All’amore io ci credo, cantava Milly,

E lo cantava elencando tutte le sue storie andate a puttane. Letteralmente.

E io ve lo scrivo mentre i miei vicini mi regalano un concerto sinfonico di gemiti, sospiri e molle del letto impazzite.

Beati loro.

Un po’ meno io che li sento.

Ché lo ammetto che un po’ sono invidiosa.

Dicevo, all’amore io ci credo. Però il fatto è che non mi fido un granché.

Ho i miei motivi.

L’amore è una cosa strana. Volubile. Inaffidabile.

A volte ti entra nella vita quando meno te lo aspetti e poi esce a comprare le sigarette e non torna più.

E via di “non sei tu sono io”, “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati” e sproloqui del genere che francamente non servono proprio a una beneamata minchia.

Perché tanto ormai il danno è fatto. Ti struggi. Mangi cioccolato del discount. Consumi la stessa quantità di kleenex di un adolescente. Sei uno spettro. Ti commuovi per la pubblicità dei Baci Perugina e ti fai mollare pure un paio di schiaffi dagli amici. E te li sei meritati. Quantomeno, io, me li sono meritati quella volta là.

E ti convinci che non ti innamorerai mai più.

Te lo dici con convinzione che questa è stata l’ultima volta che ti sei fatta fregare. Basta, sto bene da sola.

Come canta Mario Venuti, “intesa sessuale perfetta, con te ora che non ci sei”.

E per un po’ ci credi.

Poi però ci ricaschi.

Perché è così che funziona. Ci si ricasca sempre ed è il gioco più vecchio del mondo.

Inutile fingere di essere Giacomo Leopardi o qualche malinconico eroe romantico.

Ci ricaschi con tutte le scarpe.

No, non ci sono ricascata. Non ancora. Tanto ogni volta che incontro una persona vagamente papabile finisce che divento la sua migliore amica.

Perché sì, in questo gioco, almeno nelle fasi iniziali, faccio un po’ schifo.

Altro che vittoriane dichiarazioni d’amore.

Non sono capace nemmeno di dire “uhm, mi sa che mi piaci”, figurarsi il resto.

No, a me me la dovete sbattere in faccia.

La verità, che avete capito?

Ok che i vicini ci stanno ancora dando dentro risvegliando fantasie nemmeno troppo sopite, ma un minimo di romanticismo…

Prima che io perda il filo come al mio solito, distratta da questo concerto di gemiti, sospiri e molle del letto impazzite, provo a spiegare perché all’amore io ci credo, ma non mi fido un granché.

Ci credo perché l’ho conosciuto.

Non mi fido perché l’ho conosciuto.

Grazie al cazzo, lo so.

Però pensateci.

[Nel mentre la vicina ha un caso di pianto coitale]

Vi è mai capitato che quando finalmente siete pront* a riaprirvi al mondo, perché ormai l’ultima storia l’avete metabolizzata, è morta e sepolta, sentite quel bisogno di avere qualcosina in più dalla vita che già il lavoro fa schifo?

Ecco. Io non mi fido proprio per quello. Perché quando arriva quel momento, quel momento in cui saresti anche disposta a vivere qualcosa, è il momento che non succede niente di niente.

O meglio, magari succede, ma tu sei cogliona e non lo vedi.

Oppure non fai niente.

Non parlo di amore-amore, parlo solo di possibilità. Di idee. Di storie idealizzate.

E allora le storie me le faccio tutte nella testa. Così risparmio tempo, soldi e incazzature.

Però ecco, le storie nella mia testa mancano di quel quid che i miei vicini mi stanno ricordando.

E non solo eh, mica si riconduce tutto al sesso.

Comunque io non mi fido.

E mi lamento.

E scrivo post senza senso perché devo aggiornare questo blog, prima che mi molli o mi friendzoni anche lui.

Voi fate una cosa. Iscrivetemi a un corso di coraggio. Insegnatemi a essere un leone, anche se sono un acquario. O regalatemi un vibratore.

Datemi un po’ di palle, metaforiche. Un po’ di spina dorsale.

E nel mentre, sempre parafrasando Mario Venuti, “io con l’immaginazione, vado a mano libera”.

Al contrario dei vicini. ‘Tacci loro.