo per favore crematemi. Non solo occuperò meno spazio, ma scongiurerò l’eventualità di tornare in caso di apocalisse zombi. Sempre perché non si sa mai. Che poi immaginate che razza di zombi potrei diventare essendo stata sapiosessuale in vita.

Fate delle mie spoglie mortali un po’ come cazzo vi pare, insomma, ma non toccate le mie tette. Quelle devono rimanere attaccate al corpo. “Tetta mia vientene con me”.

Lo so che le adorate, ma sarebbe morboso e pure parecchio inquietante se aveste programmi per le gemelle anche dopo che io sarà morta.

Però il funerale religioso no.

Vedete, io vi voglio bene e non ho alcuna intenzione di costringervi a stare un’ora, probabilmente nel giorno più caldo dell’anno perché si sa che io e la fortuna andiamo a braccetto, dentro la casa di un amico immaginario a cui non ho mai creduto ad ascoltare bla bla bla su come la mia morte faccia parte di un imperscrutabile piano di quello stesso amico immaginario di cui sopra.

Nessun angelo con la tromba mi verrà a prendere e io non voglio farvi passare un’ora della vostra vita ad ascoltare le vecchie che fanno a gara a chi dice il Padre Nostro con maggior convinzione. Tanto non le ascolta nessuno.

Nessun angelo con la tromba e nemmeno nessun diavolo col forcone, tanto probabilmente sarò morta facendo qualcosa di tremendamente e divertemente stupido, tipicamente da Irene.

Oppure a 101 anni, nel mio letto, circodata da chi mi ha voluto bene.

O di asfissia autoerotica, che tanto…

Ma anche se oggi, viva e con tanta voglia di vivere ancora a lungo, mi viene da dirmi che comunque preferirei vivere piuttosto che farmi una passeggiata in compagnia di gabbiani asessuati, quando quel giorno arriverà io sarò morta. E poco me ne importerà.

Perché nella morte io non ci ho mai visto nulla di trascendentale o mistico. Ammetto che certi pensieri, certe filosofie, possano aiutarci ad accettarla con serena rassegnazione, ma la morte è la fine. Non un inizio, non un momento di passaggio.

Io non penserò più. Non sognerò più. La chimica e le sinapsi del mio cervello fin troppo iperattivo smetteranno di funzionare. Si fermeranno e resterà soltanto il nulla, nulla se non un ammasso di tessuto connettivo e cerebrale.

Sarà il nulla. Un nulla talmente assoluto che nemmeno a Fantasia.

Sarà il vuoto. E io non ne sarò cosciente perché quando il cuore smetterà di pompare e le mie sinapsi e il mio cervello chiuderanno bottega, sarà la fine.

Nessun pensiero. Cesserò di esistere e il mio corpo non sarà altro che svariate libbre di carne. Un contenitore di carne e tessuti in decomposizione vuoto e privato di ciò che rende l’essere umano unico e vivo: il pensiero, la consapevolezza, la coscienza di sé.

Non saprò di essere morta, perché semplicemente non sarò. Irene non esisterà più.

Perché questo è la morte, un nulla in cui non potrò nemmeno rammaricarmi di essere morta. Non sarà dispiaciuta di esserlo. Non sarò nulla. I rimpianti e i rimorsi li avrò nell’istante prima che sinapsi e cuore tirino i remi in barca per sempre.

Lo so che è un pensiero terribile. Lo so che l’idea del nulla e di non essere è spaventoso, fa paura, ti fa rimanere sveglia la notte.

Ma voi non disperatevi per me, perché io sarò nulla, ma voi no.

Io non ci sarò, ma voi sì.

Piangete se vi va. Fa bene, è sano e non c’è niente di cui vergognarsi. Io lo faccio. Spesso.

Fatelo durare poco, tanto non vi sentirò. Fatelo durare quel tanto che vi basta per scaricare la tensione.

E poi ridete. Ballate. Cantate. Ubriacatevi. Ricordatevi di me e di tutte le volte che vi ho fatti ridere usando il mio superpotere di trasformare le mie sfighe in aneddoti divertenti.

Scopate.

Fate un bagno in mare.

Non perdonatemi se vi ho fatto del male, il perdono non è dovuto. Il perdono va meritato.

Continuate a ridere. Perché io non ci sarò, ma voi sì.

E allora onorate la mia memoria celebrando la vita di chi resta. Onorate la mia memoria celebrando la vita stessa.

Fanculo la Chiesa. Fanculo al prete e alle parole dei testi sacri.

Divertitevi.

Improvvisate una danza in piazza. Improvvisate un baccanale. Sentitevi vivi.

Questo è quello che dovrete fare quando un giorno, inevitabilmente, morirò.

Ma non oggi. Oggi sono ancora viva. Oggi io voglio vivere. I miei pensieri viaggiano a velocità sconosciute dalla fisica moderna.

Voglio ridere. Voglio viaggiare. Voglio scopare. Voglio innamorarmi di nuovo, prima o poi. Voglio imparare a suonare il violino. Voglio cantare nel coro degli uomini ne “L’infazia di Maria”. Voglio, voglio, voglio e voglio un sacco di cose.

Ma soprattutto, voglio vivere ancora un po’ per potervi dire “Io ve lo avevo detto”.

 

PS: sì, Maria, i miei libri li lascio a te, tranquilla.